Un Paese che ha saputo porsi faccia a faccia con il presente

Roma, 5 dicembre 2025 – Il Paese ha saputo, più e meglio di altre grandi democrazie occidentali, porsi faccia a faccia con il presente. La società italiana, non riuscendo a spezzare la trappola del declino, ha rimodulato attese e desideri. Certo, scontando la perdita di potenza dei trascorsi processi di ascesa economica e sociale, e senza poter contare su riforme e adeguamenti strutturali alle grandi trasformazioni in corso. Nel saper stare insieme sull’esistente si sfebbrano gli eccessi, si metabolizzano aggressività ed esclusione, si contrasta l’instabilità politica e sociale, si limitano le conseguenze del ritardo dello sviluppo economico. Ma l’autonoma difesa immunitaria non basta: non può sostituire la necessità di visione e di azione.

Se resistere, adattarsi, stare dentro le crisi è diventata un’attitudine italiana, stare nel presente non deve ridursi però all’eccesso di presenza di gesti e parole, in una sterile disputa quotidiana su qualsiasi argomento di attualità, magari nell’auspicio di mobilitare la società. Il più importante terreno di impegno sul quale misurarsi oggi consiste nel coltivare il presente al di là di ogni ambizione di presenza.

Davanti all’incessante flusso di immagini delle devastazioni e degli stermini che invade le nostre case, un’idea di progresso per il prossimo decennio richiede l’impegno per la pace, intesa non solo come obiettivo morale, ma come fondamento di crescita e coesione sociale.

In un’epoca di verticalizzazione e personalizzazione del potere, in cui torna a dominare la forza e a vincere la politica di potenza delle nazioni, viene da chiedersi a chi spetti il compito di contenerne le tragiche conseguenze, se non all’Europa. Con la sua capacità di stare nel mezzo: non di rappresentare, cioè, la risposta concreta alle grandi sfide epocali (dal cambiamento climatico all’intelligenza artificiale), ma di modellare lentamente gli argini senza i miti delle facili alleanze, delle labili ideologie, dell’omologazione dei comportamenti e delle strutture sociali. Tuttavia, senza una dimensione da grande potenza economica, senza una grande solidità finanziaria, tecnologica o politica, senza una capacità diplomatica coesa e di altissimo livello, dobbiamo prendere atto che per l’Unione europea è impossibile assimilare nel presente le grandi tensioni del mercato globale o il tentativo di dominio dei tecnocrati delle transizioni. Viene quindi da chiedersi se gli anticorpi in reazione ai rischi dell’epoca modellino una diversa autocoscienza della società e preparino un nuovo schema di pace e di sviluppo, o se al contrario ne rimarchino la senescenza, l’invecchiamento non solo demografico ma anche culturale, finanziario, tecnologico.

In Italia la cetomedizzazione dal basso non è finita. Al contrario, per molti versi vince ancora. C’è stata e c’è, sa stare nel presente, sa sgarbugliare gli intrecci di uno sviluppo squilibrato, nei territori intermedi come nelle grandi città. È stata e resta una base preziosa di stabilità nelle grandi e piccole crisi, interne e internazionali. Un tessuto certo infragilito, dagli orli sfrangiati e dai rammendi vistosi, dagli investimenti prudenti, segnato dal mancato compimento di molte attese di progressiva accumulazione individuale di ricchezza e troppe volte ripiegato nell’attesa di benefici ereditari. Ora la laguna della cetomedizzazione ha prodotto un nuovo ceto medio che non rinuncia a viaggiare e a consumare, ma lo fa con un biglietto di classe Economy, e di quando in quando si concede l’upgrade di un biglietto Premium.

Se attraversiamo un’epoca in cui occorre essere realisti, stare sulle sfide del presente, lavorare più sulla staffetta generazionale che non sul conflitto tra generazioni, allora lavorare faccia a faccia con il presente diventa il lato positivo e fertile di un governo ibrido dello sviluppo, senza rimandi astratti alle cose nuove da fare in un futuro prossimo.

Ma sarebbe ingeneroso attribuire solo alla decisione politica le responsabilità e i difetti della presenza pubblica nello schema di gioco della promozione e regolazione della crescita economica e sociale. Accanto alla politica vivono meccanismi profondamente radicati nella società, che trova nei suoi processi storici stratificazioni successive delle istanze individuali da interpretare e accompagnare, che integrano nell’azione politica il faccia a faccia con il presente. Saper stare nel presente è tanto il compito della politica, quanto lo è del sociale vivo nel sistema dell’informazione, nella rappresentanza degli interessi di lavoratori e imprese, nel sistema della formazione intermedia e universitaria, negli istituti di ricerca. L’impegno a stare nel presente è un fatto politico, ma l’assunzione di serietà e responsabilità collettiva, che nel presente precede e orienta ogni impegno, è un fatto di tutti e per tutti.

Il capitolo «Processi formativi» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025

Roma, 5 dicembre 2025 – Se la scuola non prepara al futuro. Secondo una indagine del Censis, il 28,3% dei giovani di 16-19 anni ritiene che la scuola non li prepari adeguatamente al futuro (il dato sale al 32,7% tra i 18-19enni). Sette su dieci esprimono invece un giudizio positivo, riconoscendo alla scuola una preparazione sufficiente (53,3%) o adeguata (18,4%) alle sfide che dovranno affrontare. Il 74,6% dei ragazzi insoddisfatti pensa che la vita vera sia fuori dalla scuola, il 57,8% non ritiene che la scuola possa aiutarli a capire meglio il mondo, il 53,0% non pensa che la scuola sia una palestra di vita. Così, il 26,1% degli insoddisfatti (contro il 7,6% di chi ritiene che la scuola prepari in modo almeno sufficiente) non pensa che a scuola stia mettendo le basi per il proprio futuro e il 27,2% non crede che studiando possa realizzare i propri obiettivi. Il disorientamento rispetto a un futuro incerto aumenta tra i giovani più critici verso la scuola. Ma molti giovani avanzano proposte. Il 56,1% vorrebbe ricevere dalla scuola indicazioni pratiche su come muoversi nel mondo del lavoro, il 41,9% reclama una didattica innovativa e lezioni più dinamiche, il 31,1% vorrebbe programmi scolastici più attenti alla realtà contemporanea. L’educazione affettiva e sessuale è un bisogno espresso dal 34,7% dei giovani, il 19,0% vorrebbe insegnamenti per imparare a riconoscere le fake news e le truffe online.

Intelligenza artificiale a scuola: il punto di vista degli studenti. Il 72,0% degli studenti della scuola secondaria di II grado utilizza l’Ia per lo studio o nella vita personale, il 53,1% ha nella propria classe insegnanti favorevoli al suo impiego nella didattica, il 33,8% ha docenti che la utilizzano come supporto all’apprendimento. Il 72,0% è consapevole che l’utilizzo esperto dell’Ia è una competenza fondamentale per il futuro e ritiene quindi che dovrebbe essere oggetto di insegnamento. Il 59,2% crede che velocizzi alcune fasi dell’apprendimento, favorendo l’approfondimento dei temi più complessi. Il 53,9% afferma che li ha aiutati a sviluppare un metodo di studio, nuove idee o modi originali di affrontare i compiti. Ma il 71,7% controlla sempre che il contenuto generato dall’Ia sia corretto. E il 46,0% dichiara di provare frustrazione quando altri studenti ottengono buoni voti grazie all’Ia. La maggioranza desidera impiegarla soprattutto per spiegazioni personalizzate su ciò che non comprende (43,5%) e per esercitarsi con quiz, verifiche o simulazioni (42,9%). Il 31,9% la considera un supporto nella scrittura. Solo il 13,5% ammette di considerarla uno strumento utile per svolgere velocemente i compiti e liberare così più tempo per sé.

I Neet e la transizione istruzione-lavoro. Tra il 2019 e il 2024 la quota di Neet di 18-29 anni (giovani non impegnati in percorsi di studio o formazione, né in attività lavorative) è diminuita di 7,5 punti percentuali, passando dal 25,9% al 18,4% del totale, sebbene l’Italia resti al di sopra della media europea (13,2%). I Neet 18-24enni, che nel 2019 erano il 23,0% (10 punti sopra la media Ue), nel 2024 sono scesi al 16,2% (4 punti sopra la media Ue, attestata al 12,0%). Mentre i Neet 25-29enni sono scesi dal 29,6% al 21,5%, riducendosi di oltre 8 punti percentuali (media Ue: 14,7%). Restano ancora da coprire le distanze che separano l’Italia dai Paesi più virtuosi, che nel 2024 hanno registrato quote di Neet non superiori al 10%: Paesi Bassi (5,8%), Malta (7,2%), Svezia (7,7%), Slovenia (7,9%), Danimarca (9,2%), Irlanda (9,3%), Austria e Germania (10,0% in entrambi i casi). Il gap da colmare richiede una transizione più fluida dall’istruzione al mercato del lavoro e una contaminazione dei due ambiti. Da questo punto di vista, ai vertici della graduatoria sono i Paesi del Nord Europa: i Paesi Bassi sono primi in graduatoria con il 56,1% di 18-24enni che studiano e lavorano. Seguono Danimarca (43,5%) e Germania (35,9%), poi Irlanda (34,1%), Finlandia (31,6%), Svezia (29,9%) e Austria (29,4%). All’opposto si colloca la Romania, con solo il 4,4% di 18-24enni che conciliano lo studio con il lavoro, preceduta in penultima posizione dall’Italia (5,7%), superata anche dalla Grecia (5,8%). La numerosità dei Neet è infatti ridotta nei Paesi a più alta intensità di giovani adulti che lavorano e studiano, Paesi in cui è consolidato l’impiego di dispositivi che permettono ai giovani di acquisire competenze sul posto di lavoro, facilitando così il loro inserimento occupazionale.

Università: aumento delle immatricolazioni e progressiva ridefinizione delle traiettorie di studio. Nell’anno accademico 2024-2025 si conferma la tendenza positiva delle immatricolazioni, con un aumentato del 5,3%. L’incremento non è stato però uniforme a livello geografico. Sono stati gli atenei del Centro a registrare l’aumento più consistente di immatricolati (+14,0%), seguiti da quelli meridionali (+6,1%) e poi dal Nord-Est (+2,0%), mentre nel Nord-Ovest la variazione è stata negativa (-0,9%). Le scelte degli atenei, infatti, devono misurarsi con la sostenibilità economica per le famiglie degli studenti. La mobilità studentesca si sta contraendo. Dopo l’incremento registrato nell’anno accademico 2021-2022, quando gli immatricolati fuori regione erano il 21,6% del totale (+1,2% rispetto all’anno prima), negli anni successivi l’andamento è stato decrescente: il 20,8% nel 2022-2023, il 19,6% nel 2023-2024, il 17,6% nel 2024-2025. Se nell’anno accademico 2024-2025 sono ancora gli atenei del Nord-Est i più attrattivi, con un saldo positivo tra immatricolati fuori regione e residenti immatricolati in altre regioni pari al 10,9%, seguiti da quelli del Centro (+8,2%) e da quelli del Nord-Ovest (+2,6%), tali valori però sono nettamente più bassi rispetto a quelli del 2019-2020 sia nel Nord-Est (il saldo allora era pari a +13,9%), sia al Nord-Ovest (+8,1%). Negli atenei meridionali invece l’indice di attrattività, seppure ancora negativo, si è ridotto di 8 punti percentuali, in ragione della diminuzione degli studenti immatricolati fuori dalle regioni di residenza: da -23,8% nel 2019-2020 a -15,8% nel 2024-2025. A livello regionale il più attrattivo è il sistema universitario dell’Emilia Romagna, con un saldo positivo pari a +26,3%, seguito dagli atenei di Umbria (+18,0%) e Lazio (+11,2%), poi Trentino Alto Adige (+9,1%), Toscana (+6,0%), Lombardia (+5,6%), Friuli Venezia Giulia (+2,2%) e Piemonte (+1,9%).

Apprendimento permanente: chi rimane indietro? La formazione continua e permanente degli adulti è centrale nelle politiche formative delle economie avanzate. Tra il 2020 e 2024 il tasso di partecipazione all’apprendimento formale e non formale in Italia è aumentato dal 7,1% dei 25-64enni al 10,4%. Non si è però annullata la distanza dalla media europea, pari al 13,5%. Se si considera la partecipazione alla formazione nei dodici mesi, lo scenario è scoraggiante: sia l’Italia che l’Ue nel suo complesso sono ancora distanti dall’obiettivo 2030 di almeno il 60% di adulti inseriti in attività formative, con tassi rispettivamente del 20,9% e del 28,5%. Solo la Svezia ha raggiunto e superato la soglia del 60%. Danimarca, Estonia e Finlandia sono oltre il 50%. L’Italia si posiziona agli ultimi posti, con un tasso superiore solo a Germania, Polonia, Romania, Croazia, Grecia, Bulgaria. Il valore italiano del 20,9% è composto dall’8,2% di formati 25-64enni con al più la licenza media, dal 20,9% di diplomati e dal 39,8% di persone con titoli terziari. La propensione individuale all’apprendimento è quindi più elevata tra chi ha una maggiore consuetudine con lo studio. Fuori dal circuito educativo restano proprio gli adulti che presentano le maggiori necessità.

Il capitolo «Lavoro, professionalità, rappresentanze» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025

Roma, 5 dicembre 2025 – Il rinserramento collettivo nel lavoro. Quasi la metà degli italiani (il 46,4%) preferirebbe un impiego dipendente nel settore pubblico, il 30,6% opterebbe per il privato e solo l’11,0% sceglierebbe la libera professione o l’imprenditoria. La stabilità è il motivo dominante: il 63,0% degli occupati nel settore pubblico la indica come la prima ragione, seguita dalla certezza del reddito fisso (55,1%) e dalla possibilità di evitare il rischio di licenziamento (35,2%). Gli italiani cercano soprattutto impieghi duraturi, capaci di garantire continuità nel tempo. Infatti, la permanenza media nello stesso lavoro è di 11,7 anni, a fronte di una media dell’Unione europea di 9,9 anni. Nonostante questa domanda pressante di sicurezza, solo il 38% dei lavoratori italiani ritiene il proprio ambiente professionale psicologicamente ed emotivamente salubre: un valore ben al di sotto di quello registrato nei Paesi nordeuropei, che superano il 60%.

Il ruolo centrale dell’engagement nella produttività del lavoratore e dell’azienda. Solo il 29,4% degli occupati dipendenti nel settore privato in Italia si sente molto motivato a dare il massimo nel proprio lavoro. Tra i lavoratori over 55 lo afferma più di uno su tre (il 37,5%), tra gli under 44 la quota scende a circa uno su quattro (il 24,0%). Anche la posizione occupata all’interno delle gerarchie aziendali fa la differenza: i dipendenti intermedi mostrano un tasso di motivazione elevato: il 32,2% contro il 26,1% di chi svolge mansioni esecutive. Quando l’engagement viene a mancare, sorge il disimpegno, conseguenza di diversi fattori: il disallineamento tra le competenze del lavoratore e le mansioni affidate, e la disillusione, con un distacco emotivo dalle attività lavorative svolte e la perdita di centralità del lavoro nella vita delle persone. La disaffezione al lavoro rappresenta una delle maggiori sfide per le imprese. Il 38,3% dei lavoratori percepisce un impatto forte e tangibile sulla produttività aziendale, un ulteriore 34,2% lo riconosce come un fattore influente.

Il lavoro invisibile che ancora ricade sulle donne: la gestione domestica. In Italia più della metà delle donne (il 54,4%) si occupa personalmente delle faccende domestiche, a fronte di appena il 17,6% degli uomini. La differenza è di quasi 37 punti percentuali. Il lavoro invisibile, ovvero la cura della casa e della famiglia, resta prevalentemente un carico femminile. Si sottrae del tutto alle mansioni domestiche il 14,9% degli uomini, contro solo il 5,6% delle donne. Il 67,5% degli uomini si occupa delle faccende insieme ad altri membri della famiglia, mentre solo il 40,0% delle donne condivide con altri il carico di lavoro. Quasi 6 donne su 10 (il 59,0%) vi dedicano almeno due ore al giorno.

Il peso del lavoro di cura: benessere mentale e lavorativo dei caregiver. Il benessere lavorativo e psicofisico dei caregiver familiari, stimati in 7 milioni nell’ultima rilevazione del 2019, riveste un ruolo centrale nella pianificazione delle politiche sanitarie e sociali. Solo il 14,2% dei caregiver italiani ha beneficiato di orari di lavoro flessibili e il 14,1% ha modificato il proprio orario di lavoro, contro una media europea rispettivamente del 15,6% e del 14,6% (in Germania si sale rispettivamente al 21,4% e al 19,4%). Il prolungamento dei periodi lontani dal lavoro ha interessato il 10,1% dei caregiver italiani, contro il 9,7% della media europea e il 6,3% dei colleghi in Germania, attestando una peggiore conciliazione di lavoro e attività di cura in Italia. Nel nostro Paese il 23,8% dei caregiver riferisce sintomi depressivi moderati, il 13,6% sintomi moderatamente severi (il 15,8% tra le donne, il 6,5% tra gli uomini) e il 7,3% sintomi gravi. Si spiega perché solo il 30,4% afferma di godere di una buona salute e solo il 6,1% di una salute molto buona.

Seconde chance: il lavoro dei detenuti in Italia. Il tasso di sovraffollamento nelle carceri italiane sfiora il 133% e il rapporto tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria si attesta a 20,2 detenuti ogni 10 agenti. Una sproporzione che appesantisce la gestione ordinaria e alimenta il clima di fatica diffuso all’interno delle strutture carcerarie. Oltre un quarto (il 27%) dei detenuti con condanna definitiva deve scontare più di dieci anni, quasi due terzi (il 64%) tra i due e i dieci anni, mentre appena il 9% ha davanti a sé una pena inferiore a due anni. Alla fine del 2024 i detenuti coinvolti in attività lavorative erano 21.235, a fronte di una popolazione detenuta di 61.861 persone. Un numero in crescita rispetto ai 14.686 occupati del 2004: in poco più di vent’anni si contano 6.549 lavoranti in più. Dal 2004 al 2024 la quota di detenuti lavoranti sul totale è passata dal 26,6% al 34,3%, con un incremento complessivo del 44,6%. Solo negli ultimi due anni si è registrato un ulteriore +5,8%. L’unica battuta d’arresto si è avuta tra il 2004 e il 2010 (-3,5%), mentre in tutti gli altri periodi la crescita è stata costante. A trainare questo aumento è stata soprattutto l’occupazione alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, che ha sempre riguardato più dell’80% dei detenuti lavoratori e che nel 2024 ha raggiunto l’85,1%. Tra il 2004 e il 2024 i detenuti occupati in questa forma sono aumentati del 48,6%, con un balzo del 6,0% tra il 2023 e il 2024. Se al 31 agosto 2025 la popolazione carceraria ha raggiunto quota 63.167, resta ancora evidente lo scarto tra chi sconta una pena e chi ha accesso a una seconda chance attraverso il lavoro.

Il capitolo «Il sistema di welfare» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025

Roma, 5 dicembre 2025 – Il difficile esercizio della professione nel Servizio sanitario nazionale: il caso dei medici. Sono 22.049 i casi di aggressioni registrati in un anno ai danni di medici, infermieri e altri operatori sanitari nelle regioni italiane. I dati rendono evidente il contesto spesso ostile in cui i medici lavorano. Da un’indagine del Censis risulta che il 66,0% dei medici non ha tempo sufficiente per fornire informazioni e dialogare con pazienti e familiari, il 65,9% esercita la professione in strutture con gravi carenze di personale, il 51,8% è stato costretto a utilizzare attrezzature obsolete o non perfettamente funzionanti. Così, il 91,2% dei medici ritiene che lavorare nel Servizio sanitario nazionale sia diventato più difficile e stressante, il 41,2% non si sente sicuro quando svolge il proprio lavoro a causa del moltiplicarsi degli episodi di violenza, il 18,0% ha paura di lavorare di notte. Al 25,4% dei medici è capitato di subire minacce da pazienti o familiari, il 16,4% ha ricevuto denunce e il 3,8% ha subito violenza fisica. Sono i segnali di una deriva patologica del rapporto medico-paziente. Agli occhi dei cittadini esasperati, i medici finiscono per incarnare le inefficienze del Servizio sanitario, tanto che il 71,8% dei medici dichiara di sentirsi un capro espiatorio delle carenze del sistema. 

La nuova sessualità femminile. Il 92,5% delle donne tra 18 e 60 anni ha avuto rapporti sessuali completi o incompleti nel corso della vita, mentre il 7,5% non ne ha mai avuti. Il 60,9% dichiara di avere attualmente almeno un rapporto sessuale alla settimana, il 22,5% meno di una volta alla settimana ma entro i tre o quattro mesi, il 6,4% tra i quattro e i sei mesi, il 10,3% non ha al momento una vita sessuale attiva. La maggioranza delle donne attribuisce al sesso la funzione primaria di dare piacere (61,6%), mentre il richiamo alla funzione procreativa è residuale (1,9%). Per il 56,4% sessualità e amore sono separabili. Il 78,8% ritiene che oggi, più che in passato, sono loro a fare il primo passo per creare un contatto con il partner desiderato (ne è convinto anche il 65,1% degli uomini). Il 63,7% delle donne (il 59,7% degli uomini) considera antiquata la rappresentazione stereotipata dell’uomo nella veste del cacciatore e della donna nel ruolo della preda. Riguardo alla contraccezione, il 42,7% delle donne chiede al partner di utilizzare il profilattico, il 26,2% prende la pillola anticoncezionale, il 21,7% pratica il coito interrotto, il 5,6% tiene conto dei giorni fertili. Anche se tra le donne prevale una sessualità consapevole, una minoranza dà ancora credito a falsi miti: per il 16,6% (il 23,7% degli uomini) è impossibile rimanere incinte se si hanno le mestruazioni, l’8,9% (il 9,1% degli uomini) crede che nelle notti di luna piena le donne siano più fertili, il 5,1% (il 6,4% degli uomini) pensa che la pillola anticoncezionale protegga dalle infezioni sessualmente trasmissibili, il 3,8% (il 5,3% degli uomini) ritiene che al primo rapporto sessuale non si possa rimanere incinte.

I genitori che investono sui figli. Per molti genitori è diventato prioritario investire risorse economiche per rendere meno faticosa la corsa a ostacoli dei figli nella vita. Il 78,7% dei genitori dichiara di investire per costruire un futuro più sereno per figli e nipoti, il 66,0% risparmia per finanziare spese importanti come il matrimonio o l’acquisto della prima casa dei figli, il 63,4% spende per le loro attività extrascolastiche. Si tratta di una vera e propria cultura dell’investimento familiare, che trova nel risparmio il motore necessario per supportare i figli nella transizione alla condizione adulta. Tuttavia, l’impegno si misura con un clima di aspettative decrescenti. Il 49,8% dei genitori crede che in futuro la condizione economica dei figli sarà peggiore della propria, solo il 29,1% pensa che sarà migliore e il 17,6% uguale. Il 52,7% dei genitori ritiene che i propri figli, e i giovani italiani in generale, farebbero meglio a cercare un lavoro all’estero.

Gestire bene i rischi: verso una cultura laica della protezione. Il sistema di welfare non garantisce più coperture ampie. Così, il 78,5% degli italiani teme che, se si trovasse in condizione di non autosufficienza, non potrebbe contare su servizi sanitari e assistenziali adeguati. Lo stesso vale per i rischi ambientali: il 72,3% crede che, in caso di eventi atmosferici estremi o catastrofi naturali, gli aiuti finanziari dello Stato sarebbero insufficienti. Di conseguenza, il 54,7% si dichiara disposto a destinare fino a 70 euro al mese per tutelarsi dal rischio di non autosufficienza, dai danni legati al cambiamento climatico o da altri eventi avversi. Il 52,3% ritiene di poter ristrutturare i propri consumi, riducendo alcune spese per destinare quanto risparmiato all’acquisto di strumenti assicurativi (vita, salute, non autosufficienza). La disponibilità, tuttavia, non si traduce in comportamenti concreti: il 70,0% degli italiani non sta facendo nulla sul piano finanziario o assicurativo per tutelarsi in caso di non autosufficienza. Solo il 10,7% si dice pronto a ricorrere a polizze assicurative per affrontare questa eventualità. La maggioranza sceglie soluzioni alternative: il 37,2% si limita a dire che ci penserà se e quando accadrà, il 34,5% ricorrerà ai risparmi, il 22,0% conterà sul welfare pubblico, il 19,9% sull’aiuto dei familiari, il 14,7% su amici e volontari.

Longevità e welfare informale: il motore invisibile della coesione sociale. La longevità è diventata una silenziosa componente essenziale del welfare informale, inteso come l’insieme delle attività di cura e sostegno economico che si sviluppano al di fuori dei canali istituzionali e del mercato, affidandosi alla rete familiare. Il 43,2% dei pensionati garantisce regolarmente aiuti economici a figli, nipoti o parenti. Il 61,8% ha versato (o ha intenzione di farlo in futuro) un contributo economico a figli o nipoti per sostenere spese importanti, come l’anticipo per l’acquisto della casa. D’altra parte, il 54,2% degli italiani ritiene giusto indicizzare all’inflazione anche le pensioni di valore superiore ai 2.500 euro lordi: idea che riflette la consapevolezza che le pensioni non sono rendite eccesive, perché danno supporto anche a figli e nipoti. I longevi italiani appaiono sobri nella gestione delle risorse: il 94,2% è cauto nelle spese e tende a risparmiare per affrontare eventuali malattie o condizioni di non autosufficienza, l’89,7% si dichiara attento nella gestione dei propri risparmi a causa della persistente incertezza economica, l’82,2% esercita un controllo accurato e costante del bilancio familiare, monitorando le entrate e le uscite. Si registra inoltre la disponibilità di molti anziani a restare attivi anche dopo il pensionamento: il 72,6% degli attuali pensionati vorrebbe poter continuare a lavorare, ma senza penalizzazioni fiscali.

Il capitolo «Territorio e reti» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025

Roma, 5 dicembre 2025 – Lo spread territoriale: le asimmetrie nei prestiti alle imprese. In Italia il tasso di interesse medio sui nuovi prestiti per le imprese risulta in calo da 7 trimestri consecutivi, avendo raggiunto il picco del 5,75% nel terzo trimestre del 2023 e attestandosi al 3,99% nel secondo trimestre di quest’anno. La curva discendente dei tassi ha portato a un aumento del volume dei prestiti concessi alle imprese europee. Ma tra le imprese italiane permangono differenze significative nell’erogazione del credito a seconda delle dimensioni aziendali. Tra dicembre 2023 e dicembre 2024 la contrazione dei prestiti è stata particolarmente incisiva tra le microaziende a rischio alto o elevato (-7,92%, in aumento rispetto al -7,18% del dicembre 2024), come per le medie imprese a rischio basso (-5,96% a dicembre 2024, con un parziale recupero a -3,63% nel dicembre successivo). L’espansione del credito ha riguardato solo le grandi imprese a rischio basso, ma nell’ultimo periodo la riduzione dei prestiti è stata meno selettiva anche per le microimprese a rischio basso (-0,68%) e per le piccole imprese con un livello di rischio contenuto (-2,40%). Si osserva anche una differenza sostanziale delle condizioni per le imprese del Mezzogiorno. Ad esempio, lo spread del Taeg tra le imprese in Calabria e nel Lazio era di 151 punti nel secondo trimestre del 2024, tra la Calabria e il Friuli Venezia Giulia raggiunge i 159 punti nel secondo trimestre del 2025.

L’innovazione diseguale: la concentrazione di data center al Nord. I data center sono oggi uno degli asset su cui si misura il potenziale economico di un Paese, in quanto sono la risposta alla crescente domanda di servizi digitali proveniente dal sistema produttivo e dai cittadini. A livello internazionale sono oltre 10.000 i data center attivi: 4.072 sono localizzati negli Stati Uniti, quasi 1.000 sono ripartiti tra Regno Unito e Germania, la Cina ne ospita 379. L’Italia, con 208 data center, si colloca al decimo posto nel mondo, dietro la Francia (379), il Canada (285), l’Australia (273). Oggi i data center attivi in Italia sono collocati in 48 comuni diversi, 26 nel Nord, 14 nel Mezzogiorno: 73 sono localizzati nel comune di Milano, 21 nel comune di Roma, 11 nella provincia di Torino. Poco più della metà si trova quindi in sole tre grandi città metropolitane. La prima città del Sud per numero di data center è Bari (6), dopo Padova e Bergamo (entrambe con 7), mentre Caserta si posiziona al 9° posto (5 strutture).

Eppur si muove: continuità e discontinuità nelle dinamiche migratorie interne. Tra il 2010 e il 2024 i saldi tra le iscrizioni e le cancellazioni di residenza evidenziano un andamento del saldo negativo del Mezzogiorno altalenante, con due picchi di emigrazioni: nel 2012, quando hanno lasciato il Sud più di 72.000 persone, e il 2018, quando ne sono partite più di 79.000. Le regioni del Centro, dopo il picco di 32.000 nuovi residenti nel 2012, hanno perso gradualmente attrattività, raggiungendo il minimo nel 2024, con 5.047 trasferimenti. Il Nord ha registrato flussi per lo più speculari a quelli del Mezzogiorno, dopo il calo di attrattività del Centro, con il massimo di 72.000 nuovi residenti nel 2018. Tra il 2012 e il 2018 Roma e Milano sono state fortemente attrattive, con un picco per Roma di 18.000 nuovi residenti nel 2012 e più di 12.000 per Milano nel 2013. Poi è seguita una fase di peggioramento dei saldi migratori interni avviata nel 2019. Nel 2024 Milano ha registrato un deficit di 10.530 residenti. E se nel 2013 il saldo delle migrazioni interne vedeva quasi 27.000 nuovi abitanti delle città provenienti da piccoli centri urbani o da zone rurali, nel 2024 le città hanno perso quasi 24.000 abitanti, che si sono trasferiti per vivere in piccoli centri, sobborghi e zone scarsamente popolate.

Il consumo di suolo in Italia: la lunga distanza tra obiettivi e realtà. Dal 2006 al 2023 il nostro Paese ha sottratto oltre 129.000 ettari alla disponibilità naturale e paesaggistica. A fronte dei 639,1 kmq consumati tra il 2006 e il 2012, nei soli ultimi tre anni il consumo è stato di 234,4 kmq, a una media annua che ha oscillato tra 70 e 85 kmq. Tra il 2006 e il 2023 il 36,1% del suolo consumato è stato destinato a usi permanenti, il 40,7% è potenzialmente reversibile. Ma il dato nazionale (il 7,16% di suolo consumato nel 2023, rispetto al 7,14% dell’anno precedente) cela profonde differenze territoriali. Alcune regioni del Nord, come la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna, evidenziano una pressione costante, frutto di una combinazione tra dinamiche demografiche, espansione economica e sviluppo infrastrutturale. In questi territori il suolo consumato aumenta in modo più marcato, con valori pro capite che raggiungono i 452 mq in Emilia Romagna, 449 mq in Veneto, 533 mq in Friuli Venezia Giulia. In regioni come il Molise e la Basilicata invece la pressione appare più contenuta, ma i valori pro capite risultano tra i più alti d’Italia (rispettivamente, 602 mq e 596 mq). La Campania si distingue nel panorama meridionale per un dato significativamente più elevato: con oltre il 10,5% di suolo consumato, si colloca al 4° posto tra tutte le regioni italiane.

La normalità dell’eccezione: l’Emilia Romagna, Ravenna e le alluvioni. L’alluvione del 2023 in Emilia Romagna, seguita poi da una seconda l’anno successivo, ha provocato danni per un valore stimato in circa 10 miliardi di euro, ovvero lo 0,47% del Pil. Il territorio ravennate, il più colpito dalle due alluvioni, sta vivendo periodi caldi più lunghi e ecosistemi locali con nuove fragilità. Il 2023 e il 2024 sono stati gli anni con la temperatura più elevata nell’ultimo ventennio. La pioggia si è concentrata in momenti ravvicinati e di forte intensità: 905 mm la media del 2024. In alcuni comuni i giorni con precipitazioni oltre i 30 mm sono stati 10. Il 22,2% del territorio provinciale è a elevato rischio idraulico. Oltre l’87% della popolazione vive in aree a media pericolosità idraulica. Anche il patrimonio presente sul territorio è esposto significativamente, con circa 90.000 edifici ubicati in aree a medio rischio e oltre 15.000 unità in zone ad alta pericolosità, 1.496 beni culturali collocati in aree a media pericolosità e 183 in zone ad alto rischio.

Il capitolo «I soggetti economici dello sviluppo» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025

Roma, 5 dicembre 2025 – L’effetto-incertezza e l’effetto-attesa dei dazi. L’incertezza provocata dai dazi applicati dagli Usa ha avuto effetti immediati sul commercio italo-americano. Le variazioni tendenziali del nostro export hanno registrato un andamento anomalo e discontinuo, passando dal -9,6% di febbraio al +41,2% di marzo, per poi alternare cali e rimbalzi fino al picco di luglio (+24,1%) e al crollo di agosto (-21,2%). Più che la domanda effettiva, a guidare le scelte delle imprese è stato l’effetto-attesa, con spedizioni anticipate per eludere l’impatto delle tariffe. La stessa incertezza ha raggiunto i consumatori europei: il 40,3% si aspetta dai dazi un innalzamento dell’inflazione, il 23,9% prevede un freno alla crescita dell’eurozona, il 13,4% teme un peggioramento delle proprie condizioni finanziarie.

La ricchezza delle famiglie italiane e il nuovo ciclo di finanziarizzazione. Tra il primo trimestre del 2011 e il primo trimestre del 2025 (quasi quindici anni) la ricchezza delle famiglie italiane è diminuita in termini reali dell’8,5%. Dividendo le famiglie italiane per decili di ricchezza detenuta, il 50% delle famiglie più povere ha visto diminuire la propria ricchezza del 23,2%, le famiglie distribuite tra il sesto e l’ottavo decile hanno subito una riduzione del patrimonio iniziale tra il 35,3% e il 24,3%, tra le famiglie del nono decile la diminuzione è stata del 17,1%, mentre il 10% delle famiglie più ricche ha visto aumentare la propria ricchezza del 5,9%. All’inizio del 2025, il 60% della ricchezza nazionale è posseduto da 2,6 milioni di famiglie appartenenti al decimo decile. Di più: il 48% della ricchezza è in mano a 1,3 milioni di famiglie che costituiscono il 5% delle famiglie più abbienti. La quota di ricchezza detenuta da 13 milioni di famiglie che si trovano invece alla base della piramide patrimoniale è scesa dall’8,7% del 2011 al 7,3% del 2025.

Automazione e salari: il caso dell’automotive. L’Italia risulta al sesto posto nel mondo per numero di robot industriali installati nel 2023, con più di 10.000 nuove installazioni. Pur incomparabile con le 276.000 nuove installazioni cinesi, il dato ha portato l’Italia alla quattordicesima posizione tra le economie mondiali per intensità di automazione, con una quantità di robot installati per numero di addetti superiore alla media europea, statunitense e asiatica. Tra il 1995 e il 2022 nel settore dell’automotive sono cresciuti in termini reali sia la produzione (+61,4%), sia il valore aggiunto (+17,2%), a fronte di una riduzione costante della forza lavoro impiegata (da 207.000 addetti a 163.000: -21,3%). Questa combinazione di fattori mostra come un aumento della produttività sia reso possibile dalla maggiore automazione dei processi produttivi. Tuttavia, se nello stesso periodo il valore aggiunto per occupato è lievitato del 48,8%, i salari sono aumentati in maniera non proporzionale: solo del 9,3%.

Sempre meno imprenditori. In vent’anni, dal 2004 al 2024, il numero dei titolari d’impresa in Italia è diminuito da 3.428.000 a 2.844.000, con una riduzione di 585.000 unità (-17,0%). In particolare, i titolari d’impresa fino a 29 anni sono oggi 153.425, ovvero 132.000 in meno rispetto al 2004 (-46,0%). La componente più giovane rappresenta così il 5,4% dei titolari d’impresa, mentre pesava per l’8,3% nel 2004. Fino al 2016 gli imprenditori con una età compresa tra i 30 e i 49 anni erano maggioritari (il 50,6% nel 2008), mentre adesso sono il 40,7%. Nel frattempo, gli imprenditori più anziani, con 50 anni e oltre, sono arrivati a rappresentare il 10,0% del totale dei titolari d’impresa (erano l’8,1% nel 2004). Non basta più nemmeno il contributo dei titolari d’impresa stranieri a compensare la deriva di invecchiamento della classe imprenditoriale italiana: oggi sono 461.000 e rappresentano il 16,2% del totale, diminuiti dello 0,3% tra il 2021 e il 2024 (ma del 6,4% al Centro e dell’1,5% nel Mezzogiorno).

Globalizzazione produttiva italiana: un equilibrio tra attrazione di capitali esteri e proiezione delle imprese nazionali. Le multinazionali estere in Italia sono 18.434 e impiegano più di 1,7 milioni di addetti. Il fatturato per addetto (516.000 euro in media) segnala una produttività elevata. Le multinazionali italiane presenti all’estero sono numericamente di più (25.491), ma mediamente più piccole (69 addetti per impresa). Nonostante l’occupazione complessiva sia analoga (quasi 1,8 milioni di persone), restano inferiori sia il fatturato complessivo (552 miliardi di euro), sia la produttività per addetto (315.000 euro). I piani di investimento delle multinazionali italiane per il biennio 2023-2024 si concentrano sulla produzione di merci e servizi (30,5%) e su distribuzione e logistica (26,5%). Si tratta di un’espansione che privilegia il presidio operativo e commerciale, più che la delocalizzazione della ricerca o dei servizi finanziari. Segue l’intenzione di investire per la delocalizzazione di attività di marketing e servizi post-vendita (17,9%), soprattutto da parte delle imprese dell’industria (21,9%) rispetto a quelle dei servizi (13,3%). L’accesso a nuovi mercati è la motivazione quasi universale (oltre il 96% dei casi) alla base della scelta di realizzare nuovi investimenti esteri da parte delle imprese a controllo nazionale. È alto anche l’interesse a garantire l’aumento della qualità o lo sviluppo di nuovi prodotti, soprattutto tra le aziende attive nei servizi (70,8%) rispetto all’industria (66,5%).  L’innovazione e il capitale umano sono importanti per il 56,9% delle imprese nei servizi e per il 50,3% di quelle dell’industria, che indicano di voler investire all’estero per avere accesso a nuove conoscenze e competenze tecniche specializzate.

Il capitolo «Comunicazione e media» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025

Roma, 5 dicembre 2025 – L’evoluzione dei consumi mediatici. La rilevazione dei consumi mediatici degli italiani nell’ultimo anno conferma l’inarrestabile successo dei nuovi media. Il 90,1% degli italiani utilizza internet, l’89,3% lo smartphone, l’86,1% i social network. Tengono però i media audiovisivi di lungo corso. La televisione è sempre la regina dei media con il 94,1% di utenti e la radio si attesta al 79,1%. Invece resta critica la situazione dei media a stampa, a cominciare dai quotidiani cartacei venduti in edicola, che nel 2024 hanno toccato il minimo storico con il 21,7% di lettori: -45,3% dal 2007. Si registra ancora una limatura dei lettori dei settimanali (-2,2% rispetto al 2023) che arrivano a 18,2%, mentre i mensili sono stabili (16,9%). Gli utenti dei quotidiani online sono il 30,5% degli italiani e salgono al 61,0% quanti utilizzano i siti web d’informazione. Gli italiani che leggono libri cartacei scendono del 5,6% in un anno e arrivano a quota 40,2%. I lettori di e-book sono fermi a 13,4%. Un dato particolarmente significativo riguarda il consolidamento delle piattaforme online centrate sull’immagine, che si tratti di contenuti fotografici o di video. Instagram (78,1%), YouTube (77,6%) e TikTok (64,2%) rappresentano i tre poli principali di questo ecosistema. Facebook è utilizzato dal 66,3% della popolazione complessiva, ma tra i giovani registra una presenza più ridotta (55,2%). Invece WhatsApp è usato dall’87,4% e Telegram dal 42,9% della popolazione giovanile.

L’economia del tempo e il tempo della solitudine. Nel 2025 il 46,1% degli italiani tra i 16 e i 64 anni trascorre mediamente più di 4 ore al giorno utilizzando dispositivi digitali per ragioni non lavorative. L’intensità di utilizzo è maggiore tra i più giovani: hanno trascorso in media più di 4 ore al giorno con in mano uno smartphone il 64,5% degli adolescenti tra 16 e 17 anni e più della metà delle persone tra 18 e 34 anni. Ha trascorso più di 7 ore al giorno a contatto con un dispositivo digitale l’11,3% dei 18-34enni e più di 9 ore l’8,5% dei 35-49enni. Assumendo una media di 8 ore di sonno al giorno, ciò significa che il 20% delle persone nel pieno della loro maturità trascorre all’incirca la metà del proprio tempo di veglia nello spazio senza luogo del digitale. Non a caso, il 77,6% degli italiani ritiene che i media digitali siano pensati appositamente per ridurre i tempi di attenzione e creare forme di dipendenza. Infatti, il 63,0% degli italiani si sente molto o abbastanza dipendente dalle tecnologie digitali (il dato sale al 71,0% tra i giovani di 16-17 anni). Non sorprende perciò che il 65,6% degli italiani adesso senta spesso l’esigenza di disconnettersi.

È vero? No, è deepfake. Con l’aumento costante delle persone che si informano online, i deepfake (contenuti audiovisivi generati con l’Ia) assumono un ruolo sempre più centrale: innovazione per l’intrattenimento, ma anche minaccia per la qualità dell’informazione. Il 60,5% degli italiani dichiara di averne visto almeno uno, soprattutto contenuti di intrattenimento artefatti (27,5%), contenuti informativi manipolati (15,0%) e truffe digitali (11,3%). Secondo gli italiani, i principali motivi per cui si crede ai deepfake sono l’eccessiva fiducia riposta nelle fonti online (35,6%), l’alta qualità dei deepfake (28,0%), la mancanza di competenze per distinguere il vero dal falso (27,8%), la distrazione durante la fruizione dei contenuti online (19,6%), la conferma di convinzioni personali pregresse (18,4%). Di conseguenza, il 44,9% ora si fida meno dei contenuti online, il 17,2% teme che le proprie immagini condivise sui social network possano essere utilizzate per realizzare deepfake, il 16,5% diffida dell’informazione proposta online, il 13,6% ha completamente smesso di leggere notizie sui social. Resta il 7,6% che non concepisce i deepfake come una minaccia.

Influencer: i protagonisti della scena digitale. Il 71,2% degli italiani afferma di non aver mai seguito i macro-influencer, mentre il 21,4% continua a seguirli ancora oggi. I giovani tendono a seguirli meno (12,9%) o prestano maggiore attenzione alla qualità dei loro contenuti rispetto al passato (10,0%). Il 6,6% preferisce seguire figure che trattano temi specifici, mentre il 4,8% manifesta una preferenza per i micro-influencer. È invece l’81,9% degli over 65 a dichiarare di non aver mai seguito i macro-influencer, a fronte del 51,4% dei giovani. Cambia anche il modo di interpretare il ruolo degli influencer: il 34,3% degli italiani (con una prevalenza tra gli over 65: 44,1%) dichiara che i macro-influencer sono stati divi per un breve periodo, ma che oggi la loro capacità di influenza sta diminuendo. Il 25,8% ritiene invece che siano i divi di oggi e che lo resteranno per molto tempo. Il 16,6% li considera figure carismatiche. La scelta di seguire invece creator con un minore seguito (i micro-influencer) è dettata dalla volontà degli utenti di vivere un’esperienza più autentica e spontanea: vale per il 23,2% degli italiani.

News a portata di scroll. Il telegiornale resta il mezzo più seguito dagli italiani per informarsi, con un’utenza complessiva del 47,7% della popolazione, ma alle sue spalle si collocano Facebook (36,4%), i motori di ricerca online (23,3%), le tv all news (18,9%) e i siti web d’informazione (17,2%). Seguono poi le piattaforme social più conosciute, come Instagram, consultato dal 16,7% degli utenti, YouTube (15,5%) e TikTok (14,4%). Tra i giovani le nuove fonti d’informazione superano nettamente i tg, visto che tra loro l’utenza scende dal 42,3% del 2021 al 22,5% del 2024. YouTube invece si attesta al 22,8% di utenza e i motori di ricerca su internet al 24,1%.

Il capitolo «Sicurezza e cittadinanza» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025

Roma, 5 dicembre 2025 – Fragili metropoli: la paura nelle grandi città. A 3 residenti su 4 nelle grandi realtà urbane (il 73,4% del totale) è capitato almeno una volta di essere stato vittima o testimone di un evento pericoloso. In particolare, il 54,9% ha assistito almeno una volta a una rissa e l’11,1% è stato direttamente coinvolto, il 40,2% è stato testimone di uno scippo o di un borseggio e il 26,1% è stato scippato o borseggiato, il 23,6% ha subito molestie sessuali di vario genere e gravità, il 10,7% è stato aggredito da uno sconosciuto. Roma è al primo posto in Italia per numero di reati commessi (271.779 nel 2024), seguita da Milano (226.860 reati). Anche in rapporto al numero di residenti, al primo posto c’è Milano (con 69,9 reati ogni 1.000 abitanti) e Roma è al terzo posto (con 64,3 reati ogni 1.000 abitanti). Ma nel primo semestre del 2025 i reati commessi a Roma si sono ridotti del 7,0% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e a Milano dello 0,9%. A gonfiare il dato relativo ai furti a Roma sono i borseggi: nel 2024 nella capitale ne sono stati denunciati 33.468, il 23,8% del totale nazionale, compiuti a un ritmo di 92 al giorno. Segnali positivi vengono anche in questo caso dai primi sei mesi del 2025, quando i borseggi a Roma si sono ridotti del 13,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sia a Roma che a Milano aumentano le rapine in pubblica via. A Milano nel 2024 sono state 2.624, in crescita del 32,1% rispetto all’anno pre-pandemia. Nello stesso anno a Roma ne sono state commesse 2.016, il 51,5% in più di quelle commesse nel 2019. Anche questi reati nei primi sei mesi del 2025 si riducono: del 18,4% a Milano e del 24,5% a Roma, rispetto a una contrazione media nazionale dell’8,4%. Preoccupante è il dato sulle violenze sessuali, che a Milano nel 2024 sono state 691 (circa il 10% del totale nazionale), con un incremento del 67,3% rispetto al 2019, e a Roma 510, in crescita del 22,3%. Anche le violenze sessuali nel 2025 sono in diminuzione: nel primo semestre fanno registrare un calo del 20,8% a Milano e del 16,2% a Roma (-11,7% in Italia).

La criminalità nemica degli esercizi commerciali. Oggi i negozi sono molto meno numerosi di dieci anni fa. Nel 2014 in Italia si contavano 834.857 esercizi commerciali in sede fissa, oggi ne sono rimasti 747.106: in un decennio ne sono scomparsi 87.751 (-10,5%). Il rischio è che la criminalità rappresenti un ulteriore nemico degli esercizi di prossimità già in crisi: li colpisce provocando un danno economico diretto e indirettamente perché l’aumento dell’allarme sociale allontana i cittadini dalle strade. Nel 2024 sono stati commessi 74.267 furti e 4.151 rapine in esercizi commerciali, che hanno colpito il 10,5% dei negozi: ogni anno un negozio ogni dieci subisce un furto o una rapina. Nel primo semestre del 2025 le rapine negli esercizi commerciali sono però diminuite (-2,6% rispetto allo stesso periodo del 2024), mentre i furti risultano in leggero aumento. Nel 2024 al primo posto per numero di furti e rapine in negozi si trova Milano, dove ne sono stati commessi 9.878, il 12,6% del totale nazionale, in crescita dell’1,1% rispetto all’anno precedente. Segue Roma, con 7.708 furti e rapine in esercizi commerciali, il 9,8% del totale nazionale, aumentati dell’1,5% rispetto al 2023.

La sicurezza sul lavoro: chi sì e chi no. Nel 2024 in Italia sono stati denunciati 518.497 infortuni sul lavoro, 22 ogni 1.000 occupati. Di questi, 1.191 hanno avuto un esito mortale. Negli ultimi dieci anni gli occupati sono aumentati (+9,2% dal 2014 al 2024) e gli infortuni si sono ridotti (-10,7%), ma quelli mortali sono in lieve aumento (+0,8% nel decennio). Nel primo semestre del 2025 gli infortuni sul lavoro sono stati 249.549, diminuiti dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Aumentano invece i casi mortali: sono stati 495, il 7,1% in più. Nel 2024 si sono registrate anche 88.384 malattie professionali: 3,7 ogni 1.000 occupati, in crescita del 54,1% negli ultimi dieci anni e del 21,8% solo nell’ultimo anno. Nei primi sei mesi del 2025 le malattie professionali aumentano ancora del 12,0%. Il primo fattore di rischio sul lavoro è dato dal genere: nell’ultimo anno il 65,1% degli infortuni è occorso a uomini e il 92,0% dei morti sul lavoro era di sesso maschile. Inoltre, gli incidenti sul lavoro sono più frequenti tra gli stranieri: nel 2024 il 23,0% di tutti gli infortuni ha riguardato un lavoratore straniero, ma gli occupati di nazionalità estera rappresentano solo il 10,5% del totale dei lavoratori. Un altro fattore di rischio è legato all’età: nel 2024 gli infortuni che hanno coinvolto i giovani di 15-24 anni sono stati 62.050, il 12,0% del totale (61 sono stati mortali), ma gli occupati in quella fascia di età erano solo il 4,8% del totale.

Le paure dei giovani. Il 74,6% dei 18-34enni afferma che negli ultimi cinque anni girare per strada è diventato più pericoloso, il 67,1% quando torna a casa di notte ha paura, il 52,1% ha rinunciato almeno una volta a uscire per timore che potesse accadergli qualcosa di grave, il 39,4% ha paura di restare a casa da solo di notte e il 32,6% accende le luci in più stanze quando si trova da solo in casa. Si tratta di timori diffusi che non si limitano al rischio di subire un reato, ma investono una generazione che affronta il presente sentendosi fragile e vulnerabile e traducendo questa sensibilità anche in paure che riguardano le scelte più comuni e i comportamenti abituali.

Cittadinanza: flussi più forti delle normative. Al censimento del 1991 gli stranieri residenti in Italia erano 356.159 e rappresentavano lo 0,6% della popolazione, oggi sono 5.422.426 e rappresentano il 9,2% della popolazione. Di questi, oltre un milione sono i minori: l’11,9% di tutti i minori che vivono in Italia.  Agli stranieri residenti si devono aggiungere gli oltre 2,3 milioni di cittadini stranieri che negli ultimi vent’anni hanno acquisito la cittadinanza italiana. Il quesito referendario su cui gli italiani sono stati chiamati a esprimersi l’8 e 9 giugno 2025, teso a ridurre da 10 a 5 gli anni di residenza regolare necessari ai cittadini stranieri extracomunitari per richiedere la cittadinanza italiana, avrebbe potuto interessare oltre 2 milioni di persone, ovvero tutti quelli che risultano titolari di un permesso di soggiorno di lungo periodo. È possibile che la bocciatura del referendum influirà sulla discussa normativa volta a introdurre il criterio dello ius culturae. Tuttavia, il 59,2% degli italiani si dichiara d’accordo con questa riforma.

L’Italia nell’età selvaggia

Roma, 5 dicembre 2025 – L’Italia nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco. Nel mondo a soqquadro non è l’economia il vero motore della storia. Lo sono le pulsioni antropologiche profonde: antichi miti e nuove mitologie, paure ancestrali e tensioni messianiche, veementi fedi religiose e risorgenti fanatismi ideologici, culture identitarie radicali, desideri di riconoscimento inappagati, suggestioni della volontà di potenza. Molti fenomeni del nostro tempo, che sfuggono alla pura razionalità economica, come le guerre, i nazionalismi, il protezionismo, non si spiegherebbero altrimenti. Il vitalismo irrazionale soppianta la fiducia ragionevole in un illuminato progressismo liberal. Ci siamo inoltrati in un’età selvaggia, del ferro e del fuoco, di predatori e di prede. E il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. Perciò il 62% degli italiani ritiene che l’Unione europea non abbia un ruolo decisivo nelle partite globali. Il 53% crede che sia destinata alla marginalità in un mondo in cui vincono la forza e l’aggressività, anziché il diritto e l’autorità degli organismi internazionali. Per il 74% l’american way of life non è più un modello socio-culturale, un tempo da imitare e oggi irriconoscibile. Moriremo post-americani? Il 55% è convinto che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita e adesso appartenga a Cina e India. Il 39% ritiene che le controversie tra le grandi potenze si risolvano ormai mediante i conflitti armati, i cui esiti fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale. E il 30% condivide una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi.

Il Grande Debito e il secolo delle società post-welfare. L’aumento vertiginoso dell’indebitamento delle economie occidentali le rende fatalmente più fragili. Tra il 2001 e il 2024 nei Paesi del G7, a fronte di una stentata crescita dell’economia, il debito pubblico è lievitato dal 75,1% al 124,0% del Pil. In Italia dal 108,5% al 134,9%, in Francia dal 59,3% al 113,1%, nel Regno Unito dal 35,0% al 101,2%, negli Stati Uniti dal 53,5% al 122,3%. Non siamo più l’unico malato d’Europa. Nel 2030 il rapporto debito pubblico/Pil nei Paesi del G7 supererà il 137%, ritornando prossimo al livello raggiunto nel 2020 a causa della pandemia, quando sfiorò il 140%. Si annuncia uno shock per le finanze pubbliche analogo a quello vissuto durante l’emergenza sanitaria, ma questa volta il debito record sarà maturato in condizioni ordinarie, in assenza di una pandemia. Il Grande Debito determina una mutazione ontologica dello Stato: da Stato fiscale a Stato debitore. Gli Stati debitori non potranno abbassare le tasse, obiettivo sempre promesso dagli Stati fiscali e puntualmente disatteso. L’ingente debito e la bassa crescita, legata all’invecchiamento demografico e alla riduzione della popolazione attiva, congiurano per un inevitabile ridimensionamento del welfare (il welfare state è un fenomeno storico, non imperituro: può nascere e svilupparsi, ma anche estinguersi). Gli interessi pesano come zavorre sui conti pubblici e restringono anche gli spazi di manovra sugli investimenti produttivi e gli stimoli alla crescita. A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro (+38,2% rispetto a settembre 2001). Nell’ultimo anno la spesa per interessi è stata pari a 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del Pil: il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), anche più della Grecia (3,5%) e molto al di sopra della media europea (1,9%). Gli interessi pagati superano non solo la spesa per i servizi ospedalieri (54,1 miliardi), ma l’intero valore degli investimenti pubblici (78,3 miliardi) e ammontano a più di dieci volte quanto l’Italia spende in un anno per la protezione dell’ambiente (7,8 miliardi). La vulnerabilità è accresciuta dal fatto che i titoli del debito pubblico italiano sono in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero: il 33,7% del totale (ovvero più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia. Il Grande Debito inaugura il secolo delle società post-welfare. Ma senza welfare le società diventano incubatori di aggressività e senza pace sociale le democrazie vacillano. Per l’81% degli italiani è ora di punire i giganti del web che sfuggono alla tassazione.

La febbre del ceto medio. Tra le insidie e le minacce ai fondamentali del tradizionale modello di sviluppo italiano pesano anche i fattori endogeni. La regressione demografica, con il progressivo invecchiamento della popolazione e i tassi di natalità in caduta libera, provoca l’arresto dei processi di proliferazione delle piccole imprese. In vent’anni (2004-2024) il numero dei titolari d’impresa si è assottigliato da oltre 3,4 milioni a poco più di 2,8 milioni: -17,0% (quasi 585.000 in meno). I giovani imprenditori con meno di 30 anni sono diminuiti nello stesso periodo del 46,2% (quasi 132.000 in meno). E se il reddito delle piccole imprese (fino a 5 addetti) corrispondeva al 17,8% del Pil nel 2004, e poi era sceso al 15,7% nel 2014, nel 2024 si è ridotto al 14,0%. Si indebolisce anche l’altro pilastro: il lavoro. Nel 2024 il valore reale delle retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2007. Nello stesso periodo il potere d’acquisto pro capite ha subito un taglio del 6,1%, nonostante il recente parziale recupero (+2,0% tra il 2022 e il 2024). Così il ceto medio vive in uno stato febbrile: nella stagnazione o, peggio ancora, rischia di perdere lo status conquistato nel tempo.

I barbari alle porte e la menzogna politica. Secondo il 72% degli italiani la gente non crede più ai partiti, ai leader politici e al Parlamento. Il 63% è convinto che si sia spento ogni sogno collettivo in cui riconoscersi. L’unico leader con una proiezione globale che ottiene la fiducia della maggioranza degli italiani (60,7%) è Leone XIV. Seguono Sánchez (44,9%), Merz (33,5%), von der Leyen (32,8%), Macron (30,9%), Starmer (29,0%), Lula (23,0%), Trump (16,3%), Modi (14,9%), Xi Jinping (13,9%), Putin (12,8%), Orbán (12,4%), Erdoğan (11,0%), Netanyahu (7,3%), Khamenei (7,3%), Kim Jong-un (6,1%). Assistiamo a un capovolgimento dei ruoli nel rapporto tra élite e popolo. Da una parte ci sono i leader europei – il nostro nuovo pantheon politico – con i volti sgomenti come pugili suonati, sotto i colpi sferrati da est e da ovest. Invece di rassicurare, esercitando la tradizionale funzione dell’offerta politica, eventualmente con il ricorso spregiudicato alla menzogna, annunciano la catastrofe, ci mettono davanti al pericolo di morte: la guerra imminente, la irrimediabile perdita di competitività del continente, l’ineluttabile deriva demografica, la marea inarginabile dei migranti, il collasso climatico. Dall’altra ci sono gli italiani, per i quali non è scattato l’allarme rosso: l’apocalisse può attendere. Non si segnalano tentazioni di radicalizzazione: per il 47% le divisioni politiche e la violenza che scuotono gli Stati Uniti sono impensabili nella nostra società. E un intervento militare italiano, anche nel caso in cui un Paese alleato della Nato venisse attaccato, è disapprovato dal 43%. Il 66% ritiene che, se per riarmarsi l’Italia fosse obbligata a tagliare la spesa sociale, allora dovremmo rinunciare a rafforzare la difesa.

Il “Grand Hotel Abisso” e il piacere degli italiani. Gli italiani non sono tipi da prendere alloggio nelle confortevoli stanze del “Grand Hotel Abisso”, dove sperperare gli ultimi averi prima che scocchi la mezzanotte, sporgendosi deliziati e inconsapevoli, con le bende agli occhi, sull’orlo del baratro, mentre ci si allieta con piaceri sfrenati e pasti goduti negli agi, finché non sopraggiungano le tenebre. Certamente no, visto che sono impegnati a districarsi con sagacia e misura tra piccole cicatrici e grandi minacce. Minacce realmente incombenti, non scritte con l’inchiostro simpatico di una messinscena, di cui riconoscono l’attrito urticante sulle loro vite. Al punto di dover immaginare, nell’ora del delirio del potere, la dissennata vanità, l’abominevole crudeltà, la tragica insensatezza di un eventuale conflitto armato dispiegato su larga scala e un nuovo fungo atomico, per suggellare l’indomani la copula oscena di guerra e pace, di distruzione e ricostruzione. E tuttavia non si abbandonano alla seduzione della corriva litania della catastrofe, quasi con compiaciuta rassegnazione, né si lasciano persuadere dalla profezia dal sapore decadente dell’apocalisse dietro l’angolo – annunci che assomigliano alla cerimonia del grandioso fallimento di una civiltà destinata a consumarsi nel falò della inevitabile estinzione. Gran parte degli italiani sprigiona ogni giorno un’energia sorprendente, che dimostra un approccio positivo alla vita. Il piacere non è cercato per esorcizzare nel proprio microcosmo i mali del mondo: è inscritto nel nostro stile di vita come espressione di una connaturata vocazione edonistica. Re dei piaceri è il sesso, liberato dalle antiche censure. I rapporti sessuali tra le persone di 18-60 anni sono molto frequenti. I performanti fanno sesso ogni giorno (sono il 5,3% del totale), gli attivi hanno rapporti due o tre volte alla settimana (29,9%), i regolari una volta alla settimana (27,3%), i saltuari con una cadenza tra il mensile e il quadrimestrale (21,9%), gli occasionali una volta ogni cinque o sei mesi (7,1%) e gli astinenti (chi non fa mai sesso) sono l’8,5%. Insomma, quasi due terzi degli italiani tra i 18 e i 60 anni (il 62,5%) hanno una vita sessuale molto intensa, contrassegnata da un ritmo settimanale. Tra i giovani con meno di 35 anni la percentuale è ancora più alta: il 72,4% (tra loro solo il 6,4% non fa mai sesso). Quali sono le pratiche più diffuse? Il 78,8% pratica con regolarità i preliminari prima del coito, il 74,2% fa sesso orale, il 58,2% la masturbazione reciproca, il 32,6% il sesso anale, il 30,2% il sexting (lo scambio di messaggi espliciti e foto personali), il 26,4% utilizza sex toys durante il rapporto, il 26,0% guarda video porno in coppia, il 22,1% utilizza cibi o bevande nei giochi erotici, il 17,6% fantastica apertamente con il partner su altri amanti, il 14,3% si riprende con lo smartphone durante i rapporti. Una quota minoritaria (il 14,0%) si dedica a pratiche non convenzionali (feticismo, bondage, sadomasochismo), il 7,7% fa sesso con più partner contemporaneamente e partecipa a orge.

Il lungo autunno industriale (e l’antidoto del riarmo). L’indice della produzione industriale è stato negativo per trentadue mesi consecutivi con l’eccezione di tre timidi rimbalzi. In particolare, la produzione manifatturiera è arretrata nel 2023 (-1,6%), nel 2024 (-4,3%) e anche nei primi nove mesi di quest’anno (-1,2%). Il lungo autunno industriale scivolerà nel gelido inverno della deindustrializzazione? Tra i comparti in maggiore sofferenza, quali rischiano di scomparire per sempre? Nel 2024 solo l’alimentare ha registrato un incremento della produzione: +1,9%. Il tessile e abbigliamento è calato dell’11,8%, i mezzi di trasporto del 10,6%, la meccanica del 6,4%, la metallurgia del 4,7%, la farmaceutica dell’1,7%. Solo quattro comparti (elettronica, alimentare, farmaceutica, legno e carta) mostrano segnali di recupero nel 2025. Contestualmente, nei primi nove mesi dell’anno la fabbricazione di armi e munizioni registra un incremento del 31,0% rispetto all’anno scorso.

La divaricazione tra spesa e consumo. L’inflazione ha condizionato pesantemente i comportamenti di consumo delle famiglie. Nel 2024 i prezzi erano più alti del 17,4% rispetto al 2019 e il carrello della spesa (i beni alimentari e per la cura della casa e della persona) era più caro del 23,0%. Si è speso di più, ma si è consumato di meno. Nei cinque anni il costo dei generi alimentari è aumentato del 22,2%, ma il volume effettivamente acquistato si è ridotto del 2,7%. La forbice è ampia anche per vestiario e calzature: +4,9% in valore e -3,5% in volume. I servizi assicurativi e finanziari sono aumentati del 47,3% in termini nominali, ma l’utilizzo si è ridotto del 2,0%. I soli servizi finanziari (pari al 3,2% della spesa delle famiglie, ovvero 40 miliardi di euro) hanno registrato un aumento del prezzo del 106,2% nel periodo 2019-2024.

La senilizzazione del mercato del lavoro. La demografia cambia volto all’occupazione. L’incremento di 833.000 occupati registrato nel biennio 2023-2024 è dovuto prevalentemente alle persone con 50 anni e oltre: +704.000 (ovvero l’84,5% di tutta la nuova occupazione). Il saldo positivo nei primi dieci mesi del 2025 (206.000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che aumentano di 410.000 unità (+4,2%), a fronte di -96.000 occupati di 35-49 anni (-1,1%) e -109.000 con meno di 35 anni (-2,0%). Tra i giovani sono in netto aumento gli inattivi: +176.000 nei primi dieci mesi dell’anno (+3,0%). Nel biennio 2023-2024 l’input di lavoro supera largamente la crescita dell’economia: +3,7% gli occupati, +5,3% le ore lavorate, solo +1,7% il Pil. Conseguentemente, calano gli indicatori di produttività: -2,0% il valore aggiunto per occupato e -3,5% il valore aggiunto per ora lavorata.

Rinunciare all’immigrazione? Sono più di 5,4 milioni gli stranieri che vivono in Italia (il 9,2% della popolazione residente), ma la gran parte si trova in condizioni di marginalità. Il 29,0% dei lavoratori stranieri (che sono in totale 2.514.000, ovvero il 10,5% degli occupati) è a tempo determinato o ha un impiego part time involontario (tra gli italiani la quota corrispondente si ferma al 17,2%). Il 29,4% svolge un lavoro non qualificato (l’8,0% tra gli italiani) e il 55,4% degli occupati stranieri laureati risulta sovraqualificato, ovvero possiede un titolo di studio troppo elevato per il lavoro svolto (il 18,7% tra gli italiani). Il 35,6% degli stranieri vive sotto la soglia della povertà assoluta (il 7,4% tra gli italiani). Siamo inclini a guardare con favore gli stranieri quando svolgono lavori faticosi e poco qualificati, o quando accudiscono gli anziani e i bambini, ma non siamo propensi a concedere loro gli stessi diritti di cittadinanza degli autoctoni. Il 63% degli italiani pensa che i flussi in ingresso degli immigrati vadano limitati, il 59% è convinto che un quartiere si degrada quando sono presenti tanti immigrati, il 54% percepisce gli stranieri come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali, solo il 37% consentirebbe l’accesso ai concorsi pubblici a chi non possiede la cittadinanza italiana e solo il 38% è favorevole a concedere agli stranieri il voto alle elezioni amministrative.

La nuova geografia della vitalità sociale nelle città-contenitore. A fronte di una riduzione della popolazione residente in Italia del 2,3% nel decennio 2014-2024 (quasi 1,4 milioni in meno), si ridisegna la geografia della vitalità sociale. La popolazione aumenta nelle città intermedie del Nord-Est e nei comuni limitrofi di alcune aree metropolitane. Nell’ultimo decennio i residenti sono aumentati soprattutto a Parma (+4,9%), Prato (+3,8%), Latina (+3,7%), Mantova (+3,6%), Brescia (+3,5%). Due sono i driver che spingono la marcia in avanti: le opportunità di lavoro e la presenza di stranieri. Tra le aree metropolitane, 11 hanno visto ridursi i propri abitanti tra il 2014 e il 2024 (da un minimo del -1,6% di Firenze a un massimo del -7,1% di Messina), Roma è stabile (+0,2%), Milano (+1,9%) e Bologna (+1,9%) sono cresciute.

Se l’offerta culturale diventa un dispositivo esperienziale. Nel 2024 la spesa per soggiorni culturali e nelle città d’arte dei viaggiatori stranieri è aumentata del 7,1% rispetto al 2023, raggiungendo il 56,4% del totale della spesa per vacanze sul territorio nazionale. Il fenomeno riguarda quasi 20 milioni di persone (+4,6% rispetto al 2023), pari al 55,9% dei 35 milioni di viaggiatori arrivati dall’estero. La tendenza si consolida: nel primo semestre del 2025 la spesa dei turisti stranieri per vacanze in Italia segna un +13,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, negli ultimi vent’anni (2004-2024) la spesa per la cultura delle famiglie italiane si è invece drasticamente ridotta (-34,6%). Si tratta di poco più di 12 miliardi di euro nell’ultimo anno, ovvero poco più di un terzo di quanto spendiamo nell’insieme per smartphone e computer (quasi 14,5 miliardi nel 2024: +723,3% negli ultimi vent’anni) e servizi di telefonia e traffico dati (17,5 miliardi). La riduzione dei consumi culturali dipende dalla forte contrazione della spesa per giornali (-48,3% in vent’anni) e libri (-24,6%). Ma contemporaneamente gli altri consumi di beni (+14,2%) e servizi culturali (+28,9%) non sono affatto diminuiti. Nell’ultimo anno il 45,5% degli italiani è andato al cinema, il 24,7% ha assistito a eventi musicali, il 22,0% a spettacoli teatrali, il 10,8% a concerti di musica classica e all’opera. Musei e mostre sono stati visitati dal 33,6% degli italiani, siti archeologici e monumenti dal 30,9%. L’offerta culturale diventa sempre più un dispositivo esperienziale.

Manifestazioni e piazze virtuali: la partecipazione senza delega politica. Alle ultime elezioni politiche del 2022 gli astenuti hanno raggiunto la quota record del 36,1% degli aventi diritto, 9 punti percentuali in più rispetto alle precedenti elezioni del 2018. Alle europee del 2024 il 51,7% degli elettori ha disertato le urne (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, gli astenuti si fermarono al 14,3%). Nel 2003 il 57,1% degli italiani si informava regolarmente di politica, nel 2024 la percentuale è scesa al 48,2%. I cittadini che ascoltano dibattiti politici erano allora il 21,1% e sono oggi il 10,8%. La partecipazione ai comizi si è dimezzata: dal 5,7% al 2,5% (dal 6,3% all’1,9% tra i giovani di 20-24 anni). E le mobilitazioni di piazza raccolgono sempre meno adesioni: nel 2003 il 6,8% degli italiani aveva partecipato a cortei, vent’anni dopo il 3,3%. Un’eccezione, dunque, le recenti proteste per il conflitto in Palestina.

Gli immortali. L’Italia continua a invecchiare rapidamente. Le persone dai 65 anni in su rappresentano il 24,7% della popolazione (14,6 milioni di persone): erano il 18,1% nel 2000 (10,3 milioni) e il 9,3% nel 1960 (4,6 milioni). L’aspettativa di vita è arrivata a 85,5 anni per le donne e 81,4 per gli uomini: circa 5 mesi in più solo nell’ultimo anno. E i centenari, 594 nel 1960, diventati 4.765 nel 2000, oggi sono 23.548. Nel 2045 le persone dai 65 anni in su saranno aumentate di quasi 4,5 milioni e raggiungeranno i 19 milioni (il 34,1% della popolazione). Il desiderio di prolungare l’esistenza sfuggendo alle malattie è la regola che accomuna la nuova generazione di anziani. Una tendenza a vivere come eterni adulti, senza limitazioni legate all’avanzare dell’età. Con la consapevolezza di custodire e trasmettere in eredità risorse, non solo materiali, di cui le giovani generazioni non potranno godere in ugual misura.