Un Paese che ha saputo porsi faccia a faccia con il presente
Roma, 5 dicembre 2025 – Il Paese ha saputo, più e meglio di altre grandi democrazie occidentali, porsi faccia a faccia con il presente. La società italiana, non riuscendo a spezzare la trappola del declino, ha rimodulato attese e desideri. Certo, scontando la perdita di potenza dei trascorsi processi di ascesa economica e sociale, e senza poter contare su riforme e adeguamenti strutturali alle grandi trasformazioni in corso. Nel saper stare insieme sull’esistente si sfebbrano gli eccessi, si metabolizzano aggressività ed esclusione, si contrasta l’instabilità politica e sociale, si limitano le conseguenze del ritardo dello sviluppo economico. Ma l’autonoma difesa immunitaria non basta: non può sostituire la necessità di visione e di azione.
Se resistere, adattarsi, stare dentro le crisi è diventata un’attitudine italiana, stare nel presente non deve ridursi però all’eccesso di presenza di gesti e parole, in una sterile disputa quotidiana su qualsiasi argomento di attualità, magari nell’auspicio di mobilitare la società. Il più importante terreno di impegno sul quale misurarsi oggi consiste nel coltivare il presente al di là di ogni ambizione di presenza.
Davanti all’incessante flusso di immagini delle devastazioni e degli stermini che invade le nostre case, un’idea di progresso per il prossimo decennio richiede l’impegno per la pace, intesa non solo come obiettivo morale, ma come fondamento di crescita e coesione sociale.
In un’epoca di verticalizzazione e personalizzazione del potere, in cui torna a dominare la forza e a vincere la politica di potenza delle nazioni, viene da chiedersi a chi spetti il compito di contenerne le tragiche conseguenze, se non all’Europa. Con la sua capacità di stare nel mezzo: non di rappresentare, cioè, la risposta concreta alle grandi sfide epocali (dal cambiamento climatico all’intelligenza artificiale), ma di modellare lentamente gli argini senza i miti delle facili alleanze, delle labili ideologie, dell’omologazione dei comportamenti e delle strutture sociali. Tuttavia, senza una dimensione da grande potenza economica, senza una grande solidità finanziaria, tecnologica o politica, senza una capacità diplomatica coesa e di altissimo livello, dobbiamo prendere atto che per l’Unione europea è impossibile assimilare nel presente le grandi tensioni del mercato globale o il tentativo di dominio dei tecnocrati delle transizioni. Viene quindi da chiedersi se gli anticorpi in reazione ai rischi dell’epoca modellino una diversa autocoscienza della società e preparino un nuovo schema di pace e di sviluppo, o se al contrario ne rimarchino la senescenza, l’invecchiamento non solo demografico ma anche culturale, finanziario, tecnologico.
In Italia la cetomedizzazione dal basso non è finita. Al contrario, per molti versi vince ancora. C’è stata e c’è, sa stare nel presente, sa sgarbugliare gli intrecci di uno sviluppo squilibrato, nei territori intermedi come nelle grandi città. È stata e resta una base preziosa di stabilità nelle grandi e piccole crisi, interne e internazionali. Un tessuto certo infragilito, dagli orli sfrangiati e dai rammendi vistosi, dagli investimenti prudenti, segnato dal mancato compimento di molte attese di progressiva accumulazione individuale di ricchezza e troppe volte ripiegato nell’attesa di benefici ereditari. Ora la laguna della cetomedizzazione ha prodotto un nuovo ceto medio che non rinuncia a viaggiare e a consumare, ma lo fa con un biglietto di classe Economy, e di quando in quando si concede l’upgrade di un biglietto Premium.
Se attraversiamo un’epoca in cui occorre essere realisti, stare sulle sfide del presente, lavorare più sulla staffetta generazionale che non sul conflitto tra generazioni, allora lavorare faccia a faccia con il presente diventa il lato positivo e fertile di un governo ibrido dello sviluppo, senza rimandi astratti alle cose nuove da fare in un futuro prossimo.
Ma sarebbe ingeneroso attribuire solo alla decisione politica le responsabilità e i difetti della presenza pubblica nello schema di gioco della promozione e regolazione della crescita economica e sociale. Accanto alla politica vivono meccanismi profondamente radicati nella società, che trova nei suoi processi storici stratificazioni successive delle istanze individuali da interpretare e accompagnare, che integrano nell’azione politica il faccia a faccia con il presente. Saper stare nel presente è tanto il compito della politica, quanto lo è del sociale vivo nel sistema dell’informazione, nella rappresentanza degli interessi di lavoratori e imprese, nel sistema della formazione intermedia e universitaria, negli istituti di ricerca. L’impegno a stare nel presente è un fatto politico, ma l’assunzione di serietà e responsabilità collettiva, che nel presente precede e orienta ogni impegno, è un fatto di tutti e per tutti.
Il capitolo «Comunicazione e media» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025
Roma, 5 dicembre 2025 – L’evoluzione dei consumi mediatici. La rilevazione dei consumi mediatici degli italiani nell’ultimo anno conferma l’inarrestabile successo dei nuovi media. Il 90,1% degli italiani utilizza internet, l’89,3% lo smartphone, l’86,1% i social network. Tengono però i media audiovisivi di lungo corso. La televisione è sempre la regina dei media con il 94,1% di utenti e la radio si attesta al 79,1%. Invece resta critica la situazione dei media a stampa, a cominciare dai quotidiani cartacei venduti in edicola, che nel 2024 hanno toccato il minimo storico con il 21,7% di lettori: -45,3% dal 2007. Si registra ancora una limatura dei lettori dei settimanali (-2,2% rispetto al 2023) che arrivano a 18,2%, mentre i mensili sono stabili (16,9%). Gli utenti dei quotidiani online sono il 30,5% degli italiani e salgono al 61,0% quanti utilizzano i siti web d’informazione. Gli italiani che leggono libri cartacei scendono del 5,6% in un anno e arrivano a quota 40,2%. I lettori di e-book sono fermi a 13,4%. Un dato particolarmente significativo riguarda il consolidamento delle piattaforme online centrate sull’immagine, che si tratti di contenuti fotografici o di video. Instagram (78,1%), YouTube (77,6%) e TikTok (64,2%) rappresentano i tre poli principali di questo ecosistema. Facebook è utilizzato dal 66,3% della popolazione complessiva, ma tra i giovani registra una presenza più ridotta (55,2%). Invece WhatsApp è usato dall’87,4% e Telegram dal 42,9% della popolazione giovanile.
L’economia del tempo e il tempo della solitudine. Nel 2025 il 46,1% degli italiani tra i 16 e i 64 anni trascorre mediamente più di 4 ore al giorno utilizzando dispositivi digitali per ragioni non lavorative. L’intensità di utilizzo è maggiore tra i più giovani: hanno trascorso in media più di 4 ore al giorno con in mano uno smartphone il 64,5% degli adolescenti tra 16 e 17 anni e più della metà delle persone tra 18 e 34 anni. Ha trascorso più di 7 ore al giorno a contatto con un dispositivo digitale l’11,3% dei 18-34enni e più di 9 ore l’8,5% dei 35-49enni. Assumendo una media di 8 ore di sonno al giorno, ciò significa che il 20% delle persone nel pieno della loro maturità trascorre all’incirca la metà del proprio tempo di veglia nello spazio senza luogo del digitale. Non a caso, il 77,6% degli italiani ritiene che i media digitali siano pensati appositamente per ridurre i tempi di attenzione e creare forme di dipendenza. Infatti, il 63,0% degli italiani si sente molto o abbastanza dipendente dalle tecnologie digitali (il dato sale al 71,0% tra i giovani di 16-17 anni). Non sorprende perciò che il 65,6% degli italiani adesso senta spesso l’esigenza di disconnettersi.
È vero? No, è deepfake. Con l’aumento costante delle persone che si informano online, i deepfake (contenuti audiovisivi generati con l’Ia) assumono un ruolo sempre più centrale: innovazione per l’intrattenimento, ma anche minaccia per la qualità dell’informazione. Il 60,5% degli italiani dichiara di averne visto almeno uno, soprattutto contenuti di intrattenimento artefatti (27,5%), contenuti informativi manipolati (15,0%) e truffe digitali (11,3%). Secondo gli italiani, i principali motivi per cui si crede ai deepfake sono l’eccessiva fiducia riposta nelle fonti online (35,6%), l’alta qualità dei deepfake (28,0%), la mancanza di competenze per distinguere il vero dal falso (27,8%), la distrazione durante la fruizione dei contenuti online (19,6%), la conferma di convinzioni personali pregresse (18,4%). Di conseguenza, il 44,9% ora si fida meno dei contenuti online, il 17,2% teme che le proprie immagini condivise sui social network possano essere utilizzate per realizzare deepfake, il 16,5% diffida dell’informazione proposta online, il 13,6% ha completamente smesso di leggere notizie sui social. Resta il 7,6% che non concepisce i deepfake come una minaccia.
Influencer: i protagonisti della scena digitale. Il 71,2% degli italiani afferma di non aver mai seguito i macro-influencer, mentre il 21,4% continua a seguirli ancora oggi. I giovani tendono a seguirli meno (12,9%) o prestano maggiore attenzione alla qualità dei loro contenuti rispetto al passato (10,0%). Il 6,6% preferisce seguire figure che trattano temi specifici, mentre il 4,8% manifesta una preferenza per i micro-influencer. È invece l’81,9% degli over 65 a dichiarare di non aver mai seguito i macro-influencer, a fronte del 51,4% dei giovani. Cambia anche il modo di interpretare il ruolo degli influencer: il 34,3% degli italiani (con una prevalenza tra gli over 65: 44,1%) dichiara che i macro-influencer sono stati divi per un breve periodo, ma che oggi la loro capacità di influenza sta diminuendo. Il 25,8% ritiene invece che siano i divi di oggi e che lo resteranno per molto tempo. Il 16,6% li considera figure carismatiche. La scelta di seguire invece creator con un minore seguito (i micro-influencer) è dettata dalla volontà degli utenti di vivere un’esperienza più autentica e spontanea: vale per il 23,2% degli italiani.
News a portata di scroll. Il telegiornale resta il mezzo più seguito dagli italiani per informarsi, con un’utenza complessiva del 47,7% della popolazione, ma alle sue spalle si collocano Facebook (36,4%), i motori di ricerca online (23,3%), le tv all news (18,9%) e i siti web d’informazione (17,2%). Seguono poi le piattaforme social più conosciute, come Instagram, consultato dal 16,7% degli utenti, YouTube (15,5%) e TikTok (14,4%). Tra i giovani le nuove fonti d’informazione superano nettamente i tg, visto che tra loro l’utenza scende dal 42,3% del 2021 al 22,5% del 2024. YouTube invece si attesta al 22,8% di utenza e i motori di ricerca su internet al 24,1%.
L’Italia nell’età selvaggia
Roma, 5 dicembre 2025 – L’Italia nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco. Nel mondo a soqquadro non è l’economia il vero motore della storia. Lo sono le pulsioni antropologiche profonde: antichi miti e nuove mitologie, paure ancestrali e tensioni messianiche, veementi fedi religiose e risorgenti fanatismi ideologici, culture identitarie radicali, desideri di riconoscimento inappagati, suggestioni della volontà di potenza. Molti fenomeni del nostro tempo, che sfuggono alla pura razionalità economica, come le guerre, i nazionalismi, il protezionismo, non si spiegherebbero altrimenti. Il vitalismo irrazionale soppianta la fiducia ragionevole in un illuminato progressismo liberal. Ci siamo inoltrati in un’età selvaggia, del ferro e del fuoco, di predatori e di prede. E il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. Perciò il 62% degli italiani ritiene che l’Unione europea non abbia un ruolo decisivo nelle partite globali. Il 53% crede che sia destinata alla marginalità in un mondo in cui vincono la forza e l’aggressività, anziché il diritto e l’autorità degli organismi internazionali. Per il 74% l’american way of life non è più un modello socio-culturale, un tempo da imitare e oggi irriconoscibile. Moriremo post-americani? Il 55% è convinto che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita e adesso appartenga a Cina e India. Il 39% ritiene che le controversie tra le grandi potenze si risolvano ormai mediante i conflitti armati, i cui esiti fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale. E il 30% condivide una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi.
Il Grande Debito e il secolo delle società post-welfare. L’aumento vertiginoso dell’indebitamento delle economie occidentali le rende fatalmente più fragili. Tra il 2001 e il 2024 nei Paesi del G7, a fronte di una stentata crescita dell’economia, il debito pubblico è lievitato dal 75,1% al 124,0% del Pil. In Italia dal 108,5% al 134,9%, in Francia dal 59,3% al 113,1%, nel Regno Unito dal 35,0% al 101,2%, negli Stati Uniti dal 53,5% al 122,3%. Non siamo più l’unico malato d’Europa. Nel 2030 il rapporto debito pubblico/Pil nei Paesi del G7 supererà il 137%, ritornando prossimo al livello raggiunto nel 2020 a causa della pandemia, quando sfiorò il 140%. Si annuncia uno shock per le finanze pubbliche analogo a quello vissuto durante l’emergenza sanitaria, ma questa volta il debito record sarà maturato in condizioni ordinarie, in assenza di una pandemia. Il Grande Debito determina una mutazione ontologica dello Stato: da Stato fiscale a Stato debitore. Gli Stati debitori non potranno abbassare le tasse, obiettivo sempre promesso dagli Stati fiscali e puntualmente disatteso. L’ingente debito e la bassa crescita, legata all’invecchiamento demografico e alla riduzione della popolazione attiva, congiurano per un inevitabile ridimensionamento del welfare (il welfare state è un fenomeno storico, non imperituro: può nascere e svilupparsi, ma anche estinguersi). Gli interessi pesano come zavorre sui conti pubblici e restringono anche gli spazi di manovra sugli investimenti produttivi e gli stimoli alla crescita. A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro (+38,2% rispetto a settembre 2001). Nell’ultimo anno la spesa per interessi è stata pari a 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del Pil: il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), anche più della Grecia (3,5%) e molto al di sopra della media europea (1,9%). Gli interessi pagati superano non solo la spesa per i servizi ospedalieri (54,1 miliardi), ma l’intero valore degli investimenti pubblici (78,3 miliardi) e ammontano a più di dieci volte quanto l’Italia spende in un anno per la protezione dell’ambiente (7,8 miliardi). La vulnerabilità è accresciuta dal fatto che i titoli del debito pubblico italiano sono in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero: il 33,7% del totale (ovvero più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia. Il Grande Debito inaugura il secolo delle società post-welfare. Ma senza welfare le società diventano incubatori di aggressività e senza pace sociale le democrazie vacillano. Per l’81% degli italiani è ora di punire i giganti del web che sfuggono alla tassazione.
La febbre del ceto medio. Tra le insidie e le minacce ai fondamentali del tradizionale modello di sviluppo italiano pesano anche i fattori endogeni. La regressione demografica, con il progressivo invecchiamento della popolazione e i tassi di natalità in caduta libera, provoca l’arresto dei processi di proliferazione delle piccole imprese. In vent’anni (2004-2024) il numero dei titolari d’impresa si è assottigliato da oltre 3,4 milioni a poco più di 2,8 milioni: -17,0% (quasi 585.000 in meno). I giovani imprenditori con meno di 30 anni sono diminuiti nello stesso periodo del 46,2% (quasi 132.000 in meno). E se il reddito delle piccole imprese (fino a 5 addetti) corrispondeva al 17,8% del Pil nel 2004, e poi era sceso al 15,7% nel 2014, nel 2024 si è ridotto al 14,0%. Si indebolisce anche l’altro pilastro: il lavoro. Nel 2024 il valore reale delle retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2007. Nello stesso periodo il potere d’acquisto pro capite ha subito un taglio del 6,1%, nonostante il recente parziale recupero (+2,0% tra il 2022 e il 2024). Così il ceto medio vive in uno stato febbrile: nella stagnazione o, peggio ancora, rischia di perdere lo status conquistato nel tempo.
I barbari alle porte e la menzogna politica. Secondo il 72% degli italiani la gente non crede più ai partiti, ai leader politici e al Parlamento. Il 63% è convinto che si sia spento ogni sogno collettivo in cui riconoscersi. L’unico leader con una proiezione globale che ottiene la fiducia della maggioranza degli italiani (60,7%) è Leone XIV. Seguono Sánchez (44,9%), Merz (33,5%), von der Leyen (32,8%), Macron (30,9%), Starmer (29,0%), Lula (23,0%), Trump (16,3%), Modi (14,9%), Xi Jinping (13,9%), Putin (12,8%), Orbán (12,4%), Erdoğan (11,0%), Netanyahu (7,3%), Khamenei (7,3%), Kim Jong-un (6,1%). Assistiamo a un capovolgimento dei ruoli nel rapporto tra élite e popolo. Da una parte ci sono i leader europei – il nostro nuovo pantheon politico – con i volti sgomenti come pugili suonati, sotto i colpi sferrati da est e da ovest. Invece di rassicurare, esercitando la tradizionale funzione dell’offerta politica, eventualmente con il ricorso spregiudicato alla menzogna, annunciano la catastrofe, ci mettono davanti al pericolo di morte: la guerra imminente, la irrimediabile perdita di competitività del continente, l’ineluttabile deriva demografica, la marea inarginabile dei migranti, il collasso climatico. Dall’altra ci sono gli italiani, per i quali non è scattato l’allarme rosso: l’apocalisse può attendere. Non si segnalano tentazioni di radicalizzazione: per il 47% le divisioni politiche e la violenza che scuotono gli Stati Uniti sono impensabili nella nostra società. E un intervento militare italiano, anche nel caso in cui un Paese alleato della Nato venisse attaccato, è disapprovato dal 43%. Il 66% ritiene che, se per riarmarsi l’Italia fosse obbligata a tagliare la spesa sociale, allora dovremmo rinunciare a rafforzare la difesa.
Il “Grand Hotel Abisso” e il piacere degli italiani. Gli italiani non sono tipi da prendere alloggio nelle confortevoli stanze del “Grand Hotel Abisso”, dove sperperare gli ultimi averi prima che scocchi la mezzanotte, sporgendosi deliziati e inconsapevoli, con le bende agli occhi, sull’orlo del baratro, mentre ci si allieta con piaceri sfrenati e pasti goduti negli agi, finché non sopraggiungano le tenebre. Certamente no, visto che sono impegnati a districarsi con sagacia e misura tra piccole cicatrici e grandi minacce. Minacce realmente incombenti, non scritte con l’inchiostro simpatico di una messinscena, di cui riconoscono l’attrito urticante sulle loro vite. Al punto di dover immaginare, nell’ora del delirio del potere, la dissennata vanità, l’abominevole crudeltà, la tragica insensatezza di un eventuale conflitto armato dispiegato su larga scala e un nuovo fungo atomico, per suggellare l’indomani la copula oscena di guerra e pace, di distruzione e ricostruzione. E tuttavia non si abbandonano alla seduzione della corriva litania della catastrofe, quasi con compiaciuta rassegnazione, né si lasciano persuadere dalla profezia dal sapore decadente dell’apocalisse dietro l’angolo – annunci che assomigliano alla cerimonia del grandioso fallimento di una civiltà destinata a consumarsi nel falò della inevitabile estinzione. Gran parte degli italiani sprigiona ogni giorno un’energia sorprendente, che dimostra un approccio positivo alla vita. Il piacere non è cercato per esorcizzare nel proprio microcosmo i mali del mondo: è inscritto nel nostro stile di vita come espressione di una connaturata vocazione edonistica. Re dei piaceri è il sesso, liberato dalle antiche censure. I rapporti sessuali tra le persone di 18-60 anni sono molto frequenti. I performanti fanno sesso ogni giorno (sono il 5,3% del totale), gli attivi hanno rapporti due o tre volte alla settimana (29,9%), i regolari una volta alla settimana (27,3%), i saltuari con una cadenza tra il mensile e il quadrimestrale (21,9%), gli occasionali una volta ogni cinque o sei mesi (7,1%) e gli astinenti (chi non fa mai sesso) sono l’8,5%. Insomma, quasi due terzi degli italiani tra i 18 e i 60 anni (il 62,5%) hanno una vita sessuale molto intensa, contrassegnata da un ritmo settimanale. Tra i giovani con meno di 35 anni la percentuale è ancora più alta: il 72,4% (tra loro solo il 6,4% non fa mai sesso). Quali sono le pratiche più diffuse? Il 78,8% pratica con regolarità i preliminari prima del coito, il 74,2% fa sesso orale, il 58,2% la masturbazione reciproca, il 32,6% il sesso anale, il 30,2% il sexting (lo scambio di messaggi espliciti e foto personali), il 26,4% utilizza sex toys durante il rapporto, il 26,0% guarda video porno in coppia, il 22,1% utilizza cibi o bevande nei giochi erotici, il 17,6% fantastica apertamente con il partner su altri amanti, il 14,3% si riprende con lo smartphone durante i rapporti. Una quota minoritaria (il 14,0%) si dedica a pratiche non convenzionali (feticismo, bondage, sadomasochismo), il 7,7% fa sesso con più partner contemporaneamente e partecipa a orge.
Il lungo autunno industriale (e l’antidoto del riarmo). L’indice della produzione industriale è stato negativo per trentadue mesi consecutivi con l’eccezione di tre timidi rimbalzi. In particolare, la produzione manifatturiera è arretrata nel 2023 (-1,6%), nel 2024 (-4,3%) e anche nei primi nove mesi di quest’anno (-1,2%). Il lungo autunno industriale scivolerà nel gelido inverno della deindustrializzazione? Tra i comparti in maggiore sofferenza, quali rischiano di scomparire per sempre? Nel 2024 solo l’alimentare ha registrato un incremento della produzione: +1,9%. Il tessile e abbigliamento è calato dell’11,8%, i mezzi di trasporto del 10,6%, la meccanica del 6,4%, la metallurgia del 4,7%, la farmaceutica dell’1,7%. Solo quattro comparti (elettronica, alimentare, farmaceutica, legno e carta) mostrano segnali di recupero nel 2025. Contestualmente, nei primi nove mesi dell’anno la fabbricazione di armi e munizioni registra un incremento del 31,0% rispetto all’anno scorso.
La divaricazione tra spesa e consumo. L’inflazione ha condizionato pesantemente i comportamenti di consumo delle famiglie. Nel 2024 i prezzi erano più alti del 17,4% rispetto al 2019 e il carrello della spesa (i beni alimentari e per la cura della casa e della persona) era più caro del 23,0%. Si è speso di più, ma si è consumato di meno. Nei cinque anni il costo dei generi alimentari è aumentato del 22,2%, ma il volume effettivamente acquistato si è ridotto del 2,7%. La forbice è ampia anche per vestiario e calzature: +4,9% in valore e -3,5% in volume. I servizi assicurativi e finanziari sono aumentati del 47,3% in termini nominali, ma l’utilizzo si è ridotto del 2,0%. I soli servizi finanziari (pari al 3,2% della spesa delle famiglie, ovvero 40 miliardi di euro) hanno registrato un aumento del prezzo del 106,2% nel periodo 2019-2024.
La senilizzazione del mercato del lavoro. La demografia cambia volto all’occupazione. L’incremento di 833.000 occupati registrato nel biennio 2023-2024 è dovuto prevalentemente alle persone con 50 anni e oltre: +704.000 (ovvero l’84,5% di tutta la nuova occupazione). Il saldo positivo nei primi dieci mesi del 2025 (206.000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che aumentano di 410.000 unità (+4,2%), a fronte di -96.000 occupati di 35-49 anni (-1,1%) e -109.000 con meno di 35 anni (-2,0%). Tra i giovani sono in netto aumento gli inattivi: +176.000 nei primi dieci mesi dell’anno (+3,0%). Nel biennio 2023-2024 l’input di lavoro supera largamente la crescita dell’economia: +3,7% gli occupati, +5,3% le ore lavorate, solo +1,7% il Pil. Conseguentemente, calano gli indicatori di produttività: -2,0% il valore aggiunto per occupato e -3,5% il valore aggiunto per ora lavorata.
Rinunciare all’immigrazione? Sono più di 5,4 milioni gli stranieri che vivono in Italia (il 9,2% della popolazione residente), ma la gran parte si trova in condizioni di marginalità. Il 29,0% dei lavoratori stranieri (che sono in totale 2.514.000, ovvero il 10,5% degli occupati) è a tempo determinato o ha un impiego part time involontario (tra gli italiani la quota corrispondente si ferma al 17,2%). Il 29,4% svolge un lavoro non qualificato (l’8,0% tra gli italiani) e il 55,4% degli occupati stranieri laureati risulta sovraqualificato, ovvero possiede un titolo di studio troppo elevato per il lavoro svolto (il 18,7% tra gli italiani). Il 35,6% degli stranieri vive sotto la soglia della povertà assoluta (il 7,4% tra gli italiani). Siamo inclini a guardare con favore gli stranieri quando svolgono lavori faticosi e poco qualificati, o quando accudiscono gli anziani e i bambini, ma non siamo propensi a concedere loro gli stessi diritti di cittadinanza degli autoctoni. Il 63% degli italiani pensa che i flussi in ingresso degli immigrati vadano limitati, il 59% è convinto che un quartiere si degrada quando sono presenti tanti immigrati, il 54% percepisce gli stranieri come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali, solo il 37% consentirebbe l’accesso ai concorsi pubblici a chi non possiede la cittadinanza italiana e solo il 38% è favorevole a concedere agli stranieri il voto alle elezioni amministrative.
La nuova geografia della vitalità sociale nelle città-contenitore. A fronte di una riduzione della popolazione residente in Italia del 2,3% nel decennio 2014-2024 (quasi 1,4 milioni in meno), si ridisegna la geografia della vitalità sociale. La popolazione aumenta nelle città intermedie del Nord-Est e nei comuni limitrofi di alcune aree metropolitane. Nell’ultimo decennio i residenti sono aumentati soprattutto a Parma (+4,9%), Prato (+3,8%), Latina (+3,7%), Mantova (+3,6%), Brescia (+3,5%). Due sono i driver che spingono la marcia in avanti: le opportunità di lavoro e la presenza di stranieri. Tra le aree metropolitane, 11 hanno visto ridursi i propri abitanti tra il 2014 e il 2024 (da un minimo del -1,6% di Firenze a un massimo del -7,1% di Messina), Roma è stabile (+0,2%), Milano (+1,9%) e Bologna (+1,9%) sono cresciute.
Se l’offerta culturale diventa un dispositivo esperienziale. Nel 2024 la spesa per soggiorni culturali e nelle città d’arte dei viaggiatori stranieri è aumentata del 7,1% rispetto al 2023, raggiungendo il 56,4% del totale della spesa per vacanze sul territorio nazionale. Il fenomeno riguarda quasi 20 milioni di persone (+4,6% rispetto al 2023), pari al 55,9% dei 35 milioni di viaggiatori arrivati dall’estero. La tendenza si consolida: nel primo semestre del 2025 la spesa dei turisti stranieri per vacanze in Italia segna un +13,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, negli ultimi vent’anni (2004-2024) la spesa per la cultura delle famiglie italiane si è invece drasticamente ridotta (-34,6%). Si tratta di poco più di 12 miliardi di euro nell’ultimo anno, ovvero poco più di un terzo di quanto spendiamo nell’insieme per smartphone e computer (quasi 14,5 miliardi nel 2024: +723,3% negli ultimi vent’anni) e servizi di telefonia e traffico dati (17,5 miliardi). La riduzione dei consumi culturali dipende dalla forte contrazione della spesa per giornali (-48,3% in vent’anni) e libri (-24,6%). Ma contemporaneamente gli altri consumi di beni (+14,2%) e servizi culturali (+28,9%) non sono affatto diminuiti. Nell’ultimo anno il 45,5% degli italiani è andato al cinema, il 24,7% ha assistito a eventi musicali, il 22,0% a spettacoli teatrali, il 10,8% a concerti di musica classica e all’opera. Musei e mostre sono stati visitati dal 33,6% degli italiani, siti archeologici e monumenti dal 30,9%. L’offerta culturale diventa sempre più un dispositivo esperienziale.
Manifestazioni e piazze virtuali: la partecipazione senza delega politica. Alle ultime elezioni politiche del 2022 gli astenuti hanno raggiunto la quota record del 36,1% degli aventi diritto, 9 punti percentuali in più rispetto alle precedenti elezioni del 2018. Alle europee del 2024 il 51,7% degli elettori ha disertato le urne (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, gli astenuti si fermarono al 14,3%). Nel 2003 il 57,1% degli italiani si informava regolarmente di politica, nel 2024 la percentuale è scesa al 48,2%. I cittadini che ascoltano dibattiti politici erano allora il 21,1% e sono oggi il 10,8%. La partecipazione ai comizi si è dimezzata: dal 5,7% al 2,5% (dal 6,3% all’1,9% tra i giovani di 20-24 anni). E le mobilitazioni di piazza raccolgono sempre meno adesioni: nel 2003 il 6,8% degli italiani aveva partecipato a cortei, vent’anni dopo il 3,3%. Un’eccezione, dunque, le recenti proteste per il conflitto in Palestina.
Gli immortali. L’Italia continua a invecchiare rapidamente. Le persone dai 65 anni in su rappresentano il 24,7% della popolazione (14,6 milioni di persone): erano il 18,1% nel 2000 (10,3 milioni) e il 9,3% nel 1960 (4,6 milioni). L’aspettativa di vita è arrivata a 85,5 anni per le donne e 81,4 per gli uomini: circa 5 mesi in più solo nell’ultimo anno. E i centenari, 594 nel 1960, diventati 4.765 nel 2000, oggi sono 23.548. Nel 2045 le persone dai 65 anni in su saranno aumentate di quasi 4,5 milioni e raggiungeranno i 19 milioni (il 34,1% della popolazione). Il desiderio di prolungare l’esistenza sfuggendo alle malattie è la regola che accomuna la nuova generazione di anziani. Una tendenza a vivere come eterni adulti, senza limitazioni legate all’avanzare dell’età. Con la consapevolezza di custodire e trasmettere in eredità risorse, non solo materiali, di cui le giovani generazioni non potranno godere in ugual misura.
Massimiliano Valerii racconta la sintesi del 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025
Giorgio De Rita presenta le Considerazioni Generali del 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025
Investire sì, ma in sicurezza: 6 italiani su 10 preferiscono rivolgersi al consulente finanziario
Milano, 24 novembre 2025 – Gli italiani e l’educazione finanziaria. Il 55,7% degli italiani si dichiara interessato all’educazione finanziaria ed è disposto a dedicare parte del proprio tempo all’acquisizione o al rafforzamento delle competenze economiche e finanziarie. Il 42,9% degli italiani afferma di non avere né tempo né motivazione per accrescere le proprie conoscenze su risparmio, investimento e in generale economia. Sono disinteressati all’educazione finanziaria: il 38,6% dei giovani, il 40,4% dei 35-64enni e il 50,4% degli over 65; il 58,7% delle persone con basso titolo di studio, il 43,1% con diploma di maturità e il 37,3% tra i laureati. Questi sono alcuni dei risultati disponibili nella Nota per la Comunicazione del VI Rapporto Assogestioni-Censis «Il ruolo dell’educazione finanziaria nella cultura sociale del risparmio degli italiani».
Tante minacce scintillanti al risparmio degli italiani. Il 47,8% degli italiani dichiara di aver ricevuto proposte di investimento nel trading online, tramite social o telefonate, che in seguito si sono rivelate truffe. Inoltre, il 59,5% afferma di essersi più volte imbattuto in pubblicità accattivanti sui social relative a piattaforme di trading online.
La cautela che tutela. L’81,4% dei disinteressati all’educazione finanziaria e l’82,7% di chi si dichiara interessato sarebbe cauto di fronte a proposte di conti di deposito che offrono tassi molto alti; l’80,9% dei primi e l’82,8% dei secondi sarebbe prudente nel caso siano stimolati ad investire somme consistenti, rispetto al suo risparmio totale, su un solo prodotto finanziario/mercato; il 79,3% e l’83,5% nell’investire in aziende che stanno ottenendo grandi risultati economici, ma della cui situazione finanziaria si conosce poco; il 78,9% e il 76,7% nell’investire da solo in autonomia totale in criptovalute, a cominciare dai bitcoin; il 76,4% e l’81,6% per proposte di investimento tramite app di trading che annunciano grandi guadagni con piccole cifre. Dai dati, dunque, emerge che mostrano un atteggiamento complessivamente cauto di fronte alle sollecitazioni anche gli italiani che si dichiarano disinteressati all’educazione finanziaria. L’88,5% dei disinteressati poi si dichiara ancora più cauto e attento nella gestione dei propri risparmi in questa fase storica, ed è l’87,9% tra gli interessati all’educazione finanziaria.
Meglio farsi consigliare. Il 60,6% dei disinteressati e il 62,6% degli interessati dichiarano di preferire il supporto di un esperto per investire i propri soldi. Riguardo a coloro che investono in strumenti finanziari emerge che il 48,4% dei disinteressati ricorre ad un consulente che lo segue con una certa stabilità e il 36,0% ad una banca o finanziaria quando deve procedere ad investire; tra coloro che si dichiarano interessati all’educazione finanziaria le percentuali sono rispettivamente del 52,4% e 48,2%. Inoltre, il 31,9% degli italiani è propenso a utilizzare piattaforme di trading online, purché affiancato da un consulente. È poi il 43,2% dei disinteressati all’educazione finanziaria e il 53,5% di chi si dichiara interessato a ritenere che il trading online semplifica la gestione degli investimenti, ma non può sostituire il consulente.
«Il Rapporto conferma che, al di là del livello di alfabetizzazione finanziaria, esiste una consapevolezza diffusa sull’importanza di affidarsi a figure professionali nella gestione del risparmio» ha commentato il Direttore Generale di Assogestioni, Fabio Galli. «In un contesto segnato da una crescente esposizione a fonti non qualificate e a promesse di guadagni facili, la gestione professionale – svolta da operatori autorizzati e vigilati – costituisce un presidio essenziale per la tutela del risparmio. L’educazione finanziaria svolge un ruolo complementare di strumento di consapevolezza: aiuta le persone a riconoscere il valore della competenza e della trasparenza. È da questa alleanza tra professionalità e consapevolezza che si costruisce un sistema finanziario più inclusivo e orientato al lungo termine».
Rapporto 2025 Family (Net) Work
Il Rapporto 2025 del Family (Net) Work, raccoglie i testi dei paper redatti e presentati nel corso dell’anno dai partner del Network su commissione di Assindatcolf: Censis, EFFE, Centro Studi e Ricerche Idos e la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. Ognuno di questi soggetti, per propria specifica competenza, ha saputo affrontare temi di particolare rilevanza per il settore del lavoro domestico e per le famiglie datrici di lavoro.
Il Censis ha guardato al preoccupante intreccio che in prospettiva può assumere per l’Italia fra l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della quota di persone anziane e la solitudine che spesso si accompagna andando avanti nell’età.
EFFE ha riportato a livello europeo il tema del lavoro irregolare, diffuso in maniera particolare fra i lavoratori domestici, e ha illustrato alcuni strumenti il cui utilizzo dimostra la compatibilità, in termini di spesa, fra sostegno pubblico alle famiglie che necessitano di assistenza per i propri familiari anziani o non autosufficienti e i ritorni positivi, in termini di entrate fiscali e contributive, che questo sostegno consente.
IDOS ha, invece, stimato il fabbisogno di lavoro domestico per il prossimo triennio, una quantificazione che punta ad aiutare a orientare le scelte pubbliche (e politiche) in tema di flussi di lavoratori stranieri.
La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha analizzato l’evoluzione recente del settore nel paper “Il lavoro domestico: tendenze, valutazioni e prospettive” dando conto, con un’elaborazione originale dei dati Inps e con un’indagine diretta, dell’andamento dei rapporti di lavoro e della percezione che i lavoratori domestici hanno del proprio impiego.
Assindatcolf ha fatto il punto sul quadro normativo che interessa il settore del lavoro domestico in Italia e ha messo a disposizione le informazioni del database Family (Net) Work, che raccoglie oltre duecentomila contratti stipulati dalle famiglie associate, grazie ad una collaborazione con Gestisci la tua Colf, Webcolf e Acli in Famiglia.
Nell’insieme, il Rapporto ricostruisce sotto diversi punti di vista l’evoluzione del settore del lavoro domestico, mettendo in luce i nuovi fenomeni sociali ed economici che interessano il settore, ponendosi come strumento di supporto alle famiglie che si rivolgono ai lavoratori domestici per le loro esigenze di assistenza e di supporto.
Il furto in casa: un’esperienza che può capitare a chiunque
Roma, 29 ottobre 2025 – Furti e rapine nelle case degli italiani. Nel 2024 in Italia sono stati denunciati 155.590 furti in casa (+5,4% rispetto al 2023) e 1.891 rapine (+1,8% rispetto al 2023). Roma è in testa alla graduatoria dei comuni capoluogo con 8.699 furti in abitazione nel 2024, per un’incidenza di 31,7 reati ogni 10.000 abitanti. Al secondo posto è Milano con 3.152 furti in casa, 23,1 per 10.000 residenti. Terza è Torino, dove sono stati denunciati 2.024 furti in abitazione, 23,6 ogni 10.000 abitanti. Al quarto posto Firenze, con 1.803 furti in casa. La graduatoria dei comuni capoluogo costruita in base all’incidenza dei furti sulla popolazione vede al primo posto Pisa, con 75,7 furti in abitazione per 10.000 abitanti, seguita da Modena (57,1) Bolzano (55,5), Udine (53) e Verona (50,3 per 10.000). È quanto emerge dal 4° Rapporto dell’Osservatorio Censis-Verisure sulla Sicurezza della Casa, intitolato «La sicurezza al servizio degli italiani», realizzato con il contributo del Servizio analisi criminale del Ministero dell’Interno.
Una esperienza che può capitare a tutti. Circa 14 milioni e mezzo di italiani, il 28,6% del totale, hanno subìto un furto in casa, 8 milioni (16,1%) hanno avuto un tentativo non riuscito e 4 milioni e mezzo di individui (8,7%) lamentano di aver subìto un atto di vandalismo ai danni della propria abitazione.
Aumenta la paura dei furti in casa, anche se i reati diminuiscono. Il furto in casa è di gran lunga il reato che gli italiani hanno più paura di subire: lo mette al primo posto il 59% degli intervistati, lo scorso anno era il 48%. Eppure, i dati relativi al primo semestre del 2025 rivelano come si siano ridotti sia i furti, che sono 61.555 (-8,6% rispetto al primo semestre del 2024) sia le rapine (-11,6%).
Pragmatici e consapevoli. L’88,8% degli italiani pensa che la sicurezza sia una sfida collettiva, cui contribuiscono lo Stato, che è il perno centrale, le aziende e i privati cittadini e l’84,9% della popolazione pensa che avere dispositivi di sicurezza fa vivere meglio e stare più tranquilli. L’88,9% degli italiani ha già almeno un dispositivo in casa, il 67,8% ne ha più di uno e il 64,1% pensa che nel futuro destinerà maggiori risorse alla sicurezza domestica. Fondamentale è la porta di ingresso: il 65,3% ha la porta blindata, il 35,1% il videocitofono, l’11,1% ha la serratura elettronica, l’87% non apre mai la porta agli sconosciuti, il 67,1% chiude a chiave la porta anche se è in casa. Quando è fuori casa per vacanze, il 69,2% della popolazione evita di utilizzare i social per pubblicare foto e informazioni, il 53% avvisa i vicini e il 45,6% chiede a qualcuno di simulare la presenza. Infine, il 17,1% rinuncia alle vacanze per non lasciare la propria casa incustodita.
La violenza tra le pareti domestiche. Nel 2024 crescono i reati di genere: tra questi si contano 28.896 maltrattamenti contro familiari e conviventi, 20.289 atti persecutori e 6.831 violenze sessuali. Al numero antiviolenza 1522 della Presidenza del Consiglio nel 2024 sono arrivate 17.631 chiamate relative a atti violenti che nel 97,4% del totale hanno vittime donne e nel 79,4% dei casi risultano consumati all’interno della propria abitazione.
I rischi di un eccesso di protagonismo dei privati cittadini. Quasi 5 milioni di italiani hanno un’arma da fuoco in casa e potrebbero utilizzarla. Si tratta di un’ipotesi che non è così improbabile, se si considera che il 52,2% degli italiani pensa che dovrebbe essere consentito dalla legge sparare ad un ladro che è entrato in casa per rubare (78,8% tra chi ha già un’arma da fuoco) e il 20,4% della popolazione sarebbe favorevole a rendere più semplice l’acquisto di armi (valore che è del 41,9% tra chi già possiede un’arma). Inoltre, il 50,9% degli italiani ritiene che i cittadini dovrebbero organizzarsi in ronde e partecipare attivamente al controllo del territorio.
La sicurezza domestica per tutti. La sicurezza domestica non si deve trasformare in un ulteriore elemento di differenziazione sociale tra chi se la può permettere e chi no: il 59,7% della popolazione sarebbe interessato a dotarsi di un sistema di allarme, ma è convinto che costi troppo, con percentuali che arrivano al 70,9% tra i meno abbienti, e il 60,5% degli italiani non conosce l’esistenza del “bonus sicurezza”.
La sicurezza del futuro: un servizio personalizzato. Il 79,6% della popolazione chiede di poter disporre di sistemi di allarme personalizzati, in cui si combinino più elementi predisposti in base alle specifiche esigenze di ciascuno. Il 75,3% chiede di essere affiancato ed assistito da persone esperte durante tutte le fasi del percorso di protezione da rischio.
Questi sono i principali risultati della ricerca «La sicurezza al servizio degli italiani» che è stata presentata oggi a Roma da Anna Italia, Direttrice di ricerca del Censis e da Antonio Basilicata, Direttore Servizio Analisi criminale del Ministero dell’Interno e discussa da Valentino Valentini, Viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Nicola Molteni, Sottosegretario Ministero dell’Interno, Tania Giallongo, Viceprefetto di Roma, Roberto Massucci, Questore di Roma, Francesco Greco, Delegato alla Sicurezza del Comune di Roma Capitale, Angelo Di Nardo, Vicepresidente Unione Nazionale Imprese Vigilanza e Servizi di Sicurezza, Costanzo Della Porta, Membro Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica, Paola Di Nicola Travaglini, Giudice Corte di Cassazione e componente Tavolo Tecnico nazionale sulla violenza contro le donne Dipartimento Pari Opportunità, Giorgio De Rita, Segretario Generale Censis, Antonio Ragonesi, Responsabile Area Sicurezza e legalità Anci, Antonio Russo, Direttore Generale Verisure Italia, Maria Carolina Varchi, Membro Commissione Giustizia Camera dei Deputati, e Simona Branchetti, Giornalista Tg5