Roma, 5 dicembre 2025 – Lo spread territoriale: le asimmetrie nei prestiti alle imprese. In Italia il tasso di interesse medio sui nuovi prestiti per le imprese risulta in calo da 7 trimestri consecutivi, avendo raggiunto il picco del 5,75% nel terzo trimestre del 2023 e attestandosi al 3,99% nel secondo trimestre di quest’anno. La curva discendente dei tassi ha portato a un aumento del volume dei prestiti concessi alle imprese europee. Ma tra le imprese italiane permangono differenze significative nell’erogazione del credito a seconda delle dimensioni aziendali. Tra dicembre 2023 e dicembre 2024 la contrazione dei prestiti è stata particolarmente incisiva tra le microaziende a rischio alto o elevato (-7,92%, in aumento rispetto al -7,18% del dicembre 2024), come per le medie imprese a rischio basso (-5,96% a dicembre 2024, con un parziale recupero a -3,63% nel dicembre successivo). L’espansione del credito ha riguardato solo le grandi imprese a rischio basso, ma nell’ultimo periodo la riduzione dei prestiti è stata meno selettiva anche per le microimprese a rischio basso (-0,68%) e per le piccole imprese con un livello di rischio contenuto (-2,40%). Si osserva anche una differenza sostanziale delle condizioni per le imprese del Mezzogiorno. Ad esempio, lo spread del Taeg tra le imprese in Calabria e nel Lazio era di 151 punti nel secondo trimestre del 2024, tra la Calabria e il Friuli Venezia Giulia raggiunge i 159 punti nel secondo trimestre del 2025.

L’innovazione diseguale: la concentrazione di data center al Nord. I data center sono oggi uno degli asset su cui si misura il potenziale economico di un Paese, in quanto sono la risposta alla crescente domanda di servizi digitali proveniente dal sistema produttivo e dai cittadini. A livello internazionale sono oltre 10.000 i data center attivi: 4.072 sono localizzati negli Stati Uniti, quasi 1.000 sono ripartiti tra Regno Unito e Germania, la Cina ne ospita 379. L’Italia, con 208 data center, si colloca al decimo posto nel mondo, dietro la Francia (379), il Canada (285), l’Australia (273). Oggi i data center attivi in Italia sono collocati in 48 comuni diversi, 26 nel Nord, 14 nel Mezzogiorno: 73 sono localizzati nel comune di Milano, 21 nel comune di Roma, 11 nella provincia di Torino. Poco più della metà si trova quindi in sole tre grandi città metropolitane. La prima città del Sud per numero di data center è Bari (6), dopo Padova e Bergamo (entrambe con 7), mentre Caserta si posiziona al 9° posto (5 strutture).

Eppur si muove: continuità e discontinuità nelle dinamiche migratorie interne. Tra il 2010 e il 2024 i saldi tra le iscrizioni e le cancellazioni di residenza evidenziano un andamento del saldo negativo del Mezzogiorno altalenante, con due picchi di emigrazioni: nel 2012, quando hanno lasciato il Sud più di 72.000 persone, e il 2018, quando ne sono partite più di 79.000. Le regioni del Centro, dopo il picco di 32.000 nuovi residenti nel 2012, hanno perso gradualmente attrattività, raggiungendo il minimo nel 2024, con 5.047 trasferimenti. Il Nord ha registrato flussi per lo più speculari a quelli del Mezzogiorno, dopo il calo di attrattività del Centro, con il massimo di 72.000 nuovi residenti nel 2018. Tra il 2012 e il 2018 Roma e Milano sono state fortemente attrattive, con un picco per Roma di 18.000 nuovi residenti nel 2012 e più di 12.000 per Milano nel 2013. Poi è seguita una fase di peggioramento dei saldi migratori interni avviata nel 2019. Nel 2024 Milano ha registrato un deficit di 10.530 residenti. E se nel 2013 il saldo delle migrazioni interne vedeva quasi 27.000 nuovi abitanti delle città provenienti da piccoli centri urbani o da zone rurali, nel 2024 le città hanno perso quasi 24.000 abitanti, che si sono trasferiti per vivere in piccoli centri, sobborghi e zone scarsamente popolate.

Il consumo di suolo in Italia: la lunga distanza tra obiettivi e realtà. Dal 2006 al 2023 il nostro Paese ha sottratto oltre 129.000 ettari alla disponibilità naturale e paesaggistica. A fronte dei 639,1 kmq consumati tra il 2006 e il 2012, nei soli ultimi tre anni il consumo è stato di 234,4 kmq, a una media annua che ha oscillato tra 70 e 85 kmq. Tra il 2006 e il 2023 il 36,1% del suolo consumato è stato destinato a usi permanenti, il 40,7% è potenzialmente reversibile. Ma il dato nazionale (il 7,16% di suolo consumato nel 2023, rispetto al 7,14% dell’anno precedente) cela profonde differenze territoriali. Alcune regioni del Nord, come la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna, evidenziano una pressione costante, frutto di una combinazione tra dinamiche demografiche, espansione economica e sviluppo infrastrutturale. In questi territori il suolo consumato aumenta in modo più marcato, con valori pro capite che raggiungono i 452 mq in Emilia Romagna, 449 mq in Veneto, 533 mq in Friuli Venezia Giulia. In regioni come il Molise e la Basilicata invece la pressione appare più contenuta, ma i valori pro capite risultano tra i più alti d’Italia (rispettivamente, 602 mq e 596 mq). La Campania si distingue nel panorama meridionale per un dato significativamente più elevato: con oltre il 10,5% di suolo consumato, si colloca al 4° posto tra tutte le regioni italiane.

La normalità dell’eccezione: l’Emilia Romagna, Ravenna e le alluvioni. L’alluvione del 2023 in Emilia Romagna, seguita poi da una seconda l’anno successivo, ha provocato danni per un valore stimato in circa 10 miliardi di euro, ovvero lo 0,47% del Pil. Il territorio ravennate, il più colpito dalle due alluvioni, sta vivendo periodi caldi più lunghi e ecosistemi locali con nuove fragilità. Il 2023 e il 2024 sono stati gli anni con la temperatura più elevata nell’ultimo ventennio. La pioggia si è concentrata in momenti ravvicinati e di forte intensità: 905 mm la media del 2024. In alcuni comuni i giorni con precipitazioni oltre i 30 mm sono stati 10. Il 22,2% del territorio provinciale è a elevato rischio idraulico. Oltre l’87% della popolazione vive in aree a media pericolosità idraulica. Anche il patrimonio presente sul territorio è esposto significativamente, con circa 90.000 edifici ubicati in aree a medio rischio e oltre 15.000 unità in zone ad alta pericolosità, 1.496 beni culturali collocati in aree a media pericolosità e 183 in zone ad alto rischio.