Roma, 5 dicembre 2025 – Il difficile esercizio della professione nel Servizio sanitario nazionale: il caso dei medici. Sono 22.049 i casi di aggressioni registrati in un anno ai danni di medici, infermieri e altri operatori sanitari nelle regioni italiane. I dati rendono evidente il contesto spesso ostile in cui i medici lavorano. Da un’indagine del Censis risulta che il 66,0% dei medici non ha tempo sufficiente per fornire informazioni e dialogare con pazienti e familiari, il 65,9% esercita la professione in strutture con gravi carenze di personale, il 51,8% è stato costretto a utilizzare attrezzature obsolete o non perfettamente funzionanti. Così, il 91,2% dei medici ritiene che lavorare nel Servizio sanitario nazionale sia diventato più difficile e stressante, il 41,2% non si sente sicuro quando svolge il proprio lavoro a causa del moltiplicarsi degli episodi di violenza, il 18,0% ha paura di lavorare di notte. Al 25,4% dei medici è capitato di subire minacce da pazienti o familiari, il 16,4% ha ricevuto denunce e il 3,8% ha subito violenza fisica. Sono i segnali di una deriva patologica del rapporto medico-paziente. Agli occhi dei cittadini esasperati, i medici finiscono per incarnare le inefficienze del Servizio sanitario, tanto che il 71,8% dei medici dichiara di sentirsi un capro espiatorio delle carenze del sistema. 

La nuova sessualità femminile. Il 92,5% delle donne tra 18 e 60 anni ha avuto rapporti sessuali completi o incompleti nel corso della vita, mentre il 7,5% non ne ha mai avuti. Il 60,9% dichiara di avere attualmente almeno un rapporto sessuale alla settimana, il 22,5% meno di una volta alla settimana ma entro i tre o quattro mesi, il 6,4% tra i quattro e i sei mesi, il 10,3% non ha al momento una vita sessuale attiva. La maggioranza delle donne attribuisce al sesso la funzione primaria di dare piacere (61,6%), mentre il richiamo alla funzione procreativa è residuale (1,9%). Per il 56,4% sessualità e amore sono separabili. Il 78,8% ritiene che oggi, più che in passato, sono loro a fare il primo passo per creare un contatto con il partner desiderato (ne è convinto anche il 65,1% degli uomini). Il 63,7% delle donne (il 59,7% degli uomini) considera antiquata la rappresentazione stereotipata dell’uomo nella veste del cacciatore e della donna nel ruolo della preda. Riguardo alla contraccezione, il 42,7% delle donne chiede al partner di utilizzare il profilattico, il 26,2% prende la pillola anticoncezionale, il 21,7% pratica il coito interrotto, il 5,6% tiene conto dei giorni fertili. Anche se tra le donne prevale una sessualità consapevole, una minoranza dà ancora credito a falsi miti: per il 16,6% (il 23,7% degli uomini) è impossibile rimanere incinte se si hanno le mestruazioni, l’8,9% (il 9,1% degli uomini) crede che nelle notti di luna piena le donne siano più fertili, il 5,1% (il 6,4% degli uomini) pensa che la pillola anticoncezionale protegga dalle infezioni sessualmente trasmissibili, il 3,8% (il 5,3% degli uomini) ritiene che al primo rapporto sessuale non si possa rimanere incinte.

I genitori che investono sui figli. Per molti genitori è diventato prioritario investire risorse economiche per rendere meno faticosa la corsa a ostacoli dei figli nella vita. Il 78,7% dei genitori dichiara di investire per costruire un futuro più sereno per figli e nipoti, il 66,0% risparmia per finanziare spese importanti come il matrimonio o l’acquisto della prima casa dei figli, il 63,4% spende per le loro attività extrascolastiche. Si tratta di una vera e propria cultura dell’investimento familiare, che trova nel risparmio il motore necessario per supportare i figli nella transizione alla condizione adulta. Tuttavia, l’impegno si misura con un clima di aspettative decrescenti. Il 49,8% dei genitori crede che in futuro la condizione economica dei figli sarà peggiore della propria, solo il 29,1% pensa che sarà migliore e il 17,6% uguale. Il 52,7% dei genitori ritiene che i propri figli, e i giovani italiani in generale, farebbero meglio a cercare un lavoro all’estero.

Gestire bene i rischi: verso una cultura laica della protezione. Il sistema di welfare non garantisce più coperture ampie. Così, il 78,5% degli italiani teme che, se si trovasse in condizione di non autosufficienza, non potrebbe contare su servizi sanitari e assistenziali adeguati. Lo stesso vale per i rischi ambientali: il 72,3% crede che, in caso di eventi atmosferici estremi o catastrofi naturali, gli aiuti finanziari dello Stato sarebbero insufficienti. Di conseguenza, il 54,7% si dichiara disposto a destinare fino a 70 euro al mese per tutelarsi dal rischio di non autosufficienza, dai danni legati al cambiamento climatico o da altri eventi avversi. Il 52,3% ritiene di poter ristrutturare i propri consumi, riducendo alcune spese per destinare quanto risparmiato all’acquisto di strumenti assicurativi (vita, salute, non autosufficienza). La disponibilità, tuttavia, non si traduce in comportamenti concreti: il 70,0% degli italiani non sta facendo nulla sul piano finanziario o assicurativo per tutelarsi in caso di non autosufficienza. Solo il 10,7% si dice pronto a ricorrere a polizze assicurative per affrontare questa eventualità. La maggioranza sceglie soluzioni alternative: il 37,2% si limita a dire che ci penserà se e quando accadrà, il 34,5% ricorrerà ai risparmi, il 22,0% conterà sul welfare pubblico, il 19,9% sull’aiuto dei familiari, il 14,7% su amici e volontari.

Longevità e welfare informale: il motore invisibile della coesione sociale. La longevità è diventata una silenziosa componente essenziale del welfare informale, inteso come l’insieme delle attività di cura e sostegno economico che si sviluppano al di fuori dei canali istituzionali e del mercato, affidandosi alla rete familiare. Il 43,2% dei pensionati garantisce regolarmente aiuti economici a figli, nipoti o parenti. Il 61,8% ha versato (o ha intenzione di farlo in futuro) un contributo economico a figli o nipoti per sostenere spese importanti, come l’anticipo per l’acquisto della casa. D’altra parte, il 54,2% degli italiani ritiene giusto indicizzare all’inflazione anche le pensioni di valore superiore ai 2.500 euro lordi: idea che riflette la consapevolezza che le pensioni non sono rendite eccesive, perché danno supporto anche a figli e nipoti. I longevi italiani appaiono sobri nella gestione delle risorse: il 94,2% è cauto nelle spese e tende a risparmiare per affrontare eventuali malattie o condizioni di non autosufficienza, l’89,7% si dichiara attento nella gestione dei propri risparmi a causa della persistente incertezza economica, l’82,2% esercita un controllo accurato e costante del bilancio familiare, monitorando le entrate e le uscite. Si registra inoltre la disponibilità di molti anziani a restare attivi anche dopo il pensionamento: il 72,6% degli attuali pensionati vorrebbe poter continuare a lavorare, ma senza penalizzazioni fiscali.