«Una politica senza strategia»

di Giuseppe De Rita per il Corriere della Sera

Era prevedibile, ma di fatto sta già accadendo che questo 2026 sia politicamente vissuto sotto l’incombere delle elezioni del prossimo anno. ​ Ed è a tale incombere che vanno legate le due grandi preoccupazioni tattiche di questi mesi: la gestione della battaglia per il referendum confermativo sulla giustizia; e ancor più l’esigenza, specie all’interno dell’attuale opposizione, di scegliere per tempo un leader per la guerra del 2027. ​

Per le prossime settimane saremo immersi in un’ambigua campagna referendaria, nella speranza o paura che da essa possa venire l’agognato scossone di rottura degli equilibri politici esistenti. ​ È un’attesa ricorrente in una società come la nostra, dove i cambiamenti non sono di regola attribuiti alle dinamiche quotidiane, ma a eventi di speciale impatto emotivo, e dalla dinamica d’opinione. ​ Attendiamo allora lo scossone, verificando via via se la scelta sarà un sì d’obbedienza o un no di voglia reattiva. ​ È possibile che, se tutto si giocherà sulla personalizzazione del contrasto (pro o contro Meloni) e con la presidente del Consiglio verosimilmente determinata a disinnescarla, non si avrà uno scossone, ma una diffusa articolazione delle posizioni, lontano dalla spettacolare tentazione di contrapposizione fra prime donne. ​

Meno facile capire come le forze politiche stiano elaborando la strategia di medio periodo necessaria per vincere la guerra del 2027. ​ Colpisce in proposito la sempre più calda dinamica per la scelta per tempo di un leader adatto a contrastare il vuoto di leadership nell’attuale opposizione (basti pensare a quanto scritto da Paolo Mieli su questo giornale). ​ Si accaloreranno sui vecchi e nuovi candidati e sulle relative procedure di scelta, ma le cose sono meno semplici di quanto appare, visto che continuiamo ad avere un mediocre bagaglio di possibili strategie d’azione. ​

Le due coalizioni che si fronteggiano al massimo si gloriano di essere coalizioni larghe, ma nei fatti non hanno alcuna idea di come presentarsi alla tornata elettorale: non hanno un programma; non hanno indicazioni di connessione strategica fra i contenuti programmatici e i loro contesti internazionali, istituzionali, territoriali; non hanno alcuna cultura di medio periodo, con decisioni adeguatamente dislocate nel tempo; non hanno una idea di quali responsabilità intermedie mettere in campo. ​ E pensano davvero che basti nominare subito un leader per venirne fuori? ​ È necessario, oltre al leader, avere un programma vero (non di corteo e di piazza) e un gruppo oligarchico che lo definisca, lo interpreti e se ne renda garante. ​

Chi ha letto la storia della Seconda guerra mondiale di Churchill sa come essa è stata vinta non solo per i meriti dei leader di vertice (Churchill e Roosevelt per gli occidentali) e non solo per i meriti dei grandi comandanti di campo (Montgomery o Patton), ma anche e forse specialmente per merito della qualità degli Stati Maggiori, capaci di fare strategie di lungo e medio periodo e presenza quotidiana su ogni imprevedibile evento o pericolo. ​ Basti al riguardo ricordare le tante citazioni di Churchill sul semisconosciuto Generale Alan Brooke, capo dello Stato Maggiore unificato. ​ Se vale l’esempio, le forze politiche italiane vanno alla guerra del 2027 senza poter disporre di propri adeguati Stati Maggiori. ​ Basterebbe ricordare l’inconsistenza degli emendamenti e delle «piccoline» discussioni sulla recente legge di Bilancio. ​ Le due coalizioni contrapposte si sono rattrappite in una verticalizzazione decisionale in poche persone fidate, scelte per emozioni di ventura o per fedeltà d’obbedienza, ma quasi sempre estranee all’armatura poliarchica della dinamica economica, sociale, di potere reale. ​ Con questi «apparati» non c’è partita: il risultato più probabile è uno zero a zero. ​ E non sarebbe striminzito pareggio, ma utile a qualcuno. ​

«Dopo 80 anni la democrazia non è più partecipazione. Oggi prevalgono le opinioni»

Intervista a Giuseppe De Rita per «La Stampa»

Il sociologo: «Mattarella dice che siamo figli della nostra Storia e va rispettata. La vera conquista è stata l’autonomia del singolo, la voglia di sopravvivere»

Giuseppe De Rita, 93 anni, sociologo, uno dei fondatori del Censis, grande interprete dei mutamenti dell’Italia che studia da oltre sessant’anni, quest’anno il presidente Mattarella ha scelto di fare un discorso diverso, ha raccontato la storia d’Italia partendo dalle donne e andando avanti per fotogrammi, ognuno in grado di mettere a fuoco un’eроса.
«Non vorrei parlare dei singoli fotogrammi ma sottolineare invece che, per la prima volta, il presidente Mattarella parla del nostro paese, del suo sviluppo, creato dalla nostra storia, una storia di resistenza, di miracolo economico, di chi ricostruisce la casa, di chi riapre l’azienda, di chi riprende a lavorare. Lo storico Ernesto Galli Della Loggia in un editoriale sul Corriere ha affermato che l’Europa non ha una storia, io aggiungo che l’Italia ne ha di più dell’Europa, della Francia e degli altri Stati».

L’Italia ha più storia della Francia o dell’Austria e della Germania?
«Non parlo delle guerre, delle conquiste, della musica e della letteratura. Loro hanno avuto Bach, Proust, Beethoven e la grande storia. Noi abbiamo avuto la bassa cultura della vita dei singoli, la storia di tutti i giorni, storia delle piccole realtà, delle città, dell’arrangiarsi quotidiano. È la storia di ciascuno che, come somma di realtà individuali, diventa storia collettiva. La grande intuizione del presidente Mattarella di quest’anno è stata di non fare un discorso di interpretazione sociale ma di dire che siamo nati da questo, da una storia singola, quotidiana, che non va messa in discussione da ideologie da primati culturali».

Le ideologie, però, sono sempre più presenti.
«È la storia che dà loro un valore. Se ci guardiamo intorno, le forze politiche più vitali sono quelle che hanno legame forte con la loro storia».

Come Fratelli d’Italia?
«Come Fratelli d’Italia che ha un richiamo chiaro con la Fiamma tricolore. Si può discutere sul suo significato, ma per chi si riconosce in quella storia si tratta di un riferimento importante, parla direttamente a persone che hanno creduto in un passato a cui Giorgia Meloni non intende per nulla rinunciare. Lei e i suoi non sarebbero sopravvissuti limitandosi ad essere un gruppetto di nostalgici a Colle Oppio. Hanno invece intercettato l’italiano piccolo borghese che sta a metà strada tra gli ex democristiani e gli ex fascisti rispettando i loro elettorati e non venendo meno alla necessità di essere figli della loro storia».

E gli altri partiti?
«Quelli che si sono dimenticati della loro storia come il Pd non riescono ad avere un’interpretazione della società. Mancando il legame con la loro storia, non hanno riscontro con la comunità da cui provengono. Un errore che non compie, invece, Tajani con Forza Italia saldamente legata a Berlusconi».

Il presidente Mattarella ha ricordato la stagione delle grandi riforme: dal servizio sanitario nazionale al piano casa, lo statuto dei lavoratori, il sistema previdenziale. Una storia che si perde?
«Il messaggio sottinteso potrebbe essere: tutto questo l’abbiamo fatto noi democratici. La realtà è che quella stagione di riforme è stata realizzata da una classe dirigente che non faceva parte di un partito ma era nella società, ciascuno figlio della propria storia e questo il presidente ha voluto ricordarcelo per rinforzare la cittadinanza italiana su sé stessa e non su chiacchiere generiche. L’Europa avrà anche tecnologia ma non ha la storia vissuta, comune, divisa che invece ha l’Italia».

Il presidente della Repubblica ha invitato a riflettere su quanto si è conquistato.
«Un invito importante perché non ci fermiamo mai a riflettere su quello che è stato, ne facciamo una ripresentazione come avviene quando i media riproducono attualità. Pensiamo ai programmi che parlano del caso Garlasco o ripropongono come attuale il caso Orlandi, senza cercare di capire se c’è una ragione in questi casi».

E che cosa abbiamo conquistato in questi anni?
«L’autonomia del singolo, la volontà di ciascuno di sopravvivere, di fare quello che gli piace. Questo ha provocato sbreghi nel tessuto sociale come un’eccessiva personalizzazione della propria vita e della propria storia, ma ha dato agli italiani la capacità di resistere a guerre, crisi internazionali. È lo scatto dei singoli, la capacità di sforzarsi di vivere che ci salva anche in scenari complicati come quello che stiamo vivendo».

Qualcuno che non conosce gli italiani li ha definiti diffidenti, arrabbiati, distaccati, ha detto il presidente Mattarella. Ce l’aveva con lei?
«Non ho mai parlato di italiani arrabbiati o diffidenti. Sono loro a definirsi così. Io sono il più grande cantore delle capacità degli italiani. Li considero confusi, legati ai loro interessi, se ne fregano dei discorsi sulle disuguaglianze sociali. E so che se agli italiani si chiede un’opinione in un sondaggio allora sì che si definiscono tristi o diffidenti ma se, invece, si trovano di fronte a una crisi reagiscono e riescono a sopravvivere».

Il presidente della Repubblica ha pronunciato una frase che è stata molto citata: “nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia”. Ma in che condizione è la democrazia dopo ottant’anni?
«La democrazia nasce dopo il referendum tra repubblica e monarchia, è il frutto di una grande partecipazione e senso di appartenenza perché in quella stagione organizzazioni come il sindacato o i partiti garantivano la partecipazione e per la loro capacità di rispondere ai bisogni delle persone, a farli sentire parte della loro comunità. Con gli anni i partiti e i sindacati sono sempre stati meno capaci di rispondere ai bisogni delle persone e quindi è venuta meno anche la partecipazione. Oggi prevale altro».

Che cosa?
«Le opinioni. Chi si occupa di sindacato si occupa di rivolte sociali invece di parlare di contratti e tutele del lavoratore. Questo vuol dire fare opinione e smettere di creare un legame di appartenenza con la propria comunità di riferimento. Se sindacati e partiti diventano centrali di opinione viene meno la capacità democratica rendendo i partiti piccole macchine per creare consenso. I segretari di partito hanno bisogno di stare sull’onda dell’opinione per sopravvivere, di inventare qualcosa per inseguire il consenso. Giorgia Meloni lo sa fare e riesce ad avere visibilità. Chi non lo sa fare finisce per non avere alcun rilievo. In entrambi i casi nessuno più sta interpretando i bisogni delle persone e creando appartenenza. La democrazia degli ultimi anni, infatti, è un disastro».

«La politica non sa più ascoltare. È il ceto medio a salvare l’Italia»

Intervista a Giuseppe De Rita per «La Stampa»

Giuseppe De Rita, lei ha firmato mezzo secolo di rapporti Censis. Da nove anni non prende più parte attiva ma resta l’anima di una delle analisi più lucide e ragionate sullo stato dell’Italia. Dall’ultimo rapporto emerge un quadro cupo di quello che avete definito un Paese selvaggio, che ha fiducia negli autocrati, che sembra sempre più in balia dell’istinto, della paura, dell`ignoranza. È un’Italia senza speranza?
«È vero che con il Censis ogni anno realizziamo un rapporto e che possiamo essere valutati per la fotografia di quello che emerge dalla nostra analisi ma a noi preme dare il senso del film, non fermarci alla fotografia».

Qual è il senso del film?
«È il senso dinamico della società italiana e non è così disastroso come appare se ci si ferma alle singole fotografie. Venti anni fa abbiamo iniziato a raccontare che l’Italia era malata di presentismo, cioè che si accontentava del presente. Oggi non è più così. Nel presente l`italiano lavora, dimostra una resistenza giorno per giorno alle tante difficoltà e questo non crea avvilimento ma una nuova tonicità del sistema e del ceto medio».

Cioè il ceto medio non è in declino?
«Se si considerano le fotografie anno per anno lo è ma se invece si prende in considerazione l`evoluzione si trovano degli elementi di novità». Quali? «Seguiamo da cinquant’anni il ceto medio, accompagnandolo nei declini e nelle glorie. Lo abbiamo scoperto e raccontato affrontando il disgusto di esponenti della cultura alta come Pasolini che ci accusava di dare importanza all’Italia peggiore. Oggi vediamo che, dopo tanti anni, il ceto medio ha subito la paura del declino, ha resistito e ora sta facendo dei passi avanti. Lentamente cresce e cerca di mantenere il suo stile di vita. Viaggia, per esempio, in classe economica e a volte concedendosi un lusso».

Quindi, come racconterebbe gli italiani?
«Come il giudice Francesco Saverio Borrelli andando in pensione, anche gli italiani dicono: resistere, resistere, resistere. La classe media italiana affronta difficoltà ogni giorno e resiste. Questo accumulo di difficoltà che, prese singolarmente, sembrano un declino, osservate in modo dinamico mostrano un rafforzamento delle difese, una maturazione, una ‘struggle of life’, una lotta per la vita che noi italiani abbiamo sempre avuto».

Più del resto d’Europa?
«L’Europa sembra schiacciata tra Putin e Trump e incapace di resistere o comunque appare ferma, in attesa di nuovi tempi. L’Italia, invece, dà il meglio nei periodi più neri proprio per questo cumulo di germi di resistenza che ha creato un corpo tutto sommato sano che, per esempio, permette di avere un`industria capace di reggere ancora alle follie dei dazi americani. Gli italiani vivono faccia a faccia nel presente e lo affrontano. Gli altri non hanno questa capacità».

Che Italia era quella che ha iniziato a raccontare con il Censis?
«Il primo rapporto è del 1967. Quella era un’Italia di appartenenza in cui stava diffondendosi il germe della dimensione personale e individuale che alla vigilia del Sessantotto andava a sostituirsi al mito della classe operaia e della lotta sindacale. Stava finendo il film delle appartenenze».

Quali erano?
«Lo stare dentro alle culture collettive come quella ecclesiastica, quella comunista, la democristiana, l`imprenditoriale. Dicemmo che i ceti sociali stavano scomparendo, quindi diventava difficile ragionare in termini di scontro di classe». Un discorso difficile per l’epoca. Quale fu la reazione? «Mi accusarono di essere un autonomo individualista, un terrorista democristiano e cattolico non avevano capito niente di chi fossi né di quello che stava accadendo, la nascita del germe che ora sta dando all`Italia la capacità di resistere».

L’individualismo e il ceto medio?
«Quando negli anni Settanta parlammo di cetomedizzazione dell’Italia, ci presero a pesci in faccia. Se, però, non abbiamo i casseur in strada come in Francia, o se non abbiamo le disuguaglianze che pesano negli Usa è grazie al ceto medio che smorza le violenze e che resiste».

Come è cambiata l’Italia della cultura, invece?
«È uno strazio. Questo resistere sul piano economico insieme con la tendenza all’individualismo non dà spazio alla cultura. La cultura di massa è vittima di una spettacolarizzazione che fa sì che le persone preferiscano occuparsi delle proprie cose. Si crea una perdita in termini di appartenenza di vita, di traguardi collettivi».

È anche per questo motivo che non si va più a votare e si ha fiducia negli autocrati?
«Se non ho la percezione di essere dentro un processo reale ma di vivere in un processo governato da poche persone finisco per non andare a votare e affidarmi ai pochi che hanno il potere».

Com’è cambiata la classe dirigente?
«Un tempo c’era curiosità, interesse per la dinamica a lungo termine della società. Craxi era un politico che mi chiamava per ascoltare quello che avevo da dire. Oggi né Meloni né Schlein lo farebbero. La loro è una classe dirigente che ha parametri diversi, si basano su un sondaggio dell’altro ieri da utilizzare per le elezioni di domenica».

Un Paese che ha saputo porsi faccia a faccia con il presente

Roma, 5 dicembre 2025 – Il Paese ha saputo, più e meglio di altre grandi democrazie occidentali, porsi faccia a faccia con il presente. La società italiana, non riuscendo a spezzare la trappola del declino, ha rimodulato attese e desideri. Certo, scontando la perdita di potenza dei trascorsi processi di ascesa economica e sociale, e senza poter contare su riforme e adeguamenti strutturali alle grandi trasformazioni in corso. Nel saper stare insieme sull’esistente si sfebbrano gli eccessi, si metabolizzano aggressività ed esclusione, si contrasta l’instabilità politica e sociale, si limitano le conseguenze del ritardo dello sviluppo economico. Ma l’autonoma difesa immunitaria non basta: non può sostituire la necessità di visione e di azione.

Se resistere, adattarsi, stare dentro le crisi è diventata un’attitudine italiana, stare nel presente non deve ridursi però all’eccesso di presenza di gesti e parole, in una sterile disputa quotidiana su qualsiasi argomento di attualità, magari nell’auspicio di mobilitare la società. Il più importante terreno di impegno sul quale misurarsi oggi consiste nel coltivare il presente al di là di ogni ambizione di presenza.

Davanti all’incessante flusso di immagini delle devastazioni e degli stermini che invade le nostre case, un’idea di progresso per il prossimo decennio richiede l’impegno per la pace, intesa non solo come obiettivo morale, ma come fondamento di crescita e coesione sociale.

In un’epoca di verticalizzazione e personalizzazione del potere, in cui torna a dominare la forza e a vincere la politica di potenza delle nazioni, viene da chiedersi a chi spetti il compito di contenerne le tragiche conseguenze, se non all’Europa. Con la sua capacità di stare nel mezzo: non di rappresentare, cioè, la risposta concreta alle grandi sfide epocali (dal cambiamento climatico all’intelligenza artificiale), ma di modellare lentamente gli argini senza i miti delle facili alleanze, delle labili ideologie, dell’omologazione dei comportamenti e delle strutture sociali. Tuttavia, senza una dimensione da grande potenza economica, senza una grande solidità finanziaria, tecnologica o politica, senza una capacità diplomatica coesa e di altissimo livello, dobbiamo prendere atto che per l’Unione europea è impossibile assimilare nel presente le grandi tensioni del mercato globale o il tentativo di dominio dei tecnocrati delle transizioni. Viene quindi da chiedersi se gli anticorpi in reazione ai rischi dell’epoca modellino una diversa autocoscienza della società e preparino un nuovo schema di pace e di sviluppo, o se al contrario ne rimarchino la senescenza, l’invecchiamento non solo demografico ma anche culturale, finanziario, tecnologico.

In Italia la cetomedizzazione dal basso non è finita. Al contrario, per molti versi vince ancora. C’è stata e c’è, sa stare nel presente, sa sgarbugliare gli intrecci di uno sviluppo squilibrato, nei territori intermedi come nelle grandi città. È stata e resta una base preziosa di stabilità nelle grandi e piccole crisi, interne e internazionali. Un tessuto certo infragilito, dagli orli sfrangiati e dai rammendi vistosi, dagli investimenti prudenti, segnato dal mancato compimento di molte attese di progressiva accumulazione individuale di ricchezza e troppe volte ripiegato nell’attesa di benefici ereditari. Ora la laguna della cetomedizzazione ha prodotto un nuovo ceto medio che non rinuncia a viaggiare e a consumare, ma lo fa con un biglietto di classe Economy, e di quando in quando si concede l’upgrade di un biglietto Premium.

Se attraversiamo un’epoca in cui occorre essere realisti, stare sulle sfide del presente, lavorare più sulla staffetta generazionale che non sul conflitto tra generazioni, allora lavorare faccia a faccia con il presente diventa il lato positivo e fertile di un governo ibrido dello sviluppo, senza rimandi astratti alle cose nuove da fare in un futuro prossimo.

Ma sarebbe ingeneroso attribuire solo alla decisione politica le responsabilità e i difetti della presenza pubblica nello schema di gioco della promozione e regolazione della crescita economica e sociale. Accanto alla politica vivono meccanismi profondamente radicati nella società, che trova nei suoi processi storici stratificazioni successive delle istanze individuali da interpretare e accompagnare, che integrano nell’azione politica il faccia a faccia con il presente. Saper stare nel presente è tanto il compito della politica, quanto lo è del sociale vivo nel sistema dell’informazione, nella rappresentanza degli interessi di lavoratori e imprese, nel sistema della formazione intermedia e universitaria, negli istituti di ricerca. L’impegno a stare nel presente è un fatto politico, ma l’assunzione di serietà e responsabilità collettiva, che nel presente precede e orienta ogni impegno, è un fatto di tutti e per tutti.

L’Italia nell’età selvaggia

Roma, 5 dicembre 2025 – L’Italia nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco. Nel mondo a soqquadro non è l’economia il vero motore della storia. Lo sono le pulsioni antropologiche profonde: antichi miti e nuove mitologie, paure ancestrali e tensioni messianiche, veementi fedi religiose e risorgenti fanatismi ideologici, culture identitarie radicali, desideri di riconoscimento inappagati, suggestioni della volontà di potenza. Molti fenomeni del nostro tempo, che sfuggono alla pura razionalità economica, come le guerre, i nazionalismi, il protezionismo, non si spiegherebbero altrimenti. Il vitalismo irrazionale soppianta la fiducia ragionevole in un illuminato progressismo liberal. Ci siamo inoltrati in un’età selvaggia, del ferro e del fuoco, di predatori e di prede. E il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. Perciò il 62% degli italiani ritiene che l’Unione europea non abbia un ruolo decisivo nelle partite globali. Il 53% crede che sia destinata alla marginalità in un mondo in cui vincono la forza e l’aggressività, anziché il diritto e l’autorità degli organismi internazionali. Per il 74% l’american way of life non è più un modello socio-culturale, un tempo da imitare e oggi irriconoscibile. Moriremo post-americani? Il 55% è convinto che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita e adesso appartenga a Cina e India. Il 39% ritiene che le controversie tra le grandi potenze si risolvano ormai mediante i conflitti armati, i cui esiti fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale. E il 30% condivide una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi.

Il Grande Debito e il secolo delle società post-welfare. L’aumento vertiginoso dell’indebitamento delle economie occidentali le rende fatalmente più fragili. Tra il 2001 e il 2024 nei Paesi del G7, a fronte di una stentata crescita dell’economia, il debito pubblico è lievitato dal 75,1% al 124,0% del Pil. In Italia dal 108,5% al 134,9%, in Francia dal 59,3% al 113,1%, nel Regno Unito dal 35,0% al 101,2%, negli Stati Uniti dal 53,5% al 122,3%. Non siamo più l’unico malato d’Europa. Nel 2030 il rapporto debito pubblico/Pil nei Paesi del G7 supererà il 137%, ritornando prossimo al livello raggiunto nel 2020 a causa della pandemia, quando sfiorò il 140%. Si annuncia uno shock per le finanze pubbliche analogo a quello vissuto durante l’emergenza sanitaria, ma questa volta il debito record sarà maturato in condizioni ordinarie, in assenza di una pandemia. Il Grande Debito determina una mutazione ontologica dello Stato: da Stato fiscale a Stato debitore. Gli Stati debitori non potranno abbassare le tasse, obiettivo sempre promesso dagli Stati fiscali e puntualmente disatteso. L’ingente debito e la bassa crescita, legata all’invecchiamento demografico e alla riduzione della popolazione attiva, congiurano per un inevitabile ridimensionamento del welfare (il welfare state è un fenomeno storico, non imperituro: può nascere e svilupparsi, ma anche estinguersi). Gli interessi pesano come zavorre sui conti pubblici e restringono anche gli spazi di manovra sugli investimenti produttivi e gli stimoli alla crescita. A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro (+38,2% rispetto a settembre 2001). Nell’ultimo anno la spesa per interessi è stata pari a 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del Pil: il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), anche più della Grecia (3,5%) e molto al di sopra della media europea (1,9%). Gli interessi pagati superano non solo la spesa per i servizi ospedalieri (54,1 miliardi), ma l’intero valore degli investimenti pubblici (78,3 miliardi) e ammontano a più di dieci volte quanto l’Italia spende in un anno per la protezione dell’ambiente (7,8 miliardi). La vulnerabilità è accresciuta dal fatto che i titoli del debito pubblico italiano sono in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero: il 33,7% del totale (ovvero più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia. Il Grande Debito inaugura il secolo delle società post-welfare. Ma senza welfare le società diventano incubatori di aggressività e senza pace sociale le democrazie vacillano. Per l’81% degli italiani è ora di punire i giganti del web che sfuggono alla tassazione.

La febbre del ceto medio. Tra le insidie e le minacce ai fondamentali del tradizionale modello di sviluppo italiano pesano anche i fattori endogeni. La regressione demografica, con il progressivo invecchiamento della popolazione e i tassi di natalità in caduta libera, provoca l’arresto dei processi di proliferazione delle piccole imprese. In vent’anni (2004-2024) il numero dei titolari d’impresa si è assottigliato da oltre 3,4 milioni a poco più di 2,8 milioni: -17,0% (quasi 585.000 in meno). I giovani imprenditori con meno di 30 anni sono diminuiti nello stesso periodo del 46,2% (quasi 132.000 in meno). E se il reddito delle piccole imprese (fino a 5 addetti) corrispondeva al 17,8% del Pil nel 2004, e poi era sceso al 15,7% nel 2014, nel 2024 si è ridotto al 14,0%. Si indebolisce anche l’altro pilastro: il lavoro. Nel 2024 il valore reale delle retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2007. Nello stesso periodo il potere d’acquisto pro capite ha subito un taglio del 6,1%, nonostante il recente parziale recupero (+2,0% tra il 2022 e il 2024). Così il ceto medio vive in uno stato febbrile: nella stagnazione o, peggio ancora, rischia di perdere lo status conquistato nel tempo.

I barbari alle porte e la menzogna politica. Secondo il 72% degli italiani la gente non crede più ai partiti, ai leader politici e al Parlamento. Il 63% è convinto che si sia spento ogni sogno collettivo in cui riconoscersi. L’unico leader con una proiezione globale che ottiene la fiducia della maggioranza degli italiani (60,7%) è Leone XIV. Seguono Sánchez (44,9%), Merz (33,5%), von der Leyen (32,8%), Macron (30,9%), Starmer (29,0%), Lula (23,0%), Trump (16,3%), Modi (14,9%), Xi Jinping (13,9%), Putin (12,8%), Orbán (12,4%), Erdoğan (11,0%), Netanyahu (7,3%), Khamenei (7,3%), Kim Jong-un (6,1%). Assistiamo a un capovolgimento dei ruoli nel rapporto tra élite e popolo. Da una parte ci sono i leader europei – il nostro nuovo pantheon politico – con i volti sgomenti come pugili suonati, sotto i colpi sferrati da est e da ovest. Invece di rassicurare, esercitando la tradizionale funzione dell’offerta politica, eventualmente con il ricorso spregiudicato alla menzogna, annunciano la catastrofe, ci mettono davanti al pericolo di morte: la guerra imminente, la irrimediabile perdita di competitività del continente, l’ineluttabile deriva demografica, la marea inarginabile dei migranti, il collasso climatico. Dall’altra ci sono gli italiani, per i quali non è scattato l’allarme rosso: l’apocalisse può attendere. Non si segnalano tentazioni di radicalizzazione: per il 47% le divisioni politiche e la violenza che scuotono gli Stati Uniti sono impensabili nella nostra società. E un intervento militare italiano, anche nel caso in cui un Paese alleato della Nato venisse attaccato, è disapprovato dal 43%. Il 66% ritiene che, se per riarmarsi l’Italia fosse obbligata a tagliare la spesa sociale, allora dovremmo rinunciare a rafforzare la difesa.

Il “Grand Hotel Abisso” e il piacere degli italiani. Gli italiani non sono tipi da prendere alloggio nelle confortevoli stanze del “Grand Hotel Abisso”, dove sperperare gli ultimi averi prima che scocchi la mezzanotte, sporgendosi deliziati e inconsapevoli, con le bende agli occhi, sull’orlo del baratro, mentre ci si allieta con piaceri sfrenati e pasti goduti negli agi, finché non sopraggiungano le tenebre. Certamente no, visto che sono impegnati a districarsi con sagacia e misura tra piccole cicatrici e grandi minacce. Minacce realmente incombenti, non scritte con l’inchiostro simpatico di una messinscena, di cui riconoscono l’attrito urticante sulle loro vite. Al punto di dover immaginare, nell’ora del delirio del potere, la dissennata vanità, l’abominevole crudeltà, la tragica insensatezza di un eventuale conflitto armato dispiegato su larga scala e un nuovo fungo atomico, per suggellare l’indomani la copula oscena di guerra e pace, di distruzione e ricostruzione. E tuttavia non si abbandonano alla seduzione della corriva litania della catastrofe, quasi con compiaciuta rassegnazione, né si lasciano persuadere dalla profezia dal sapore decadente dell’apocalisse dietro l’angolo – annunci che assomigliano alla cerimonia del grandioso fallimento di una civiltà destinata a consumarsi nel falò della inevitabile estinzione. Gran parte degli italiani sprigiona ogni giorno un’energia sorprendente, che dimostra un approccio positivo alla vita. Il piacere non è cercato per esorcizzare nel proprio microcosmo i mali del mondo: è inscritto nel nostro stile di vita come espressione di una connaturata vocazione edonistica. Re dei piaceri è il sesso, liberato dalle antiche censure. I rapporti sessuali tra le persone di 18-60 anni sono molto frequenti. I performanti fanno sesso ogni giorno (sono il 5,3% del totale), gli attivi hanno rapporti due o tre volte alla settimana (29,9%), i regolari una volta alla settimana (27,3%), i saltuari con una cadenza tra il mensile e il quadrimestrale (21,9%), gli occasionali una volta ogni cinque o sei mesi (7,1%) e gli astinenti (chi non fa mai sesso) sono l’8,5%. Insomma, quasi due terzi degli italiani tra i 18 e i 60 anni (il 62,5%) hanno una vita sessuale molto intensa, contrassegnata da un ritmo settimanale. Tra i giovani con meno di 35 anni la percentuale è ancora più alta: il 72,4% (tra loro solo il 6,4% non fa mai sesso). Quali sono le pratiche più diffuse? Il 78,8% pratica con regolarità i preliminari prima del coito, il 74,2% fa sesso orale, il 58,2% la masturbazione reciproca, il 32,6% il sesso anale, il 30,2% il sexting (lo scambio di messaggi espliciti e foto personali), il 26,4% utilizza sex toys durante il rapporto, il 26,0% guarda video porno in coppia, il 22,1% utilizza cibi o bevande nei giochi erotici, il 17,6% fantastica apertamente con il partner su altri amanti, il 14,3% si riprende con lo smartphone durante i rapporti. Una quota minoritaria (il 14,0%) si dedica a pratiche non convenzionali (feticismo, bondage, sadomasochismo), il 7,7% fa sesso con più partner contemporaneamente e partecipa a orge.

Il lungo autunno industriale (e l’antidoto del riarmo). L’indice della produzione industriale è stato negativo per trentadue mesi consecutivi con l’eccezione di tre timidi rimbalzi. In particolare, la produzione manifatturiera è arretrata nel 2023 (-1,6%), nel 2024 (-4,3%) e anche nei primi nove mesi di quest’anno (-1,2%). Il lungo autunno industriale scivolerà nel gelido inverno della deindustrializzazione? Tra i comparti in maggiore sofferenza, quali rischiano di scomparire per sempre? Nel 2024 solo l’alimentare ha registrato un incremento della produzione: +1,9%. Il tessile e abbigliamento è calato dell’11,8%, i mezzi di trasporto del 10,6%, la meccanica del 6,4%, la metallurgia del 4,7%, la farmaceutica dell’1,7%. Solo quattro comparti (elettronica, alimentare, farmaceutica, legno e carta) mostrano segnali di recupero nel 2025. Contestualmente, nei primi nove mesi dell’anno la fabbricazione di armi e munizioni registra un incremento del 31,0% rispetto all’anno scorso.

La divaricazione tra spesa e consumo. L’inflazione ha condizionato pesantemente i comportamenti di consumo delle famiglie. Nel 2024 i prezzi erano più alti del 17,4% rispetto al 2019 e il carrello della spesa (i beni alimentari e per la cura della casa e della persona) era più caro del 23,0%. Si è speso di più, ma si è consumato di meno. Nei cinque anni il costo dei generi alimentari è aumentato del 22,2%, ma il volume effettivamente acquistato si è ridotto del 2,7%. La forbice è ampia anche per vestiario e calzature: +4,9% in valore e -3,5% in volume. I servizi assicurativi e finanziari sono aumentati del 47,3% in termini nominali, ma l’utilizzo si è ridotto del 2,0%. I soli servizi finanziari (pari al 3,2% della spesa delle famiglie, ovvero 40 miliardi di euro) hanno registrato un aumento del prezzo del 106,2% nel periodo 2019-2024.

La senilizzazione del mercato del lavoro. La demografia cambia volto all’occupazione. L’incremento di 833.000 occupati registrato nel biennio 2023-2024 è dovuto prevalentemente alle persone con 50 anni e oltre: +704.000 (ovvero l’84,5% di tutta la nuova occupazione). Il saldo positivo nei primi dieci mesi del 2025 (206.000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che aumentano di 410.000 unità (+4,2%), a fronte di -96.000 occupati di 35-49 anni (-1,1%) e -109.000 con meno di 35 anni (-2,0%). Tra i giovani sono in netto aumento gli inattivi: +176.000 nei primi dieci mesi dell’anno (+3,0%). Nel biennio 2023-2024 l’input di lavoro supera largamente la crescita dell’economia: +3,7% gli occupati, +5,3% le ore lavorate, solo +1,7% il Pil. Conseguentemente, calano gli indicatori di produttività: -2,0% il valore aggiunto per occupato e -3,5% il valore aggiunto per ora lavorata.

Rinunciare all’immigrazione? Sono più di 5,4 milioni gli stranieri che vivono in Italia (il 9,2% della popolazione residente), ma la gran parte si trova in condizioni di marginalità. Il 29,0% dei lavoratori stranieri (che sono in totale 2.514.000, ovvero il 10,5% degli occupati) è a tempo determinato o ha un impiego part time involontario (tra gli italiani la quota corrispondente si ferma al 17,2%). Il 29,4% svolge un lavoro non qualificato (l’8,0% tra gli italiani) e il 55,4% degli occupati stranieri laureati risulta sovraqualificato, ovvero possiede un titolo di studio troppo elevato per il lavoro svolto (il 18,7% tra gli italiani). Il 35,6% degli stranieri vive sotto la soglia della povertà assoluta (il 7,4% tra gli italiani). Siamo inclini a guardare con favore gli stranieri quando svolgono lavori faticosi e poco qualificati, o quando accudiscono gli anziani e i bambini, ma non siamo propensi a concedere loro gli stessi diritti di cittadinanza degli autoctoni. Il 63% degli italiani pensa che i flussi in ingresso degli immigrati vadano limitati, il 59% è convinto che un quartiere si degrada quando sono presenti tanti immigrati, il 54% percepisce gli stranieri come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali, solo il 37% consentirebbe l’accesso ai concorsi pubblici a chi non possiede la cittadinanza italiana e solo il 38% è favorevole a concedere agli stranieri il voto alle elezioni amministrative.

La nuova geografia della vitalità sociale nelle città-contenitore. A fronte di una riduzione della popolazione residente in Italia del 2,3% nel decennio 2014-2024 (quasi 1,4 milioni in meno), si ridisegna la geografia della vitalità sociale. La popolazione aumenta nelle città intermedie del Nord-Est e nei comuni limitrofi di alcune aree metropolitane. Nell’ultimo decennio i residenti sono aumentati soprattutto a Parma (+4,9%), Prato (+3,8%), Latina (+3,7%), Mantova (+3,6%), Brescia (+3,5%). Due sono i driver che spingono la marcia in avanti: le opportunità di lavoro e la presenza di stranieri. Tra le aree metropolitane, 11 hanno visto ridursi i propri abitanti tra il 2014 e il 2024 (da un minimo del -1,6% di Firenze a un massimo del -7,1% di Messina), Roma è stabile (+0,2%), Milano (+1,9%) e Bologna (+1,9%) sono cresciute.

Se l’offerta culturale diventa un dispositivo esperienziale. Nel 2024 la spesa per soggiorni culturali e nelle città d’arte dei viaggiatori stranieri è aumentata del 7,1% rispetto al 2023, raggiungendo il 56,4% del totale della spesa per vacanze sul territorio nazionale. Il fenomeno riguarda quasi 20 milioni di persone (+4,6% rispetto al 2023), pari al 55,9% dei 35 milioni di viaggiatori arrivati dall’estero. La tendenza si consolida: nel primo semestre del 2025 la spesa dei turisti stranieri per vacanze in Italia segna un +13,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, negli ultimi vent’anni (2004-2024) la spesa per la cultura delle famiglie italiane si è invece drasticamente ridotta (-34,6%). Si tratta di poco più di 12 miliardi di euro nell’ultimo anno, ovvero poco più di un terzo di quanto spendiamo nell’insieme per smartphone e computer (quasi 14,5 miliardi nel 2024: +723,3% negli ultimi vent’anni) e servizi di telefonia e traffico dati (17,5 miliardi). La riduzione dei consumi culturali dipende dalla forte contrazione della spesa per giornali (-48,3% in vent’anni) e libri (-24,6%). Ma contemporaneamente gli altri consumi di beni (+14,2%) e servizi culturali (+28,9%) non sono affatto diminuiti. Nell’ultimo anno il 45,5% degli italiani è andato al cinema, il 24,7% ha assistito a eventi musicali, il 22,0% a spettacoli teatrali, il 10,8% a concerti di musica classica e all’opera. Musei e mostre sono stati visitati dal 33,6% degli italiani, siti archeologici e monumenti dal 30,9%. L’offerta culturale diventa sempre più un dispositivo esperienziale.

Manifestazioni e piazze virtuali: la partecipazione senza delega politica. Alle ultime elezioni politiche del 2022 gli astenuti hanno raggiunto la quota record del 36,1% degli aventi diritto, 9 punti percentuali in più rispetto alle precedenti elezioni del 2018. Alle europee del 2024 il 51,7% degli elettori ha disertato le urne (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, gli astenuti si fermarono al 14,3%). Nel 2003 il 57,1% degli italiani si informava regolarmente di politica, nel 2024 la percentuale è scesa al 48,2%. I cittadini che ascoltano dibattiti politici erano allora il 21,1% e sono oggi il 10,8%. La partecipazione ai comizi si è dimezzata: dal 5,7% al 2,5% (dal 6,3% all’1,9% tra i giovani di 20-24 anni). E le mobilitazioni di piazza raccolgono sempre meno adesioni: nel 2003 il 6,8% degli italiani aveva partecipato a cortei, vent’anni dopo il 3,3%. Un’eccezione, dunque, le recenti proteste per il conflitto in Palestina.

Gli immortali. L’Italia continua a invecchiare rapidamente. Le persone dai 65 anni in su rappresentano il 24,7% della popolazione (14,6 milioni di persone): erano il 18,1% nel 2000 (10,3 milioni) e il 9,3% nel 1960 (4,6 milioni). L’aspettativa di vita è arrivata a 85,5 anni per le donne e 81,4 per gli uomini: circa 5 mesi in più solo nell’ultimo anno. E i centenari, 594 nel 1960, diventati 4.765 nel 2000, oggi sono 23.548. Nel 2045 le persone dai 65 anni in su saranno aumentate di quasi 4,5 milioni e raggiungeranno i 19 milioni (il 34,1% della popolazione). Il desiderio di prolungare l’esistenza sfuggendo alle malattie è la regola che accomuna la nuova generazione di anziani. Una tendenza a vivere come eterni adulti, senza limitazioni legate all’avanzare dell’età. Con la consapevolezza di custodire e trasmettere in eredità risorse, non solo materiali, di cui le giovani generazioni non potranno godere in ugual misura.

Massimiliano Valerii racconta la sintesi del 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025 

Giorgio De Rita presenta le Considerazioni Generali del 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025

«Il ceto medio ha paura di impoverirsi. Chi lo rappresenta vince le elezioni»

Intervista a Giuseppe De Rita per «La Stampa»

Giuseppe De Rita, sociologo e fondatore del Censis, interpreta da sempre i cambiamenti economici e sociali della società italiana, e oggi coglie l’inquietudine del ceto medio e la conseguente ansia della politica che cerca di inseguirlo, tralasciando talvolta le necessità dei redditi bassi. «Il vero problema sociale e politico dell’Italia è il potenziale impoverimento del ceto medio. Questo fa paura. Tutta la politica ruota sulle misure da realizzare a favore del ceto medio – sottolinea – ma poi è la dimensione identitaria a prevalere».

Si spieghi.

«Ai partiti piace tanto discutere di Trump e Mamdani, polarizzare le situazioni mentre invece il grosso della vita della società sta in mezzo, si vive di medietà. La politica va verso gli estremi, perché è un modo identitario di compattare la base. Se Elly Schlein decide di andare all’insediamento di Zohran Mamdani, il neosindaco di New York, probabilmente è perché pensa che questa sia l’identità di sinistra».

Negli ultimi anni si è detto spesso che le elezioni si vincono al centro, non è più vero?

«La mia impressione è che continui ad essere vero che le elezioni si vincono al centro, soltanto che quando si perde o si è in difficoltà di consenso i politici virano verso le ali estreme, pensando che questo renda di più sul piano politico ed elettorale. Siamo di fronte a una svolta congiunturalmente importante tra una tradizione di medietà che ha sempre sostenuto l’Italia, e dei partiti politici che cercano identità estreme».

Il governo ha fatto una legge di bilancio destinata quasi interamente al ceto medio.

«Il governo, solo perché governa, fa medietà. Ha una doppia carta da usare: il sostegno al ceto medio e la ricerca della vecchia identità estremista. E questo giova al governo perché gli porta due elettorati diversi».

Perché il ceto medio ha paura di impoverirsi?

«Perché alcuni fenomeni come l’inflazione e il blocco dei salari aumentano una percezione di povertà. Il che non è vero, perché i contratti vengono firmati, i salari crescono anche se di poco, nel pubblico impiego come nel privato. Tutto sommato, il governo sta attuando una politica di attenzione verso il ceto medio».

Ai 5 milioni di poveri chi ci pensa?

«La gran parte dell’elettorato chiede una politica di sostegno al ceto medio che ha due problemi su tutti: uno fiscale e uno pensionistico. Chi oggi fa propria una politica fiscale e pensionistica di tipo mediano vince le elezioni. Il ceto medio ha bisogno di sicurezze per consolidarsi, le diseguaglianze non sono un argomento che va di moda».

Non trova che giovani siano trascurati dalla politica?

«Fanno le loro trattative con le aziende, chiedono lo smart working, l’assicurazione, il welfare aziendale. Quando non sono soddisfatti cambiano lavoro o se ne vanno all’estero. Sono molto più potenti di ieri, molto di più di quanto lo fossi io nel 1955 quando ho iniziato a lavorare, io non potevo contrattare nulla».

Che siano ceto medio o redditi bassi, in Italia però nessuno fa più figli. Perché?

«É un fatto antropologico, lo ha scritto il rapporto Censis e lo ha detto molto bene anche il professor Massimo Recalcati: è la mancanza di desiderio dei giovani. È una mancanza di desiderio coniugale, familiare, anche sessuale. Il desiderio non si risveglia con un bonus, è una questione di culturacollettiva».