Il capitolo «Lavoro, professionalità, rappresentanze» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025
Comunicato Stampa 5 Dicembre 2025
Comunicato Stampa 5 Dicembre 2025
Roma, 5 dicembre 2025 – Il rinserramento collettivo nel lavoro. Quasi la metà degli italiani (il 46,4%) preferirebbe un impiego dipendente nel settore pubblico, il 30,6% opterebbe per il privato e solo l’11,0% sceglierebbe la libera professione o l’imprenditoria. La stabilità è il motivo dominante: il 63,0% degli occupati nel settore pubblico la indica come la prima ragione, seguita dalla certezza del reddito fisso (55,1%) e dalla possibilità di evitare il rischio di licenziamento (35,2%). Gli italiani cercano soprattutto impieghi duraturi, capaci di garantire continuità nel tempo. Infatti, la permanenza media nello stesso lavoro è di 11,7 anni, a fronte di una media dell’Unione europea di 9,9 anni. Nonostante questa domanda pressante di sicurezza, solo il 38% dei lavoratori italiani ritiene il proprio ambiente professionale psicologicamente ed emotivamente salubre: un valore ben al di sotto di quello registrato nei Paesi nordeuropei, che superano il 60%.
Il ruolo centrale dell’engagement nella produttività del lavoratore e dell’azienda. Solo il 29,4% degli occupati dipendenti nel settore privato in Italia si sente molto motivato a dare il massimo nel proprio lavoro. Tra i lavoratori over 55 lo afferma più di uno su tre (il 37,5%), tra gli under 44 la quota scende a circa uno su quattro (il 24,0%). Anche la posizione occupata all’interno delle gerarchie aziendali fa la differenza: i dipendenti intermedi mostrano un tasso di motivazione elevato: il 32,2% contro il 26,1% di chi svolge mansioni esecutive. Quando l’engagement viene a mancare, sorge il disimpegno, conseguenza di diversi fattori: il disallineamento tra le competenze del lavoratore e le mansioni affidate, e la disillusione, con un distacco emotivo dalle attività lavorative svolte e la perdita di centralità del lavoro nella vita delle persone. La disaffezione al lavoro rappresenta una delle maggiori sfide per le imprese. Il 38,3% dei lavoratori percepisce un impatto forte e tangibile sulla produttività aziendale, un ulteriore 34,2% lo riconosce come un fattore influente.
Il lavoro invisibile che ancora ricade sulle donne: la gestione domestica. In Italia più della metà delle donne (il 54,4%) si occupa personalmente delle faccende domestiche, a fronte di appena il 17,6% degli uomini. La differenza è di quasi 37 punti percentuali. Il lavoro invisibile, ovvero la cura della casa e della famiglia, resta prevalentemente un carico femminile. Si sottrae del tutto alle mansioni domestiche il 14,9% degli uomini, contro solo il 5,6% delle donne. Il 67,5% degli uomini si occupa delle faccende insieme ad altri membri della famiglia, mentre solo il 40,0% delle donne condivide con altri il carico di lavoro. Quasi 6 donne su 10 (il 59,0%) vi dedicano almeno due ore al giorno.
Il peso del lavoro di cura: benessere mentale e lavorativo dei caregiver. Il benessere lavorativo e psicofisico dei caregiver familiari, stimati in 7 milioni nell’ultima rilevazione del 2019, riveste un ruolo centrale nella pianificazione delle politiche sanitarie e sociali. Solo il 14,2% dei caregiver italiani ha beneficiato di orari di lavoro flessibili e il 14,1% ha modificato il proprio orario di lavoro, contro una media europea rispettivamente del 15,6% e del 14,6% (in Germania si sale rispettivamente al 21,4% e al 19,4%). Il prolungamento dei periodi lontani dal lavoro ha interessato il 10,1% dei caregiver italiani, contro il 9,7% della media europea e il 6,3% dei colleghi in Germania, attestando una peggiore conciliazione di lavoro e attività di cura in Italia. Nel nostro Paese il 23,8% dei caregiver riferisce sintomi depressivi moderati, il 13,6% sintomi moderatamente severi (il 15,8% tra le donne, il 6,5% tra gli uomini) e il 7,3% sintomi gravi. Si spiega perché solo il 30,4% afferma di godere di una buona salute e solo il 6,1% di una salute molto buona.
Seconde chance: il lavoro dei detenuti in Italia. Il tasso di sovraffollamento nelle carceri italiane sfiora il 133% e il rapporto tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria si attesta a 20,2 detenuti ogni 10 agenti. Una sproporzione che appesantisce la gestione ordinaria e alimenta il clima di fatica diffuso all’interno delle strutture carcerarie. Oltre un quarto (il 27%) dei detenuti con condanna definitiva deve scontare più di dieci anni, quasi due terzi (il 64%) tra i due e i dieci anni, mentre appena il 9% ha davanti a sé una pena inferiore a due anni. Alla fine del 2024 i detenuti coinvolti in attività lavorative erano 21.235, a fronte di una popolazione detenuta di 61.861 persone. Un numero in crescita rispetto ai 14.686 occupati del 2004: in poco più di vent’anni si contano 6.549 lavoranti in più. Dal 2004 al 2024 la quota di detenuti lavoranti sul totale è passata dal 26,6% al 34,3%, con un incremento complessivo del 44,6%. Solo negli ultimi due anni si è registrato un ulteriore +5,8%. L’unica battuta d’arresto si è avuta tra il 2004 e il 2010 (-3,5%), mentre in tutti gli altri periodi la crescita è stata costante. A trainare questo aumento è stata soprattutto l’occupazione alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, che ha sempre riguardato più dell’80% dei detenuti lavoratori e che nel 2024 ha raggiunto l’85,1%. Tra il 2004 e il 2024 i detenuti occupati in questa forma sono aumentati del 48,6%, con un balzo del 6,0% tra il 2023 e il 2024. Se al 31 agosto 2025 la popolazione carceraria ha raggiunto quota 63.167, resta ancora evidente lo scarto tra chi sconta una pena e chi ha accesso a una seconda chance attraverso il lavoro.