Primo Rapporto sulla didattica digitale
Le università telematiche – che rappresentano il volano della didattica digitale e la leva dell’applicazione delle tecnologie ai processi formativi – costituiscono oggi una realtà che in Italia, rispetto a quanto accade in altri paesi, necessita di un racconto dei risultati fin qui raggiunti e del ruolo che stanno rivestendo nel coprire il gap di laureati italiani – un gap oggi non solo quantitativo, ma anche qualitativo – e nell’adottare modalità innovative tali da allargare le opportunità di accesso alla formazione terziaria.
Raccontare questo modello – tutt’altro che alternativo e sostitutivo rispetto al modello delle università tradizionali, bensì integrativo e complementare, date le specificità che esso presenta – costituisce l’obiettivo prioritario dell’attività di ricerca proposta dal Censis in questo progetto, di cui il presente testo illustra i risultati delle attività previste nella prima annualità.
Il futuro visto con gli occhi dei ragazzi
Roma, 3 febbraio 2026 – Sono stati presentati oggi, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, i risultati della prima indagine dell’Osservatorio Iride, nato dalla collaborazione tra Censis e Fondazione Costruiamo il Futuro allo scopo di osservare il presente e il futuro dell’educazione attraverso gli occhi dei ragazzi.
L’indagine, dal titolo «Senso della scuola, senso del lavoro», ha analizzato i percorsi educativi e le traiettorie post-scolastiche dei più giovani con l’obiettivo di comprendere, attraverso il loro sguardo, le loro aspettative, le preoccupazioni e le esigenze di cambiamento e di restituirle a educatori, istituzioni e decisori politici, favorendo un dialogo concreto e costruttivo per strutturare al meglio il loro futuro.
Lo studio, che prende in considerazione un campione di 1.000 giovani tra i 16 e i 19 anni, mostra ragazzi consapevoli e tutt’altro che rassegnati, desiderosi di costruire qualcosa di utile per sé e per gli altri, ma anche incerti: il 62,8% è preoccupato per il proprio futuro occupazionale. Tuttavia, pur temendo le difficoltà del mondo del lavoro, la maggioranza desidera proseguire gli studi. Sono ragazzi che chiedono più competenze pratiche, orientamento, strumenti educativi adeguati, e una scuola capace di prepararli a un contesto complesso e in rapido cambiamento.
«L’Osservatorio Iride nasce per valorizzare lo sguardo delle ragazze e dei ragazzi sui percorsi educativi e sul loro futuro» ha dichiarato Gabriele Toccafondi, Direttore dell’Osservatorio Iride. «Accanto ai tradizionali sistemi di valutazione della scuola e della formazione, Iride esplora uno spazio ancora poco indagato: il punto di vista diretto degli studenti. Quello presentato oggi è il primo studio realizzato e ne seguiranno altri» ha annunciato Toccafondi. «Dalle risposte emerge chiaramente che questi ragazzi sono tutt’altro che «bamboccioni» o generazione senza idee o valori, anzi sono giovani consapevoli, non rassegnati, desiderosi di costruire il proprio futuro: incerti (34,2%) e ansiosi (30,9%), ma contemporaneamente fiduciosi (29,8%) e ottimisti (30,2%). Sono motivati, hanno l’ambizione di proseguire gli studi (68,7%), ma anche preoccupati per il proprio futuro lavorativo (62,8%). Chiedono competenze: di conoscere diritti e doveri e saper leggere contratti di lavoro (56,1%), strumenti di orientamento, come muoversi nella vita quotidiana tra istituzioni, uffici, banche, imprese (40,9%) e una scuola capace di prepararli a un mondo del lavoro complesso e in rapido cambiamento».
I ragazzi hanno voglia di confrontarsi con il mondo del lavoro pur affermando che il lavoro non definisce l’identità di una persona (63,3%), vedono la prospettiva di un lavoro poco qualificato e pensano di essere penalizzati, cercano un lavoro che abbia una certa autonomia su tempi ed orari facendo cose interessanti che appassionino, non si accontentano di un lavoro qualunque sia.
I giovani hanno delle priorità e le mettono in fila: il 91,6% vorrebbe avere un lavoro che gli piace, l’89,6% vorrebbe avere successo nel lavoro, l’88,8% vivere con la persona amata, l’88,7% vivere una vita soddisfacente, il 74,1% riuscire a fare la differenza nel mondo, impegnarsi per cambiare le cose, il 70,8% desidera avere dei figli.
In sostanza, sono coscienti che la realtà sociale sia molto complessa ed in continua trasformazione, che il futuro non sia affatto facile e che gli strumenti in loro possesso non siano i più adatti per affrontare un percorso incerto, ma nonostante questo hanno una volontà forte di impegnarsi per raggiungere i loro obiettivi. Uno scenario che chiama in causa tutti ed in particolare gli adulti, i genitori, gli educatori, i decisori politici.
«L’Osservatorio Iride è il primo osservatorio permanente che si propone di monitorare l’alleanza scuola-lavoro, partendo dagli occhi dei ragazzi, per capire come i giovani vedono il rapporto tra il loro percorso formativo e il mondo del lavoro. I ragazzi sono il nostro futuro ed è per questo che questa alleanza tra ragazzi, scuola, famiglia e lavoro diventa sempre più importante» ha detto Maurizio Lupi, Presidente della Fondazione Costruiamo il Futuro. «Ogni anno, il Rapporto sarà messo a disposizione delle istituzioni nonché delle scuole, nello scambio costante con i presidi di tutta Italia, grazie anche alla disponibilità del Ministero dell’Istruzione. Ci tengo quindi a ringraziare tutte le scuole, i ragazzi e i presidi coinvolti in questa ricerca. Il progetto lanciato dal Censis ha visto subito l’adesione di Fondazione Costruiamo il Futuro e ringrazio il direttore scientifico, Ubaldo Casotto, e il presidente del comitato scientifico, dottor Lorenzo Ornaghi. Di ricerche ce ne sono molte, ma qui, i protagonisti sono i ragazzi e lo scopo di questo lavoro è riassunto benissimo nella frase di don Lorenzo Milani scelta come motto per la ricerca: il maestro dev’essere, per quanto può, profeta; scrutare i segni dei tempi; indovinare negli occhi delle ragazze e dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confusione».
«Abbiamo realizzato un Osservatorio permanente, capace di entrare nelle scuole e cercare di intercettare qual è il rapporto tra il modo di vedere il futuro dei giovani studenti della scuola superiore e il mondo del lavoro. Con questo Osservatorio, noi del Censis insieme a Fondazione Costruiamo il Futuro, oltre a fare le domande, vogliamo anche provare a dare ai ragazzi delle risposte sotto il profilo istituzionale» ha dichiarato Giorgio De Rita, Segretario Generale del Censis. «In questo anno di lavoro abbiamo raccolto più di 25.000 questionari che i ragazzi hanno completato e che verranno analizzati e restituiti in un nuovo Rapporto che verrà presentato nei prossimi mesi».
Questi sono i principali risultati del Rapporto «Senso della scuola, senso del lavoro» realizzato dal Censis in collaborazione con Fondazione Costruiamo il Futuro, che è stato presentato oggi a Roma da Claudia Donati, Direttrice di ricerca Censis, e discusso da Maurizio Lupi, Presidente Fondazione Costruiamo il Futuro, Gabriele Toccafondi, Direttore Osservatorio Iride, Giorgio De Rita, Segretario Generale Censis, Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del Merito
Formazione universitaria digitale: leva per l’accesso alla laurea e sbocchi occupazionali
Roma, 29 gennaio 2026 – Le università telematiche leva per ampliare l’accesso alla laurea. In un Paese che continua a registrare un deficit strutturale di laureati, la formazione universitaria digitale si conferma non una soluzione marginale, ma un canale strutturale di accesso all’università, capace di intercettare una domanda di formazione che il modello tradizionale fatica a soddisfare. Non a caso, la scelta dell’università telematica è fortemente legata alla flessibilità dell’offerta. Il 73,7% degli intervistati indica la possibilità di conciliare studio e lavoro come principale motivazione dell’iscrizione, mentre il 55,5% richiama fattori legati alla fruizione e all’organizzazione dei tempi di vita. Tra il 46,5% di laureati che hanno fruito di agevolazioni economiche, l’80,6% le ha considerate molto o abbastanza influenti nella scelta effettuata. È quanto emerge dal Primo Rapporto Censis-United sulla didattica digitale, basato su un’indagine che ha coinvolto 3.993 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024. Il Rapporto evidenzia come le università telematiche svolgano una funzione integrativa e complementare rispetto agli atenei tradizionali, ampliando l’area di accesso alla formazione terziaria soprattutto per studenti lavoratori, adulti e diplomati tecnici e professionali. Non si tratta di un modello alternativo, ma di un sistema che risponde a esigenze di flessibilità, personalizzazione dei percorsi e conciliazione tra studio, lavoro e vita privata, sempre più centrali nella domanda di istruzione.
L’identikit del laureato nelle università telematiche. Più della metà dei laureati ha conseguito una laurea triennale (57,1%), il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni e oltre. Il profilo che emerge è quello di un’utenza adulta e già inserita nel mercato del lavoro: al momento dell’iscrizione il 75,3% degli studenti era occupato e il 48,4% proveniva da percorsi di istruzione tecnica e professionale. Significativa anche la dimensione territoriale, con il 51,2% degli iscritti residenti nel Mezzogiorno.
Didattica digitale promossa per flessibilità, autonomia e qualità. La valutazione complessiva dell’esperienza è ampiamente positiva: il 93,4% dei laureati giudica il proprio percorso universitario molto o abbastanza soddisfacente. Gli elementi più apprezzati sono la possibilità di conciliare studio, lavoro e interessi personali (82,5%) e l’autonomia nella gestione dello studio (47,7%). Le criticità, segnalate da una quota minoritaria (6,6%), riguardano soprattutto il supporto personalizzato inferiore alle attese e il livello di interazione con i docenti. Molto positivi anche i giudizi sulla qualità della didattica e sull’utilizzo delle tecnologie digitali. Oltre il 96% degli intervistati ritiene facilmente accessibili i materiali didattici online e intuitive le piattaforme di e-learning, mentre il 78,4% segnala positivamente l’impiego di tecnologie avanzate come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali. La modalità asincrona è apprezzata per l’accessibilità, la gestione personalizzata dei tempi di apprendimento e la possibilità di rivedere più volte i contenuti. Un’ampia maggioranza, il 73,9%, conferma la soddisfazione complessiva e dichiara che si iscriverebbe nuovamente allo stesso corso, presso lo stesso Ateneo. Una quota del 14,8% sceglierebbe comunque lo stesso Ateneo, ma si iscriverebbe a un altro corso di laurea, probabilmente per una maggiore attinenza con i propri interessi o esigenze emerse dopo il termine degli studi.
Opportunità concrete e nodi da sciogliere. Dal punto di vista degli esiti occupazionali, tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno dal conseguimento del titolo, il 79,1% giudica la laurea utile nella ricerca di un’occupazione, soprattutto per le competenze e le conoscenze acquisite. Nel complesso, il Primo Rapporto Censis-United restituisce l’immagine di una didattica digitale che non rappresenta una scorciatoia formativa, ma uno strumento decisivo per ampliare la base dei laureati, ridurre i divari di accesso all’istruzione universitaria e promuovere l’apprendimento permanente, contribuendo in modo strutturale al rafforzamento del capitale umano del Paese.
Un Paese che ha saputo porsi faccia a faccia con il presente
Roma, 5 dicembre 2025 – Il Paese ha saputo, più e meglio di altre grandi democrazie occidentali, porsi faccia a faccia con il presente. La società italiana, non riuscendo a spezzare la trappola del declino, ha rimodulato attese e desideri. Certo, scontando la perdita di potenza dei trascorsi processi di ascesa economica e sociale, e senza poter contare su riforme e adeguamenti strutturali alle grandi trasformazioni in corso. Nel saper stare insieme sull’esistente si sfebbrano gli eccessi, si metabolizzano aggressività ed esclusione, si contrasta l’instabilità politica e sociale, si limitano le conseguenze del ritardo dello sviluppo economico. Ma l’autonoma difesa immunitaria non basta: non può sostituire la necessità di visione e di azione.
Se resistere, adattarsi, stare dentro le crisi è diventata un’attitudine italiana, stare nel presente non deve ridursi però all’eccesso di presenza di gesti e parole, in una sterile disputa quotidiana su qualsiasi argomento di attualità, magari nell’auspicio di mobilitare la società. Il più importante terreno di impegno sul quale misurarsi oggi consiste nel coltivare il presente al di là di ogni ambizione di presenza.
Davanti all’incessante flusso di immagini delle devastazioni e degli stermini che invade le nostre case, un’idea di progresso per il prossimo decennio richiede l’impegno per la pace, intesa non solo come obiettivo morale, ma come fondamento di crescita e coesione sociale.
In un’epoca di verticalizzazione e personalizzazione del potere, in cui torna a dominare la forza e a vincere la politica di potenza delle nazioni, viene da chiedersi a chi spetti il compito di contenerne le tragiche conseguenze, se non all’Europa. Con la sua capacità di stare nel mezzo: non di rappresentare, cioè, la risposta concreta alle grandi sfide epocali (dal cambiamento climatico all’intelligenza artificiale), ma di modellare lentamente gli argini senza i miti delle facili alleanze, delle labili ideologie, dell’omologazione dei comportamenti e delle strutture sociali. Tuttavia, senza una dimensione da grande potenza economica, senza una grande solidità finanziaria, tecnologica o politica, senza una capacità diplomatica coesa e di altissimo livello, dobbiamo prendere atto che per l’Unione europea è impossibile assimilare nel presente le grandi tensioni del mercato globale o il tentativo di dominio dei tecnocrati delle transizioni. Viene quindi da chiedersi se gli anticorpi in reazione ai rischi dell’epoca modellino una diversa autocoscienza della società e preparino un nuovo schema di pace e di sviluppo, o se al contrario ne rimarchino la senescenza, l’invecchiamento non solo demografico ma anche culturale, finanziario, tecnologico.
In Italia la cetomedizzazione dal basso non è finita. Al contrario, per molti versi vince ancora. C’è stata e c’è, sa stare nel presente, sa sgarbugliare gli intrecci di uno sviluppo squilibrato, nei territori intermedi come nelle grandi città. È stata e resta una base preziosa di stabilità nelle grandi e piccole crisi, interne e internazionali. Un tessuto certo infragilito, dagli orli sfrangiati e dai rammendi vistosi, dagli investimenti prudenti, segnato dal mancato compimento di molte attese di progressiva accumulazione individuale di ricchezza e troppe volte ripiegato nell’attesa di benefici ereditari. Ora la laguna della cetomedizzazione ha prodotto un nuovo ceto medio che non rinuncia a viaggiare e a consumare, ma lo fa con un biglietto di classe Economy, e di quando in quando si concede l’upgrade di un biglietto Premium.
Se attraversiamo un’epoca in cui occorre essere realisti, stare sulle sfide del presente, lavorare più sulla staffetta generazionale che non sul conflitto tra generazioni, allora lavorare faccia a faccia con il presente diventa il lato positivo e fertile di un governo ibrido dello sviluppo, senza rimandi astratti alle cose nuove da fare in un futuro prossimo.
Ma sarebbe ingeneroso attribuire solo alla decisione politica le responsabilità e i difetti della presenza pubblica nello schema di gioco della promozione e regolazione della crescita economica e sociale. Accanto alla politica vivono meccanismi profondamente radicati nella società, che trova nei suoi processi storici stratificazioni successive delle istanze individuali da interpretare e accompagnare, che integrano nell’azione politica il faccia a faccia con il presente. Saper stare nel presente è tanto il compito della politica, quanto lo è del sociale vivo nel sistema dell’informazione, nella rappresentanza degli interessi di lavoratori e imprese, nel sistema della formazione intermedia e universitaria, negli istituti di ricerca. L’impegno a stare nel presente è un fatto politico, ma l’assunzione di serietà e responsabilità collettiva, che nel presente precede e orienta ogni impegno, è un fatto di tutti e per tutti.
Il capitolo «Processi formativi» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025
Roma, 5 dicembre 2025 – Se la scuola non prepara al futuro. Secondo una indagine del Censis, il 28,3% dei giovani di 16-19 anni ritiene che la scuola non li prepari adeguatamente al futuro (il dato sale al 32,7% tra i 18-19enni). Sette su dieci esprimono invece un giudizio positivo, riconoscendo alla scuola una preparazione sufficiente (53,3%) o adeguata (18,4%) alle sfide che dovranno affrontare. Il 74,6% dei ragazzi insoddisfatti pensa che la vita vera sia fuori dalla scuola, il 57,8% non ritiene che la scuola possa aiutarli a capire meglio il mondo, il 53,0% non pensa che la scuola sia una palestra di vita. Così, il 26,1% degli insoddisfatti (contro il 7,6% di chi ritiene che la scuola prepari in modo almeno sufficiente) non pensa che a scuola stia mettendo le basi per il proprio futuro e il 27,2% non crede che studiando possa realizzare i propri obiettivi. Il disorientamento rispetto a un futuro incerto aumenta tra i giovani più critici verso la scuola. Ma molti giovani avanzano proposte. Il 56,1% vorrebbe ricevere dalla scuola indicazioni pratiche su come muoversi nel mondo del lavoro, il 41,9% reclama una didattica innovativa e lezioni più dinamiche, il 31,1% vorrebbe programmi scolastici più attenti alla realtà contemporanea. L’educazione affettiva e sessuale è un bisogno espresso dal 34,7% dei giovani, il 19,0% vorrebbe insegnamenti per imparare a riconoscere le fake news e le truffe online.
Intelligenza artificiale a scuola: il punto di vista degli studenti. Il 72,0% degli studenti della scuola secondaria di II grado utilizza l’Ia per lo studio o nella vita personale, il 53,1% ha nella propria classe insegnanti favorevoli al suo impiego nella didattica, il 33,8% ha docenti che la utilizzano come supporto all’apprendimento. Il 72,0% è consapevole che l’utilizzo esperto dell’Ia è una competenza fondamentale per il futuro e ritiene quindi che dovrebbe essere oggetto di insegnamento. Il 59,2% crede che velocizzi alcune fasi dell’apprendimento, favorendo l’approfondimento dei temi più complessi. Il 53,9% afferma che li ha aiutati a sviluppare un metodo di studio, nuove idee o modi originali di affrontare i compiti. Ma il 71,7% controlla sempre che il contenuto generato dall’Ia sia corretto. E il 46,0% dichiara di provare frustrazione quando altri studenti ottengono buoni voti grazie all’Ia. La maggioranza desidera impiegarla soprattutto per spiegazioni personalizzate su ciò che non comprende (43,5%) e per esercitarsi con quiz, verifiche o simulazioni (42,9%). Il 31,9% la considera un supporto nella scrittura. Solo il 13,5% ammette di considerarla uno strumento utile per svolgere velocemente i compiti e liberare così più tempo per sé.
I Neet e la transizione istruzione-lavoro. Tra il 2019 e il 2024 la quota di Neet di 18-29 anni (giovani non impegnati in percorsi di studio o formazione, né in attività lavorative) è diminuita di 7,5 punti percentuali, passando dal 25,9% al 18,4% del totale, sebbene l’Italia resti al di sopra della media europea (13,2%). I Neet 18-24enni, che nel 2019 erano il 23,0% (10 punti sopra la media Ue), nel 2024 sono scesi al 16,2% (4 punti sopra la media Ue, attestata al 12,0%). Mentre i Neet 25-29enni sono scesi dal 29,6% al 21,5%, riducendosi di oltre 8 punti percentuali (media Ue: 14,7%). Restano ancora da coprire le distanze che separano l’Italia dai Paesi più virtuosi, che nel 2024 hanno registrato quote di Neet non superiori al 10%: Paesi Bassi (5,8%), Malta (7,2%), Svezia (7,7%), Slovenia (7,9%), Danimarca (9,2%), Irlanda (9,3%), Austria e Germania (10,0% in entrambi i casi). Il gap da colmare richiede una transizione più fluida dall’istruzione al mercato del lavoro e una contaminazione dei due ambiti. Da questo punto di vista, ai vertici della graduatoria sono i Paesi del Nord Europa: i Paesi Bassi sono primi in graduatoria con il 56,1% di 18-24enni che studiano e lavorano. Seguono Danimarca (43,5%) e Germania (35,9%), poi Irlanda (34,1%), Finlandia (31,6%), Svezia (29,9%) e Austria (29,4%). All’opposto si colloca la Romania, con solo il 4,4% di 18-24enni che conciliano lo studio con il lavoro, preceduta in penultima posizione dall’Italia (5,7%), superata anche dalla Grecia (5,8%). La numerosità dei Neet è infatti ridotta nei Paesi a più alta intensità di giovani adulti che lavorano e studiano, Paesi in cui è consolidato l’impiego di dispositivi che permettono ai giovani di acquisire competenze sul posto di lavoro, facilitando così il loro inserimento occupazionale.
Università: aumento delle immatricolazioni e progressiva ridefinizione delle traiettorie di studio. Nell’anno accademico 2024-2025 si conferma la tendenza positiva delle immatricolazioni, con un aumentato del 5,3%. L’incremento non è stato però uniforme a livello geografico. Sono stati gli atenei del Centro a registrare l’aumento più consistente di immatricolati (+14,0%), seguiti da quelli meridionali (+6,1%) e poi dal Nord-Est (+2,0%), mentre nel Nord-Ovest la variazione è stata negativa (-0,9%). Le scelte degli atenei, infatti, devono misurarsi con la sostenibilità economica per le famiglie degli studenti. La mobilità studentesca si sta contraendo. Dopo l’incremento registrato nell’anno accademico 2021-2022, quando gli immatricolati fuori regione erano il 21,6% del totale (+1,2% rispetto all’anno prima), negli anni successivi l’andamento è stato decrescente: il 20,8% nel 2022-2023, il 19,6% nel 2023-2024, il 17,6% nel 2024-2025. Se nell’anno accademico 2024-2025 sono ancora gli atenei del Nord-Est i più attrattivi, con un saldo positivo tra immatricolati fuori regione e residenti immatricolati in altre regioni pari al 10,9%, seguiti da quelli del Centro (+8,2%) e da quelli del Nord-Ovest (+2,6%), tali valori però sono nettamente più bassi rispetto a quelli del 2019-2020 sia nel Nord-Est (il saldo allora era pari a +13,9%), sia al Nord-Ovest (+8,1%). Negli atenei meridionali invece l’indice di attrattività, seppure ancora negativo, si è ridotto di 8 punti percentuali, in ragione della diminuzione degli studenti immatricolati fuori dalle regioni di residenza: da -23,8% nel 2019-2020 a -15,8% nel 2024-2025. A livello regionale il più attrattivo è il sistema universitario dell’Emilia Romagna, con un saldo positivo pari a +26,3%, seguito dagli atenei di Umbria (+18,0%) e Lazio (+11,2%), poi Trentino Alto Adige (+9,1%), Toscana (+6,0%), Lombardia (+5,6%), Friuli Venezia Giulia (+2,2%) e Piemonte (+1,9%).
Apprendimento permanente: chi rimane indietro? La formazione continua e permanente degli adulti è centrale nelle politiche formative delle economie avanzate. Tra il 2020 e 2024 il tasso di partecipazione all’apprendimento formale e non formale in Italia è aumentato dal 7,1% dei 25-64enni al 10,4%. Non si è però annullata la distanza dalla media europea, pari al 13,5%. Se si considera la partecipazione alla formazione nei dodici mesi, lo scenario è scoraggiante: sia l’Italia che l’Ue nel suo complesso sono ancora distanti dall’obiettivo 2030 di almeno il 60% di adulti inseriti in attività formative, con tassi rispettivamente del 20,9% e del 28,5%. Solo la Svezia ha raggiunto e superato la soglia del 60%. Danimarca, Estonia e Finlandia sono oltre il 50%. L’Italia si posiziona agli ultimi posti, con un tasso superiore solo a Germania, Polonia, Romania, Croazia, Grecia, Bulgaria. Il valore italiano del 20,9% è composto dall’8,2% di formati 25-64enni con al più la licenza media, dal 20,9% di diplomati e dal 39,8% di persone con titoli terziari. La propensione individuale all’apprendimento è quindi più elevata tra chi ha una maggiore consuetudine con lo studio. Fuori dal circuito educativo restano proprio gli adulti che presentano le maggiori necessità.
L’Italia nell’età selvaggia
Roma, 5 dicembre 2025 – L’Italia nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco. Nel mondo a soqquadro non è l’economia il vero motore della storia. Lo sono le pulsioni antropologiche profonde: antichi miti e nuove mitologie, paure ancestrali e tensioni messianiche, veementi fedi religiose e risorgenti fanatismi ideologici, culture identitarie radicali, desideri di riconoscimento inappagati, suggestioni della volontà di potenza. Molti fenomeni del nostro tempo, che sfuggono alla pura razionalità economica, come le guerre, i nazionalismi, il protezionismo, non si spiegherebbero altrimenti. Il vitalismo irrazionale soppianta la fiducia ragionevole in un illuminato progressismo liberal. Ci siamo inoltrati in un’età selvaggia, del ferro e del fuoco, di predatori e di prede. E il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. Perciò il 62% degli italiani ritiene che l’Unione europea non abbia un ruolo decisivo nelle partite globali. Il 53% crede che sia destinata alla marginalità in un mondo in cui vincono la forza e l’aggressività, anziché il diritto e l’autorità degli organismi internazionali. Per il 74% l’american way of life non è più un modello socio-culturale, un tempo da imitare e oggi irriconoscibile. Moriremo post-americani? Il 55% è convinto che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita e adesso appartenga a Cina e India. Il 39% ritiene che le controversie tra le grandi potenze si risolvano ormai mediante i conflitti armati, i cui esiti fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale. E il 30% condivide una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi.
Il Grande Debito e il secolo delle società post-welfare. L’aumento vertiginoso dell’indebitamento delle economie occidentali le rende fatalmente più fragili. Tra il 2001 e il 2024 nei Paesi del G7, a fronte di una stentata crescita dell’economia, il debito pubblico è lievitato dal 75,1% al 124,0% del Pil. In Italia dal 108,5% al 134,9%, in Francia dal 59,3% al 113,1%, nel Regno Unito dal 35,0% al 101,2%, negli Stati Uniti dal 53,5% al 122,3%. Non siamo più l’unico malato d’Europa. Nel 2030 il rapporto debito pubblico/Pil nei Paesi del G7 supererà il 137%, ritornando prossimo al livello raggiunto nel 2020 a causa della pandemia, quando sfiorò il 140%. Si annuncia uno shock per le finanze pubbliche analogo a quello vissuto durante l’emergenza sanitaria, ma questa volta il debito record sarà maturato in condizioni ordinarie, in assenza di una pandemia. Il Grande Debito determina una mutazione ontologica dello Stato: da Stato fiscale a Stato debitore. Gli Stati debitori non potranno abbassare le tasse, obiettivo sempre promesso dagli Stati fiscali e puntualmente disatteso. L’ingente debito e la bassa crescita, legata all’invecchiamento demografico e alla riduzione della popolazione attiva, congiurano per un inevitabile ridimensionamento del welfare (il welfare state è un fenomeno storico, non imperituro: può nascere e svilupparsi, ma anche estinguersi). Gli interessi pesano come zavorre sui conti pubblici e restringono anche gli spazi di manovra sugli investimenti produttivi e gli stimoli alla crescita. A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro (+38,2% rispetto a settembre 2001). Nell’ultimo anno la spesa per interessi è stata pari a 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del Pil: il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), anche più della Grecia (3,5%) e molto al di sopra della media europea (1,9%). Gli interessi pagati superano non solo la spesa per i servizi ospedalieri (54,1 miliardi), ma l’intero valore degli investimenti pubblici (78,3 miliardi) e ammontano a più di dieci volte quanto l’Italia spende in un anno per la protezione dell’ambiente (7,8 miliardi). La vulnerabilità è accresciuta dal fatto che i titoli del debito pubblico italiano sono in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero: il 33,7% del totale (ovvero più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia. Il Grande Debito inaugura il secolo delle società post-welfare. Ma senza welfare le società diventano incubatori di aggressività e senza pace sociale le democrazie vacillano. Per l’81% degli italiani è ora di punire i giganti del web che sfuggono alla tassazione.
La febbre del ceto medio. Tra le insidie e le minacce ai fondamentali del tradizionale modello di sviluppo italiano pesano anche i fattori endogeni. La regressione demografica, con il progressivo invecchiamento della popolazione e i tassi di natalità in caduta libera, provoca l’arresto dei processi di proliferazione delle piccole imprese. In vent’anni (2004-2024) il numero dei titolari d’impresa si è assottigliato da oltre 3,4 milioni a poco più di 2,8 milioni: -17,0% (quasi 585.000 in meno). I giovani imprenditori con meno di 30 anni sono diminuiti nello stesso periodo del 46,2% (quasi 132.000 in meno). E se il reddito delle piccole imprese (fino a 5 addetti) corrispondeva al 17,8% del Pil nel 2004, e poi era sceso al 15,7% nel 2014, nel 2024 si è ridotto al 14,0%. Si indebolisce anche l’altro pilastro: il lavoro. Nel 2024 il valore reale delle retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2007. Nello stesso periodo il potere d’acquisto pro capite ha subito un taglio del 6,1%, nonostante il recente parziale recupero (+2,0% tra il 2022 e il 2024). Così il ceto medio vive in uno stato febbrile: nella stagnazione o, peggio ancora, rischia di perdere lo status conquistato nel tempo.
I barbari alle porte e la menzogna politica. Secondo il 72% degli italiani la gente non crede più ai partiti, ai leader politici e al Parlamento. Il 63% è convinto che si sia spento ogni sogno collettivo in cui riconoscersi. L’unico leader con una proiezione globale che ottiene la fiducia della maggioranza degli italiani (60,7%) è Leone XIV. Seguono Sánchez (44,9%), Merz (33,5%), von der Leyen (32,8%), Macron (30,9%), Starmer (29,0%), Lula (23,0%), Trump (16,3%), Modi (14,9%), Xi Jinping (13,9%), Putin (12,8%), Orbán (12,4%), Erdoğan (11,0%), Netanyahu (7,3%), Khamenei (7,3%), Kim Jong-un (6,1%). Assistiamo a un capovolgimento dei ruoli nel rapporto tra élite e popolo. Da una parte ci sono i leader europei – il nostro nuovo pantheon politico – con i volti sgomenti come pugili suonati, sotto i colpi sferrati da est e da ovest. Invece di rassicurare, esercitando la tradizionale funzione dell’offerta politica, eventualmente con il ricorso spregiudicato alla menzogna, annunciano la catastrofe, ci mettono davanti al pericolo di morte: la guerra imminente, la irrimediabile perdita di competitività del continente, l’ineluttabile deriva demografica, la marea inarginabile dei migranti, il collasso climatico. Dall’altra ci sono gli italiani, per i quali non è scattato l’allarme rosso: l’apocalisse può attendere. Non si segnalano tentazioni di radicalizzazione: per il 47% le divisioni politiche e la violenza che scuotono gli Stati Uniti sono impensabili nella nostra società. E un intervento militare italiano, anche nel caso in cui un Paese alleato della Nato venisse attaccato, è disapprovato dal 43%. Il 66% ritiene che, se per riarmarsi l’Italia fosse obbligata a tagliare la spesa sociale, allora dovremmo rinunciare a rafforzare la difesa.
Il “Grand Hotel Abisso” e il piacere degli italiani. Gli italiani non sono tipi da prendere alloggio nelle confortevoli stanze del “Grand Hotel Abisso”, dove sperperare gli ultimi averi prima che scocchi la mezzanotte, sporgendosi deliziati e inconsapevoli, con le bende agli occhi, sull’orlo del baratro, mentre ci si allieta con piaceri sfrenati e pasti goduti negli agi, finché non sopraggiungano le tenebre. Certamente no, visto che sono impegnati a districarsi con sagacia e misura tra piccole cicatrici e grandi minacce. Minacce realmente incombenti, non scritte con l’inchiostro simpatico di una messinscena, di cui riconoscono l’attrito urticante sulle loro vite. Al punto di dover immaginare, nell’ora del delirio del potere, la dissennata vanità, l’abominevole crudeltà, la tragica insensatezza di un eventuale conflitto armato dispiegato su larga scala e un nuovo fungo atomico, per suggellare l’indomani la copula oscena di guerra e pace, di distruzione e ricostruzione. E tuttavia non si abbandonano alla seduzione della corriva litania della catastrofe, quasi con compiaciuta rassegnazione, né si lasciano persuadere dalla profezia dal sapore decadente dell’apocalisse dietro l’angolo – annunci che assomigliano alla cerimonia del grandioso fallimento di una civiltà destinata a consumarsi nel falò della inevitabile estinzione. Gran parte degli italiani sprigiona ogni giorno un’energia sorprendente, che dimostra un approccio positivo alla vita. Il piacere non è cercato per esorcizzare nel proprio microcosmo i mali del mondo: è inscritto nel nostro stile di vita come espressione di una connaturata vocazione edonistica. Re dei piaceri è il sesso, liberato dalle antiche censure. I rapporti sessuali tra le persone di 18-60 anni sono molto frequenti. I performanti fanno sesso ogni giorno (sono il 5,3% del totale), gli attivi hanno rapporti due o tre volte alla settimana (29,9%), i regolari una volta alla settimana (27,3%), i saltuari con una cadenza tra il mensile e il quadrimestrale (21,9%), gli occasionali una volta ogni cinque o sei mesi (7,1%) e gli astinenti (chi non fa mai sesso) sono l’8,5%. Insomma, quasi due terzi degli italiani tra i 18 e i 60 anni (il 62,5%) hanno una vita sessuale molto intensa, contrassegnata da un ritmo settimanale. Tra i giovani con meno di 35 anni la percentuale è ancora più alta: il 72,4% (tra loro solo il 6,4% non fa mai sesso). Quali sono le pratiche più diffuse? Il 78,8% pratica con regolarità i preliminari prima del coito, il 74,2% fa sesso orale, il 58,2% la masturbazione reciproca, il 32,6% il sesso anale, il 30,2% il sexting (lo scambio di messaggi espliciti e foto personali), il 26,4% utilizza sex toys durante il rapporto, il 26,0% guarda video porno in coppia, il 22,1% utilizza cibi o bevande nei giochi erotici, il 17,6% fantastica apertamente con il partner su altri amanti, il 14,3% si riprende con lo smartphone durante i rapporti. Una quota minoritaria (il 14,0%) si dedica a pratiche non convenzionali (feticismo, bondage, sadomasochismo), il 7,7% fa sesso con più partner contemporaneamente e partecipa a orge.
Il lungo autunno industriale (e l’antidoto del riarmo). L’indice della produzione industriale è stato negativo per trentadue mesi consecutivi con l’eccezione di tre timidi rimbalzi. In particolare, la produzione manifatturiera è arretrata nel 2023 (-1,6%), nel 2024 (-4,3%) e anche nei primi nove mesi di quest’anno (-1,2%). Il lungo autunno industriale scivolerà nel gelido inverno della deindustrializzazione? Tra i comparti in maggiore sofferenza, quali rischiano di scomparire per sempre? Nel 2024 solo l’alimentare ha registrato un incremento della produzione: +1,9%. Il tessile e abbigliamento è calato dell’11,8%, i mezzi di trasporto del 10,6%, la meccanica del 6,4%, la metallurgia del 4,7%, la farmaceutica dell’1,7%. Solo quattro comparti (elettronica, alimentare, farmaceutica, legno e carta) mostrano segnali di recupero nel 2025. Contestualmente, nei primi nove mesi dell’anno la fabbricazione di armi e munizioni registra un incremento del 31,0% rispetto all’anno scorso.
La divaricazione tra spesa e consumo. L’inflazione ha condizionato pesantemente i comportamenti di consumo delle famiglie. Nel 2024 i prezzi erano più alti del 17,4% rispetto al 2019 e il carrello della spesa (i beni alimentari e per la cura della casa e della persona) era più caro del 23,0%. Si è speso di più, ma si è consumato di meno. Nei cinque anni il costo dei generi alimentari è aumentato del 22,2%, ma il volume effettivamente acquistato si è ridotto del 2,7%. La forbice è ampia anche per vestiario e calzature: +4,9% in valore e -3,5% in volume. I servizi assicurativi e finanziari sono aumentati del 47,3% in termini nominali, ma l’utilizzo si è ridotto del 2,0%. I soli servizi finanziari (pari al 3,2% della spesa delle famiglie, ovvero 40 miliardi di euro) hanno registrato un aumento del prezzo del 106,2% nel periodo 2019-2024.
La senilizzazione del mercato del lavoro. La demografia cambia volto all’occupazione. L’incremento di 833.000 occupati registrato nel biennio 2023-2024 è dovuto prevalentemente alle persone con 50 anni e oltre: +704.000 (ovvero l’84,5% di tutta la nuova occupazione). Il saldo positivo nei primi dieci mesi del 2025 (206.000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che aumentano di 410.000 unità (+4,2%), a fronte di -96.000 occupati di 35-49 anni (-1,1%) e -109.000 con meno di 35 anni (-2,0%). Tra i giovani sono in netto aumento gli inattivi: +176.000 nei primi dieci mesi dell’anno (+3,0%). Nel biennio 2023-2024 l’input di lavoro supera largamente la crescita dell’economia: +3,7% gli occupati, +5,3% le ore lavorate, solo +1,7% il Pil. Conseguentemente, calano gli indicatori di produttività: -2,0% il valore aggiunto per occupato e -3,5% il valore aggiunto per ora lavorata.
Rinunciare all’immigrazione? Sono più di 5,4 milioni gli stranieri che vivono in Italia (il 9,2% della popolazione residente), ma la gran parte si trova in condizioni di marginalità. Il 29,0% dei lavoratori stranieri (che sono in totale 2.514.000, ovvero il 10,5% degli occupati) è a tempo determinato o ha un impiego part time involontario (tra gli italiani la quota corrispondente si ferma al 17,2%). Il 29,4% svolge un lavoro non qualificato (l’8,0% tra gli italiani) e il 55,4% degli occupati stranieri laureati risulta sovraqualificato, ovvero possiede un titolo di studio troppo elevato per il lavoro svolto (il 18,7% tra gli italiani). Il 35,6% degli stranieri vive sotto la soglia della povertà assoluta (il 7,4% tra gli italiani). Siamo inclini a guardare con favore gli stranieri quando svolgono lavori faticosi e poco qualificati, o quando accudiscono gli anziani e i bambini, ma non siamo propensi a concedere loro gli stessi diritti di cittadinanza degli autoctoni. Il 63% degli italiani pensa che i flussi in ingresso degli immigrati vadano limitati, il 59% è convinto che un quartiere si degrada quando sono presenti tanti immigrati, il 54% percepisce gli stranieri come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali, solo il 37% consentirebbe l’accesso ai concorsi pubblici a chi non possiede la cittadinanza italiana e solo il 38% è favorevole a concedere agli stranieri il voto alle elezioni amministrative.
La nuova geografia della vitalità sociale nelle città-contenitore. A fronte di una riduzione della popolazione residente in Italia del 2,3% nel decennio 2014-2024 (quasi 1,4 milioni in meno), si ridisegna la geografia della vitalità sociale. La popolazione aumenta nelle città intermedie del Nord-Est e nei comuni limitrofi di alcune aree metropolitane. Nell’ultimo decennio i residenti sono aumentati soprattutto a Parma (+4,9%), Prato (+3,8%), Latina (+3,7%), Mantova (+3,6%), Brescia (+3,5%). Due sono i driver che spingono la marcia in avanti: le opportunità di lavoro e la presenza di stranieri. Tra le aree metropolitane, 11 hanno visto ridursi i propri abitanti tra il 2014 e il 2024 (da un minimo del -1,6% di Firenze a un massimo del -7,1% di Messina), Roma è stabile (+0,2%), Milano (+1,9%) e Bologna (+1,9%) sono cresciute.
Se l’offerta culturale diventa un dispositivo esperienziale. Nel 2024 la spesa per soggiorni culturali e nelle città d’arte dei viaggiatori stranieri è aumentata del 7,1% rispetto al 2023, raggiungendo il 56,4% del totale della spesa per vacanze sul territorio nazionale. Il fenomeno riguarda quasi 20 milioni di persone (+4,6% rispetto al 2023), pari al 55,9% dei 35 milioni di viaggiatori arrivati dall’estero. La tendenza si consolida: nel primo semestre del 2025 la spesa dei turisti stranieri per vacanze in Italia segna un +13,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, negli ultimi vent’anni (2004-2024) la spesa per la cultura delle famiglie italiane si è invece drasticamente ridotta (-34,6%). Si tratta di poco più di 12 miliardi di euro nell’ultimo anno, ovvero poco più di un terzo di quanto spendiamo nell’insieme per smartphone e computer (quasi 14,5 miliardi nel 2024: +723,3% negli ultimi vent’anni) e servizi di telefonia e traffico dati (17,5 miliardi). La riduzione dei consumi culturali dipende dalla forte contrazione della spesa per giornali (-48,3% in vent’anni) e libri (-24,6%). Ma contemporaneamente gli altri consumi di beni (+14,2%) e servizi culturali (+28,9%) non sono affatto diminuiti. Nell’ultimo anno il 45,5% degli italiani è andato al cinema, il 24,7% ha assistito a eventi musicali, il 22,0% a spettacoli teatrali, il 10,8% a concerti di musica classica e all’opera. Musei e mostre sono stati visitati dal 33,6% degli italiani, siti archeologici e monumenti dal 30,9%. L’offerta culturale diventa sempre più un dispositivo esperienziale.
Manifestazioni e piazze virtuali: la partecipazione senza delega politica. Alle ultime elezioni politiche del 2022 gli astenuti hanno raggiunto la quota record del 36,1% degli aventi diritto, 9 punti percentuali in più rispetto alle precedenti elezioni del 2018. Alle europee del 2024 il 51,7% degli elettori ha disertato le urne (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, gli astenuti si fermarono al 14,3%). Nel 2003 il 57,1% degli italiani si informava regolarmente di politica, nel 2024 la percentuale è scesa al 48,2%. I cittadini che ascoltano dibattiti politici erano allora il 21,1% e sono oggi il 10,8%. La partecipazione ai comizi si è dimezzata: dal 5,7% al 2,5% (dal 6,3% all’1,9% tra i giovani di 20-24 anni). E le mobilitazioni di piazza raccolgono sempre meno adesioni: nel 2003 il 6,8% degli italiani aveva partecipato a cortei, vent’anni dopo il 3,3%. Un’eccezione, dunque, le recenti proteste per il conflitto in Palestina.
Gli immortali. L’Italia continua a invecchiare rapidamente. Le persone dai 65 anni in su rappresentano il 24,7% della popolazione (14,6 milioni di persone): erano il 18,1% nel 2000 (10,3 milioni) e il 9,3% nel 1960 (4,6 milioni). L’aspettativa di vita è arrivata a 85,5 anni per le donne e 81,4 per gli uomini: circa 5 mesi in più solo nell’ultimo anno. E i centenari, 594 nel 1960, diventati 4.765 nel 2000, oggi sono 23.548. Nel 2045 le persone dai 65 anni in su saranno aumentate di quasi 4,5 milioni e raggiungeranno i 19 milioni (il 34,1% della popolazione). Il desiderio di prolungare l’esistenza sfuggendo alle malattie è la regola che accomuna la nuova generazione di anziani. Una tendenza a vivere come eterni adulti, senza limitazioni legate all’avanzare dell’età. Con la consapevolezza di custodire e trasmettere in eredità risorse, non solo materiali, di cui le giovani generazioni non potranno godere in ugual misura.
Massimiliano Valerii racconta la sintesi del 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025
Giorgio De Rita presenta le Considerazioni Generali del 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025
La Classifica Censis delle Università italiane (edizione 2025/2026)
Roma, 17 luglio 2025 – La nuova Classifica Censis delle Università italiane. Anche quest’anno sono disponibili le classifiche delle università italiane elaborate dal Censis e diventate ormai un appuntamento a supporto dell’orientamento di migliaia di studenti pronti a intraprendere la carriera universitaria che si replica oramai da 25 anni. Si tratta di un’articolata analisi del sistema universitario basata sulla valutazione degli atenei (statali e non statali, divisi in categorie omogenee per dimensioni) relativamente a: strutture disponibili, servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, livello di internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, occupabilità. A questa classifica si aggiunge il ranking dei raggruppamenti di classi di laurea triennali, dei corsi a ciclo unico e delle lauree magistrali biennali secondo la progressione di carriera degli studenti e i rapporti internazionali. Complessivamente si tratta di 70 graduatorie, a partire da una batteria di 962 variabili considerate, che possono aiutare i giovani e le loro famiglie a individuare con consapevolezza il percorso di formazione.
Crescono le immatricolazioni: +5,3%. Secondo i dati provvisori dell’Anagrafe Nazionale degli Studenti Universitari, nell’anno accademico 2024/2025 si registra un sensibile incremento degli immatricolati, aumentati del 5,3% rispetto a marzo 2024. A livello territoriale la situazione è eterogenea: sono gli atenei delle regioni centrali a registrare l’aumento più alto di immatricolati (+14,0%), seguiti dagli atenei meridionali (+6,1%), mentre al Nord l’ampliamento della platea universitaria è sensibilmente più ridotto: +2,0% di nuovi iscritti negli atenei del Nord-Est e -0,9% negli atenei del Nord-Ovest. L’area disciplinare Giuridica, economica e sociale raggiunge il 35,4% delle immatricolazioni, grazie ai corsi di laurea in economia con il 43,1% delle nuove iscrizioni. Seconda per numero di immatricolazioni è l’area delle discipline Stem (28,6%, di cui il 42,6% nei corsi di ingegneria industriale e dell’informazione). In terza posizione si colloca l’area Sanitaria e Agro-Veterinaria con il 18,4% di immatricolati (di cui il 66,7% in ambito medico-sanitario e farmaceutico). In quarta ed ultima posizione l’area Artistica, letteraria ed educazione (il 17,6% degli immatricolati, di cui il 29,1% ha scelto corsi di laurea del gruppo educazione e formazione).
Nel lungo periodo si affermano i percorsi scientifici e sanitari. Nel corso di un quarto di secolo, tra gli anni accademici 2000-2001 e 2024-2025, il numero degli immatricolati è aumentato del 21,3%. Sono stati gli immatricolati dell’aree sanitaria e agro-veterinaria (+63,2%) e Stem (+42,8%) a registrare i maggiori incrementi percentuali. Nella prima area, accanto alla significativa crescita delle immatricolazioni ai corsi del gruppo medico-sanitario e farmaceutico (+48,6%), colpisce l’ampia espansione delle immatricolazioni ai corsi di scienze motorie e sportive (+224,9%) che sale ulteriormente tra gli immatricolati maschi (+309,5%). Nella seconda area, mentre diminuiscono gli immatricolati ai corsi di architettura e ingegneria civile (-20,1%), si constatano incrementi importanti ai corsi di Informatica e tecnologie Ict (+48,5%), ingegneria industriale e dell’informazione (+55,1%) e complessivamente nel gruppo scientifico (+73,4%). Riguardo alla differenza di genere, nei corsi di informatica e Ict l’incremento degli immatricolati maschi (+54,8%) prevale su quello delle immatricolate femmine (+21,2%), mentre è il contrario sia nel caso di ingegneria industriale e dell’informazione (+173,6% di donne contro +35,0% di uomini) che nel gruppo scientifico (+83,8% di immatricolate contro +60,5% di immatricolati). Nell’ambito dell’area economica, giuridica e sociale gli immatricolati nel lungo periodo sono aumentati solo del 4,4%, per via del crollo di neoiscritti ai corsi giuridici (-25,3%), tuttavia compensato da un corrispondente incremento di quanti hanno scelto i corsi di laurea economici (+27,6%) e del gruppo psicologico (+22,8%). L’area artistica letteraria ed educazione (+2,6%) ha evidenziato una maggiore attrattiva dei corsi di arte e design (+15,8%) e un particolare aumento delle neo-studentesse (+ 29,4%), a fronte di una contrazione dei colleghi maschi (-7,5%). Diversamente, i corsi di laurea del gruppo linguistico, che hanno subito una contrazione delle immatricolazioni dell’11,6%, evidenziata soprattutto tra le studentesse (-12,7% a fronte di -6,6% tra i maschi).
I mega atenei statali (con oltre 40.000 iscritti). Le prime due posizioni sono occupate stabilmente anche quest’anno dall’Università di Padova, prima con un punteggio complessivo di 90,3, seguita dall’Università di Bologna (87,7). Sale in terza posizione l’Università di Pisa che con 84,7 punti totali scala 3 posizioni della classifica, superando la Sapienza di Roma che scende al quarto posto (84,2) ex aequo con l’Università Statale di Milano che rispetto allo scorso anno guadagna una posizione. Sale al quinto posto l’Università di Firenze (lo scorso anno in ottava posizione) con il punteggio di 83,5, seguita dall’Università di Torino (83,0, +1 posizione) e dall’Università di Palermo (82,3, -3 posizioni). Torna tra i mega atenei l’Università di Bari (75,7), che si colloca in penultima posizione, precedendo l’Università di Napoli Federico II (75,5), che chiude la classifica.
I grandi atenei statali (da 20.000 a 40.000 iscritti). Resta al vertice l’Università della Calabria con un punteggio totale di 94,3, superiore a quello dell’Università di Pavia (90,2), anch’essa stabile in seconda posizione. Terza in graduatoria è l’Università di Perugia (89,3), seguita da quella di Parma (88,8) e da quella di Cagliari (87,5). Parimenti stabili, al sesto e settimo posto l’Università di Salerno (86,2) e l’Università di Milano Bicocca (85,3), a cui si accodano l’Università di Genova (+ 2 posizioni) e di Roma Tor Vergata, che condividono a pari merito l’ottava posizione con un punteggio complessivo di 84,8. Segue l’Università di Modena Reggio Emilia (84,3), stabile rispetto allo scorso anno. I posizionamenti tra il decimo e il quattordicesimo posto sono il risultato di progressioni conseguite da alcuni atenei, quali: l’Università di Verona (83,0, decima, +1 posizione), l’Università di Roma Tre (82,7, undicesima, +3 posizioni), l’Università di Ferrara (81,0, dodicesima, +1 posizione), l’Università di Catania (80,7, tredicesima, +5 posizioni), l’Università di Chieti e Pescara (80,0, quattordicesima, +3 posizioni). Si qualificano come quindicesima e sedicesima Università di Messina (79,3) e l’Università della Campania (78,7), che chiudono la classifica.
I medi atenei statali (da 10.000 a 20.000 iscritti). Apre anche quest’anno la classifica dei medi atenei statali l’Università di Trento, che con il punteggio di 93,7 mantiene la prima posizione, seguita come lo scorso anno dall’Università di Udine, che condivide il secondo posto con l’Università Politecnica delle Marche con il punteggio di 92,2, avendo quest’ultima guadagnato due posizioni. In terza si colloca l’Università di Siena (89,7), che avanza anch’essa di due posizioni. Retrocede al quarto posto l’Università di Sassari (88,8, -1 posizione). Il quinto e il sesto posto sono, invece, detenuti dall’Università di Trieste (88,7, +2 posizioni) e dall’Università Ca’ Foscari Venezia (88,0). Sale di cinque posizioni, occupando il settimo posto in classica, l’Università del Piemonte Orientale (87,8), mentre resta stabile all’ottavo posto l’Università di Brescia (87,3) inseguita dall’Università di Bergamo (86,2, nona, +2 posizioni) e di Urbino (84,0, decima, -1 posizione). Dall’undicesima alla quindicesima posizione si trovano, nell’ordine: l’Università dell’Insubria (83,8, +2 posizioni), di Napoli Parthenope (83,7), del Salento (83,5, -3 posizioni), di Foggia (82,5, +1 posizione) e dell’Aquila (82,0, -1 posizione) Si posizionano, infine, al penultimo ed all’ultimo posto della classifica dei medi atenei statali l’Università Magna Graecia di Catanzaro (79,8) e l’Università di Napoli L’Orientale (79,2), new entry lo scorso anno tra i piccoli atenei statali.
I piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti). Continua a occupare il primo posto l’Università di Camerino, con un punteggio complessivo pari a 96,0, seguita dall’Università di Cassino che scala di due posizioni la classifica totalizzando il punteggio di 89,0 e supera l’Università della Tuscia, che retrocede dalla seconda alla terza posizione con 88,3. Anche l’Università di Macerata (86,7) perde una posizione, passando in quarta, mentre l’Università del Sannio (84,8) ne acquisisce una, qualificandosi quinta tra i piccoli atenei statali. Scende dal quinto al sesto posto l’Università Mediterranea di Reggio Calabria (84,3), seguita dall’Università della Basilicata (82,5), che ne scala due. Chiudono la classifica dei piccoli atenei statali, l’Università di Teramo (81,3), penultima, e l’Università del Molise (79,0).
I politecnici. In vetta anche quest’anno il Politecnico di Milano (con un punteggio di 98,8 punti), seguito dal Politecnico di Torino (92,5), che occupa la seconda posizione. Terzo in graduatoria lo IUAV di Venezia (86,7). Chiude la classifica il Politecnico di Bari con il punteggio di 85,2.
Gli atenei non statali. Tra i grandi atenei non statali (oltre 10,000 iscritti) la Luiss si conferma al pari dello scorso anno al vertice della graduatoria con il punteggio totale di 94,2, davanti all’Università Bocconi (91,4) e all’Università Cattolica (78,0), rispettivamente in seconda e terza posizione. Tra i medi (da 5.000 a 10.000 iscritti) è ancora la Lumsa a primeggiare (83,0), a cui si accodano lo Iulm (79,6) e l’Università Suor Orsola Benincasa (75,2). Tra i piccoli (fino a 5.000 iscritti), la Libera Università di Bolzano mantiene la prima posizione (con un punteggio di 95,2), seguita in seconda posizione dall’Università di Roma Europea (87,0) e, in terza, dall’Università Campus Biomedico di Roma (86,8).
Più in dettaglio. Le graduatorie possono essere esaminate nel dettaglio nella sezione del sito del Censis (www.censis.it), dove si possono interrogare in funzione dei personali obiettivi e percorsi di studio. Sul sito sono consultabili anche le classifiche della didattica delle lauree triennali, magistrali a ciclo unico e delle lauree magistrali biennali (rispettivamente raggruppate in 15, 7 e 15 gruppi disciplinari) ed è disponibile la metodologia utilizzata per la classificazione.
Gli atenei non statali
Per quanto riguarda la classifica degli atenei non statali, con specifico riferimento ai grandi atenei (oltre 10,000 iscritti) la Luiss si conferma al pari dello scorso anno al vertice della graduatoria con il punteggio totale di 94,2, davanti all’Università Bocconi (91,4) e all’Università Cattolica (78,0), rispettivamente in seconda e terza posizione. Tra i medi (da 5.000 a 10.000 iscritti) è ancora la Lumsa a primeggiare (83,0), a cui si accodano lo Iulm (79,6) e l’Università Suor Orsola Benincasa (75,2), che chiude questa classifica. Tra i piccoli (fino a 5.000 iscritti), più numerosi, la Libera Università di Bolzano mantiene la prima posizione (con un punteggio di 95,2), seguita in seconda posizione dall’Università di Roma Europea (87,0) e, in terza, dall’Università Campus Biomedico di Roma (86,8). Al quarto posto sale, guadagnando una posizione l’Università degli Studi internazionali di Roma (86,6), a cui si accoda Liuc-Università Cattaneo (84,6 punti, -1 posizione), che si qualifica quinta. Sale al sesto posto l’Università degli Studi Link (80,8, +2 posizioni), seguita dall’Università di Enna Kore (79,8, +1 posizione) e dall’Università LUM De Gennaro stabile in ottava posizione (78,4). L’Università di Milano San Raffaele (73,0) e l’Università della Valle d’Aosta (72,8) si inseriscono al penultimo ed ultimo posto.
Indice
→ Gli atenei statali
→ Gli atenei non statali
→ La didattica: lauree biennali – atenei statali
→ La didattica: lauree triennali – atenei statali
→ La didattica: lauree magistrali a ciclo unico – atenei statali
→ La didattica: lauree biennali – atenei non statali
→ La didattica: lauree triennali – atenei non statali
→ La didattica: lauree magistrali a ciclo unico – atenei non statali