Roma, 5 dicembre 2025 – L’effetto-incertezza e l’effetto-attesa dei dazi. L’incertezza provocata dai dazi applicati dagli Usa ha avuto effetti immediati sul commercio italo-americano. Le variazioni tendenziali del nostro export hanno registrato un andamento anomalo e discontinuo, passando dal -9,6% di febbraio al +41,2% di marzo, per poi alternare cali e rimbalzi fino al picco di luglio (+24,1%) e al crollo di agosto (-21,2%). Più che la domanda effettiva, a guidare le scelte delle imprese è stato l’effetto-attesa, con spedizioni anticipate per eludere l’impatto delle tariffe. La stessa incertezza ha raggiunto i consumatori europei: il 40,3% si aspetta dai dazi un innalzamento dell’inflazione, il 23,9% prevede un freno alla crescita dell’eurozona, il 13,4% teme un peggioramento delle proprie condizioni finanziarie.

La ricchezza delle famiglie italiane e il nuovo ciclo di finanziarizzazione. Tra il primo trimestre del 2011 e il primo trimestre del 2025 (quasi quindici anni) la ricchezza delle famiglie italiane è diminuita in termini reali dell’8,5%. Dividendo le famiglie italiane per decili di ricchezza detenuta, il 50% delle famiglie più povere ha visto diminuire la propria ricchezza del 23,2%, le famiglie distribuite tra il sesto e l’ottavo decile hanno subito una riduzione del patrimonio iniziale tra il 35,3% e il 24,3%, tra le famiglie del nono decile la diminuzione è stata del 17,1%, mentre il 10% delle famiglie più ricche ha visto aumentare la propria ricchezza del 5,9%. All’inizio del 2025, il 60% della ricchezza nazionale è posseduto da 2,6 milioni di famiglie appartenenti al decimo decile. Di più: il 48% della ricchezza è in mano a 1,3 milioni di famiglie che costituiscono il 5% delle famiglie più abbienti. La quota di ricchezza detenuta da 13 milioni di famiglie che si trovano invece alla base della piramide patrimoniale è scesa dall’8,7% del 2011 al 7,3% del 2025.

Automazione e salari: il caso dell’automotive. L’Italia risulta al sesto posto nel mondo per numero di robot industriali installati nel 2023, con più di 10.000 nuove installazioni. Pur incomparabile con le 276.000 nuove installazioni cinesi, il dato ha portato l’Italia alla quattordicesima posizione tra le economie mondiali per intensità di automazione, con una quantità di robot installati per numero di addetti superiore alla media europea, statunitense e asiatica. Tra il 1995 e il 2022 nel settore dell’automotive sono cresciuti in termini reali sia la produzione (+61,4%), sia il valore aggiunto (+17,2%), a fronte di una riduzione costante della forza lavoro impiegata (da 207.000 addetti a 163.000: -21,3%). Questa combinazione di fattori mostra come un aumento della produttività sia reso possibile dalla maggiore automazione dei processi produttivi. Tuttavia, se nello stesso periodo il valore aggiunto per occupato è lievitato del 48,8%, i salari sono aumentati in maniera non proporzionale: solo del 9,3%.

Sempre meno imprenditori. In vent’anni, dal 2004 al 2024, il numero dei titolari d’impresa in Italia è diminuito da 3.428.000 a 2.844.000, con una riduzione di 585.000 unità (-17,0%). In particolare, i titolari d’impresa fino a 29 anni sono oggi 153.425, ovvero 132.000 in meno rispetto al 2004 (-46,0%). La componente più giovane rappresenta così il 5,4% dei titolari d’impresa, mentre pesava per l’8,3% nel 2004. Fino al 2016 gli imprenditori con una età compresa tra i 30 e i 49 anni erano maggioritari (il 50,6% nel 2008), mentre adesso sono il 40,7%. Nel frattempo, gli imprenditori più anziani, con 50 anni e oltre, sono arrivati a rappresentare il 10,0% del totale dei titolari d’impresa (erano l’8,1% nel 2004). Non basta più nemmeno il contributo dei titolari d’impresa stranieri a compensare la deriva di invecchiamento della classe imprenditoriale italiana: oggi sono 461.000 e rappresentano il 16,2% del totale, diminuiti dello 0,3% tra il 2021 e il 2024 (ma del 6,4% al Centro e dell’1,5% nel Mezzogiorno).

Globalizzazione produttiva italiana: un equilibrio tra attrazione di capitali esteri e proiezione delle imprese nazionali. Le multinazionali estere in Italia sono 18.434 e impiegano più di 1,7 milioni di addetti. Il fatturato per addetto (516.000 euro in media) segnala una produttività elevata. Le multinazionali italiane presenti all’estero sono numericamente di più (25.491), ma mediamente più piccole (69 addetti per impresa). Nonostante l’occupazione complessiva sia analoga (quasi 1,8 milioni di persone), restano inferiori sia il fatturato complessivo (552 miliardi di euro), sia la produttività per addetto (315.000 euro). I piani di investimento delle multinazionali italiane per il biennio 2023-2024 si concentrano sulla produzione di merci e servizi (30,5%) e su distribuzione e logistica (26,5%). Si tratta di un’espansione che privilegia il presidio operativo e commerciale, più che la delocalizzazione della ricerca o dei servizi finanziari. Segue l’intenzione di investire per la delocalizzazione di attività di marketing e servizi post-vendita (17,9%), soprattutto da parte delle imprese dell’industria (21,9%) rispetto a quelle dei servizi (13,3%). L’accesso a nuovi mercati è la motivazione quasi universale (oltre il 96% dei casi) alla base della scelta di realizzare nuovi investimenti esteri da parte delle imprese a controllo nazionale. È alto anche l’interesse a garantire l’aumento della qualità o lo sviluppo di nuovi prodotti, soprattutto tra le aziende attive nei servizi (70,8%) rispetto all’industria (66,5%).  L’innovazione e il capitale umano sono importanti per il 56,9% delle imprese nei servizi e per il 50,3% di quelle dell’industria, che indicano di voler investire all’estero per avere accesso a nuove conoscenze e competenze tecniche specializzate.