Roma, 5 dicembre 2025 – Se la scuola non prepara al futuro. Secondo una indagine del Censis, il 28,3% dei giovani di 16-19 anni ritiene che la scuola non li prepari adeguatamente al futuro (il dato sale al 32,7% tra i 18-19enni). Sette su dieci esprimono invece un giudizio positivo, riconoscendo alla scuola una preparazione sufficiente (53,3%) o adeguata (18,4%) alle sfide che dovranno affrontare. Il 74,6% dei ragazzi insoddisfatti pensa che la vita vera sia fuori dalla scuola, il 57,8% non ritiene che la scuola possa aiutarli a capire meglio il mondo, il 53,0% non pensa che la scuola sia una palestra di vita. Così, il 26,1% degli insoddisfatti (contro il 7,6% di chi ritiene che la scuola prepari in modo almeno sufficiente) non pensa che a scuola stia mettendo le basi per il proprio futuro e il 27,2% non crede che studiando possa realizzare i propri obiettivi. Il disorientamento rispetto a un futuro incerto aumenta tra i giovani più critici verso la scuola. Ma molti giovani avanzano proposte. Il 56,1% vorrebbe ricevere dalla scuola indicazioni pratiche su come muoversi nel mondo del lavoro, il 41,9% reclama una didattica innovativa e lezioni più dinamiche, il 31,1% vorrebbe programmi scolastici più attenti alla realtà contemporanea. L’educazione affettiva e sessuale è un bisogno espresso dal 34,7% dei giovani, il 19,0% vorrebbe insegnamenti per imparare a riconoscere le fake news e le truffe online.

Intelligenza artificiale a scuola: il punto di vista degli studenti. Il 72,0% degli studenti della scuola secondaria di II grado utilizza l’Ia per lo studio o nella vita personale, il 53,1% ha nella propria classe insegnanti favorevoli al suo impiego nella didattica, il 33,8% ha docenti che la utilizzano come supporto all’apprendimento. Il 72,0% è consapevole che l’utilizzo esperto dell’Ia è una competenza fondamentale per il futuro e ritiene quindi che dovrebbe essere oggetto di insegnamento. Il 59,2% crede che velocizzi alcune fasi dell’apprendimento, favorendo l’approfondimento dei temi più complessi. Il 53,9% afferma che li ha aiutati a sviluppare un metodo di studio, nuove idee o modi originali di affrontare i compiti. Ma il 71,7% controlla sempre che il contenuto generato dall’Ia sia corretto. E il 46,0% dichiara di provare frustrazione quando altri studenti ottengono buoni voti grazie all’Ia. La maggioranza desidera impiegarla soprattutto per spiegazioni personalizzate su ciò che non comprende (43,5%) e per esercitarsi con quiz, verifiche o simulazioni (42,9%). Il 31,9% la considera un supporto nella scrittura. Solo il 13,5% ammette di considerarla uno strumento utile per svolgere velocemente i compiti e liberare così più tempo per sé.

I Neet e la transizione istruzione-lavoro. Tra il 2019 e il 2024 la quota di Neet di 18-29 anni (giovani non impegnati in percorsi di studio o formazione, né in attività lavorative) è diminuita di 7,5 punti percentuali, passando dal 25,9% al 18,4% del totale, sebbene l’Italia resti al di sopra della media europea (13,2%). I Neet 18-24enni, che nel 2019 erano il 23,0% (10 punti sopra la media Ue), nel 2024 sono scesi al 16,2% (4 punti sopra la media Ue, attestata al 12,0%). Mentre i Neet 25-29enni sono scesi dal 29,6% al 21,5%, riducendosi di oltre 8 punti percentuali (media Ue: 14,7%). Restano ancora da coprire le distanze che separano l’Italia dai Paesi più virtuosi, che nel 2024 hanno registrato quote di Neet non superiori al 10%: Paesi Bassi (5,8%), Malta (7,2%), Svezia (7,7%), Slovenia (7,9%), Danimarca (9,2%), Irlanda (9,3%), Austria e Germania (10,0% in entrambi i casi). Il gap da colmare richiede una transizione più fluida dall’istruzione al mercato del lavoro e una contaminazione dei due ambiti. Da questo punto di vista, ai vertici della graduatoria sono i Paesi del Nord Europa: i Paesi Bassi sono primi in graduatoria con il 56,1% di 18-24enni che studiano e lavorano. Seguono Danimarca (43,5%) e Germania (35,9%), poi Irlanda (34,1%), Finlandia (31,6%), Svezia (29,9%) e Austria (29,4%). All’opposto si colloca la Romania, con solo il 4,4% di 18-24enni che conciliano lo studio con il lavoro, preceduta in penultima posizione dall’Italia (5,7%), superata anche dalla Grecia (5,8%). La numerosità dei Neet è infatti ridotta nei Paesi a più alta intensità di giovani adulti che lavorano e studiano, Paesi in cui è consolidato l’impiego di dispositivi che permettono ai giovani di acquisire competenze sul posto di lavoro, facilitando così il loro inserimento occupazionale.

Università: aumento delle immatricolazioni e progressiva ridefinizione delle traiettorie di studio. Nell’anno accademico 2024-2025 si conferma la tendenza positiva delle immatricolazioni, con un aumentato del 5,3%. L’incremento non è stato però uniforme a livello geografico. Sono stati gli atenei del Centro a registrare l’aumento più consistente di immatricolati (+14,0%), seguiti da quelli meridionali (+6,1%) e poi dal Nord-Est (+2,0%), mentre nel Nord-Ovest la variazione è stata negativa (-0,9%). Le scelte degli atenei, infatti, devono misurarsi con la sostenibilità economica per le famiglie degli studenti. La mobilità studentesca si sta contraendo. Dopo l’incremento registrato nell’anno accademico 2021-2022, quando gli immatricolati fuori regione erano il 21,6% del totale (+1,2% rispetto all’anno prima), negli anni successivi l’andamento è stato decrescente: il 20,8% nel 2022-2023, il 19,6% nel 2023-2024, il 17,6% nel 2024-2025. Se nell’anno accademico 2024-2025 sono ancora gli atenei del Nord-Est i più attrattivi, con un saldo positivo tra immatricolati fuori regione e residenti immatricolati in altre regioni pari al 10,9%, seguiti da quelli del Centro (+8,2%) e da quelli del Nord-Ovest (+2,6%), tali valori però sono nettamente più bassi rispetto a quelli del 2019-2020 sia nel Nord-Est (il saldo allora era pari a +13,9%), sia al Nord-Ovest (+8,1%). Negli atenei meridionali invece l’indice di attrattività, seppure ancora negativo, si è ridotto di 8 punti percentuali, in ragione della diminuzione degli studenti immatricolati fuori dalle regioni di residenza: da -23,8% nel 2019-2020 a -15,8% nel 2024-2025. A livello regionale il più attrattivo è il sistema universitario dell’Emilia Romagna, con un saldo positivo pari a +26,3%, seguito dagli atenei di Umbria (+18,0%) e Lazio (+11,2%), poi Trentino Alto Adige (+9,1%), Toscana (+6,0%), Lombardia (+5,6%), Friuli Venezia Giulia (+2,2%) e Piemonte (+1,9%).

Apprendimento permanente: chi rimane indietro? La formazione continua e permanente degli adulti è centrale nelle politiche formative delle economie avanzate. Tra il 2020 e 2024 il tasso di partecipazione all’apprendimento formale e non formale in Italia è aumentato dal 7,1% dei 25-64enni al 10,4%. Non si è però annullata la distanza dalla media europea, pari al 13,5%. Se si considera la partecipazione alla formazione nei dodici mesi, lo scenario è scoraggiante: sia l’Italia che l’Ue nel suo complesso sono ancora distanti dall’obiettivo 2030 di almeno il 60% di adulti inseriti in attività formative, con tassi rispettivamente del 20,9% e del 28,5%. Solo la Svezia ha raggiunto e superato la soglia del 60%. Danimarca, Estonia e Finlandia sono oltre il 50%. L’Italia si posiziona agli ultimi posti, con un tasso superiore solo a Germania, Polonia, Romania, Croazia, Grecia, Bulgaria. Il valore italiano del 20,9% è composto dall’8,2% di formati 25-64enni con al più la licenza media, dal 20,9% di diplomati e dal 39,8% di persone con titoli terziari. La propensione individuale all’apprendimento è quindi più elevata tra chi ha una maggiore consuetudine con lo studio. Fuori dal circuito educativo restano proprio gli adulti che presentano le maggiori necessità.