Case dormienti, una ricchezza sommersa

Qual è oggi il rapporto degli italiani con la casa? È ancora un accessibile simbolo di sicurezza e stabilità oppure è diventata fonte di insicurezza e miraggio inaccessibile? Qual è il punto di vista degli italiani sull’attuale crisi abitativa e, in particolare, sulla complessità del mercato delle locazioni, tra boom degli affitti brevi con finalità turistiche e crisi dell’offerta per quelli più lunghi? Ecco alcuni dei quesiti a cui il presente Rapporto risponde, in continuità con le risultanze delle precedenti edizioni, e con l’intenzione di offrire un contributo al dibattito pubblico sulla molteplicità di aspetti socioeconomici e culturali che coinvolgono il rapporto degli italiani con la casa.

Sanità: il benessere del cervello e della mente come dimensione essenziale della salute

Roma, 21 gennaio 2026 – L’informazione sulla salute mentale e del cervello: la tendenza a distinguere. Il 62,8% pensa che salute mentale e salute del cervello non coincidono e tende a distinguere tra malattie neurologiche e del neurosviluppo (salute del cervello) e malattie psichiatriche (salute mentale). Tra le malattie del cervello vengono indicate prima di tutto tumori del cervello (42,8%) e demenze (40,7%), mentre tra le malattie indicate come problemi di salute mentale prevalgono depressione (52,0%) e forme di paranoia e manie (34,5%). Si tratta di una concezione in cui è poco presente la consapevolezza di un’interdipendenza tra salute mentale e del cervello e delle sovrapposizioni tra i disturbi cerebrali e il fatto che entrambe dipendono dalla salute del cervello. Le malattie più temute sono Alzheimer e demenze (49,5%), tumori del cervello (32,7%) e depressione (24,1%). Gli intervistati si ritengono in maggioranza molto o abbastanza informati, con un’incertezza informativa maggiore sulla salute del cervello (52,2% di molto o abbastanza informati contro il 62,7% relativo alla salute mentale). Le fonti di informazione non vedono una prevalenza netta delle fonti di tipo professionale (dal medico curante allo psichiatra) rispetto a quelle non professionali ed ai media: il 30,0% cita solo fonti non professionali, il 24,1% solo fonti professionali, mentre il 45,9% afferma di utilizzarle entrambe. È quanto emerge dall’indagine «Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani»realizzata dal Censis in collaborazione con Lundbeck Italia, su un campione rappresentativo di 1.000 adulti. 

Crescita del disagio mentale giovanile dopo la pandemia. Secondo i dati Istat, a fronte di una popolazione divisa a metà (il 49,3% nel 2023 soffre di qualche forma di disagio psicologico), aumenta la quota di chi dichiara un disagio grave tra i giovani, passata dal 13,1% al 16,0% tra gli adolescenti e dal 17,5% al 19,5% tra i 18-34enni. In questo contesto, la cultura collettiva sulla salute mentale e del cervello conferma l’ipotesi di una sempre maggiore centralità della dimensione del benessere psicologico nella concezione della salute. Per il 31,3% degli italiani la salute coincide con l’equilibrio psicofisico e il benessere mentale, quota che sale al 44,0% tra i giovani. Quasi uno su due (46,7%) ritiene che il benessere fisico dipenda da quello psicologico, mentre il 45,8% ritiene che si tratta di due aspetti ugualmente rilevanti. Solo il 7,5% lo considera secondario.

Prevenzione possibile agendo su più fronti. L’importanza della prevenzione è affermata nettamente, con il 90,3% degli italiani che ritiene possibile e necessario intervenire precocemente per evitare l’aggravarsi dei disturbi di salute mentale e del cervello. Nella gamma di interventi di prevenzione per tutte le malattie del cervello (cioè, dei disturbi neurologici, del neurosviluppo e psichiatrici) ritenuti più efficaci si enfatizza la dimensione sociale e la necessità di agire su fronti molteplici, come la promozione del benessere psicologico nella scuola (48,6%) e la presenza di un sostegno nei luoghi della quotidianità (46,8%) tra cui quelli di lavoro. Una quota simile (il 44,0%) indica il rilevamento precoce attraverso gli screening sulla popolazione e richiede ilpotenziamento dell’attività dei servizi dedicati alla salute mentale e del cervello (il 43,2%). Il giudizio sull’azione di prevenzione e presa in carico messa in atto dal Servizio Sanitario Nazionale è piuttosto critico: il 40% circa pensa che la prevenzione sia insufficiente per tutte le malattie del cervello, mentre per il 29% lo è solo per alcune. Anche in merito alla capacità del Sistema Sanitario italiano di dare risposte di cura, prevalgono le valutazioni negative: il 56,9% pensa che l’azione del SSN sia poco o per nulla efficace con riferimento ai disturbi neurologici, il 58,2% per quelli del neurosviluppo e il 65,6% per quelli psichiatrici.

Ancora presente il pregiudizio per le malattie psichiatriche, ma cresce la sensibilità collettiva sul tema e si normalizza il ricorso alle cure. La ricerca evidenzia come secondo gli italiani sia ancora presente uno stigma sociale fortemente associato alle malattie mentali, soprattutto per le malattie psichiatriche: il 67,9% degli italiani ritiene che su questi disturbi pesino ancora vergogna e discriminazione, mentre i disturbi neurologici vengono considerati meno soggetti a forme di discriminazione (44,9%). Questa percezione contribuisce a spiegare l’immagine che gli intervistati hanno delle persone che soffrono di qualche problema di salute mentale, in cui prevale la convinzione che la loro situazione di vita sia ancora segnata dalla vergogna e dall’isolamento sociale (lo pensa circa il 59%). D’altro canto, aumenta la sensibilità collettiva ed individuale sul tema: il 29,4% delle persone dichiara di pensare ogni giorno o spesso alla propria salute mentale (percentuale che sale al 41,9% tra i giovani e al 34,3% tra le donne), ed il 44,3% almeno qualche volta, segnalando attenzione a questa dimensione sempre più strategica del benessere di ognuno. Con riferimento a sé stessi il50,3% del campione intende per salute mentale l’assenza di disagio psicologico e quindi l’assenza di problemi che incidono sullo stato emotivo, come ansia e depressione lieve.  In questo quadro, il 74,1% degli italiani afferma di aver avuto esperienze dirette o indirette con problemi di salute mentale: il 34,2% a livello personale, il 36,3% attraverso familiari o amici. Il rapporto con i servizi sanitari da parte di chi ha avuto una esperienza personale non è esente da difficoltà, con il 42,4% che ha sperimentato difficoltà ad accedere ai servizi sanitari pubblici ed il 59,0% che ha dovuto rivolgersi a servizi privati a pagamento. A livello culturale emerge però una propensione ormai diffusa a rivolgersi ad un aiuto professionale, con l’82,0% che ricorrerebbe o è già ricorso ad un professionista nel caso in cui si dovesse fronteggiare un problema di salute mentale, segnale di una normalizzazione che, in primo luogo per quelli percepiti come non gravi, prevede prevenzione ed intervento e non tende più a relegare i problemi di salute mentale e la loro cura in un ambito diverso e stigmatizzante. «Gli italiani appaiono largamente consapevoli della necessità di intervenire precocemente per promuovere il benessere mentale e per evitare che le forme lievi di disagio possano degenerare» ha detto Ketty Vaccaro, Responsabile Ricerca biomedica e salute Censis. «I fattori che ritengono più importanti per promuovere la salute mentale e del cervello superano la tradizionale dicotomia ed appaiono trasversali, coniugando gli aspetti individuali, come stili di vita sani (64,5%), relazioni familiari e vita sociale positive (52,2%) e equilibrio tra lavoro e vita privata (39,3%), a quelli più legati ai determinanti sociali ed ambientali, come un ambiente di vita socialmente non degradato (28,3%). Di natura trasversale sono anche le azioni di prevenzione ritenute più efficaci, in cui si enfatizza proprio la dimensione sociale e la necessità di agire nei confronti di tutta la popolazione su fronti molteplici e nei luoghi della quotidianità, dalla scuola all’ambiente di lavoro». «Abbiamo promosso questa indagine perché crediamo che una puntuale comprensione culturale del tema possa rappresentare la base per una risposta efficace sia sul piano sanitario che su quello sociale» ha detto Tiziana Mele, Amministratore Delegato Lundbeck Italia. «Da oltre settant’anni il nostro impegno è dedicato esclusivamente alle neuroscienze, con l’obiettivo di contribuire a una visione più ampia e integrata della salute. La scienza ci mostra come mente e cervello siano dimensioni inscindibili di un’unica salute: riconoscerlo significa favorire la prevenzione precoce, contrastare lo stigma e sostenere politiche sanitarie più efficaci e realmente centrate sulla persona lungo tutto l’arco della vita».

Questi sono i principali risultati del Rapporto «Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani» realizzato dal Censis in collaborazione con Lundbeck Italia, che è stato presentato oggi a Roma da Ketty Vaccaro, Responsabile Ricerca biomedica e salute Censis, e discusso tra gli altri da Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della Programmazione Ministero della Salute, Maria Rosaria Campitiello, Capo Dipartimento della Prevenzione Ministero della Salute, Tiziana Mele, Amministratore Delegato Lundbeck Italia, Ugo Cappellacci, Presidente Commissione Affari Sociali Camera dei Deputati, Americo Cicchetti, Commissario straordinario Agenas, Beatrice Lorenzin, Commissione Bilancio Senato della Repubblica e Co-Presidente Intergruppo Parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer, Ilenia Malavasi, Commissione Affari Sociali Camera dei Deputati, Alessandro Padovani, Direttore Clinica Neurologica Università degli Studi di Brescia e Past President della Società italiana di Neurologia (Sin), Annarita Patriarca, Promotrice Intergruppo parlamentare «One brain» e Co-Presidente Intergruppo Parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer, Alberto Siracusano, Professore Emerito di Psichiatria Università Tor Vergata e Coordinatore Tavolo Tecnico per la Salute Mentale Ministero della Salute, Felicia Giagnotti Tedone, Presidente Fondazione Progetto Itaca – Ets, Gemma Calamandrei, Direttrice del Centro di riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, Monica Di Luca, Docente di Farmacologia e Prorettrice alla Ricerca dell’Università degli Studi di Milano e Past President della Società Italiana di Neuroscienze (Sins) e Raffaella Cesaroni, Giornalista SkyTg24

Case inutilizzate e scarsità di abitazioni in affitto: il paradosso delle «case dormienti»

Roma, 10 dicembre 2025 – Il patrimonio di «case dormienti». Il 25,7% delle abitazioni intestate a persone fisiche è un patrimonio di «case dormienti», non utilizzate. Sono 8,5 milioni di case, che comprendono 5,8 milioni di case non primarie utilizzate per soggiorni brevi o non locate, quasi 1,4 milioni di case prive persino di allacciamento alle reti di energia e acqua e quasi 1,3 milioni di case dagli utilizzi indefiniti e non presenti nelle dichiarazioni dei redditi. Per l’80% degli italiani immettere nel mercato delle locazioni le «case dormienti» è un’ottima soluzione per espandere l’offerta, per il 14,2% non lo è, mentre il 5,8% non ha un’opinione definita in merito. Condividono questa soluzione l’80,1% degli abitanti nel Nord-Est, l’82,6% nel Nord-Ovest, il 75,2% nel Centro e l’81,3% nel Sud e Isole. È quanto emerge dal 4° Rapporto Federproprietà-Censis «Case dormienti, una ricchezza sommersa. Proposte per risvegliare il mercato degli affitti non turistici in Italia», realizzato in collaborazione con Fimaa Italia, Immobiliare.it e Locare srl, con il contributo scientifico dell’Enea-Dipartimento Unità Efficienza Energetica (Duee).

La carenza di case per locazioni lunghe e le paure dei proprietari in caso di morosità degli inquilini. Per l’82,9% degli italiani è la paura di non rientrare in possesso della propria abitazione in caso di morosità dell’inquilino a trattenere i proprietari dal locare gli immobili. Condivide tale opinione l’84,8% degli abitanti nel Nord-Ovest, l’83,2% nel Nord-Est, l’83,5% nel Centro e l’80,8% nel Sud e Isole. Per il 66% degli italiani non si devono penalizzare fiscalmente i proprietari che lasciano gli immobili inutilizzati, mentre per il 28,3% sarebbe opportuno e il 5,7% non sa. Sono contrari a colpire i proprietari di case vuote il 68% nel Nord-Ovest, il 59,7% nel Nord-Est, il 66,5% nel Centro e il 67,8% nel Sud e Isole. Per l’86,4% dei cittadini, poi, le procedure di sfratto, in caso di morosità, vanno di molto accelerate. E, ancora, è l’84% degli italiani ad essere favorevole all’introduzione di una «Banca dati nazionale degli inquilini morosi». Condivide la proposta l’83,2% nel Nord-Ovest, l’86,1% nel Nord-Est, l’83,9% nel Centro e l’83,4% nel Sud e Isole.

La pressione degli affitti brevi per turisti. Sono 691.372 le strutture ricettive registrate nella Banca dati del Ministero del Turismo: oltre il 71% sono alloggi privati in affitto gestiti in forma non imprenditoriale. Molto più alta è la pressione su alcune aree delle maggiori città turistiche. A Roma per 1.000 abitanti nell’area del Centro Storico gli annunci per affitti brevi sono 105, la media cittadina è 12; a Milano per 1.000 residenti nel Centro Storico ci sono 35 annunci, con una media cittadina pari a 13; a Firenze per 1.000 abitanti gli annunci per affitti brevi nel Centro storico sono 139, mentre sono 33 a livello comunale; a Venezia per 1.000 abitanti gli annunci di affitti brevi nell’area Venezia-Burano-Murano (Venezia insulare) sono 105, la media del comune è 32.

Bollette pesanti e voglia di investire nelle Case Green. Per il 76,9% degli italiani le bollette dell’energia pesano troppo sul budget familiare: accade in particolare all’81,7% dei redditi bassi, all’83,4% dei medio-bassi, al 70,9% dei medio-alti e al 59,7% dei più alti. Il 54,4% degli italiani è propenso a investire per rendere la propria casa più greenil 36,2% no, il 9,4% è indeciso. L’82,6% è convinto poi che investire nella Casa Green ne innalzi il valore economico. Tuttavia, per l’83,3% degli italiani gli incentivi pubblici per la Casa Green sono troppo complicati e poco accessibili. 

L’accesso alla casa. Per il 94,1% degli italiani senza supporto familiare è molto difficile per tanti giovani acquistare casa. Lo pensa il 91,5% dei giovani, il 94,9% degli adulti e il 94,8% degli anziani. E anche il 92,6% dei redditi bassi, il 94,2% di quelli medio-bassi, il 94,9% dei medio-alti e il 95,6% dei redditi alti. Per il 92% degli italiani occorrono misure per agevolare l’accesso alla proprietà della prima casa, perché rassicura le persone e genera stabilità nella società. A pensarlo è il 90,6% dei giovani, il 92,6% degli adulti e il 91,8% degli anziani. 

Meno famiglie in condizione di grave disagio abitativo. Le persone che vivono in case inadeguate o fatiscenti erano il 9,5% nel 2014 e sono scese al 5,6% nel 2024. Nel Nord si è passati dal 7,7% al 4,9%, al Centro dal 9,7% al 6,4% e nel Sud e Isole dall’11,8% al 6,1%. Inoltre, tra 2014 e 2024 le quote di famiglie con abitazioni con strutture danneggiate sono diminuite dal 13,2% al 9,8%, quelle con problemi di umidità dal 19,9% al 12,9% e quelle con scarsa luminosità dal 7,5% al 7,3%.

Questi sono i principali risultati del 4° Rapporto Federproprietà-Censis «Case dormienti, una ricchezza sommersa. Proposte per risvegliare il mercato degli affitti non turistici in Italia», realizzato in collaborazione con Fimaa Italia, Immobiliare.it e Locare srl, con il contributo scientifico dell’Enea-Dipartimento Unità Efficienza Energetica (Duee), che è stato presentato oggi a Roma da Chiara Ryan, Ricercatrice Area Consumi, Mercati e Welfare Censis, e discusso da Giovanni Bardanzellu, Presidente Federproprietà, Maurizio Gasparri, Capogruppo Fi Senato della Repubblica, Galeazzo Bignami, Capogruppo FdI Camera dei Deputati, Chiara Braga, Capogruppo Pd Camera dei Deputati, Antonio De Poli, Segretario Nazionale Udc, Giorgio De Rita, Segretario Generale Censis, Paolo Giabardo, Direttore Generale Immobiliare.it, Andrea Napoli, Amministratore Delegato Locare srl, Stefano Patuanelli, Capogruppo M5S Senato della Repubblica, Riccardo Pedrizzi, Già Presidente Commissione Finanze e Tesoro del Senato, Maurizio Pezzetta, Vicepresidente vicario Fimaa Italia e Monica Guerzoni, giornalista Corriere della Sera

Un Paese che ha saputo porsi faccia a faccia con il presente

Roma, 5 dicembre 2025 – Il Paese ha saputo, più e meglio di altre grandi democrazie occidentali, porsi faccia a faccia con il presente. La società italiana, non riuscendo a spezzare la trappola del declino, ha rimodulato attese e desideri. Certo, scontando la perdita di potenza dei trascorsi processi di ascesa economica e sociale, e senza poter contare su riforme e adeguamenti strutturali alle grandi trasformazioni in corso. Nel saper stare insieme sull’esistente si sfebbrano gli eccessi, si metabolizzano aggressività ed esclusione, si contrasta l’instabilità politica e sociale, si limitano le conseguenze del ritardo dello sviluppo economico. Ma l’autonoma difesa immunitaria non basta: non può sostituire la necessità di visione e di azione.

Se resistere, adattarsi, stare dentro le crisi è diventata un’attitudine italiana, stare nel presente non deve ridursi però all’eccesso di presenza di gesti e parole, in una sterile disputa quotidiana su qualsiasi argomento di attualità, magari nell’auspicio di mobilitare la società. Il più importante terreno di impegno sul quale misurarsi oggi consiste nel coltivare il presente al di là di ogni ambizione di presenza.

Davanti all’incessante flusso di immagini delle devastazioni e degli stermini che invade le nostre case, un’idea di progresso per il prossimo decennio richiede l’impegno per la pace, intesa non solo come obiettivo morale, ma come fondamento di crescita e coesione sociale.

In un’epoca di verticalizzazione e personalizzazione del potere, in cui torna a dominare la forza e a vincere la politica di potenza delle nazioni, viene da chiedersi a chi spetti il compito di contenerne le tragiche conseguenze, se non all’Europa. Con la sua capacità di stare nel mezzo: non di rappresentare, cioè, la risposta concreta alle grandi sfide epocali (dal cambiamento climatico all’intelligenza artificiale), ma di modellare lentamente gli argini senza i miti delle facili alleanze, delle labili ideologie, dell’omologazione dei comportamenti e delle strutture sociali. Tuttavia, senza una dimensione da grande potenza economica, senza una grande solidità finanziaria, tecnologica o politica, senza una capacità diplomatica coesa e di altissimo livello, dobbiamo prendere atto che per l’Unione europea è impossibile assimilare nel presente le grandi tensioni del mercato globale o il tentativo di dominio dei tecnocrati delle transizioni. Viene quindi da chiedersi se gli anticorpi in reazione ai rischi dell’epoca modellino una diversa autocoscienza della società e preparino un nuovo schema di pace e di sviluppo, o se al contrario ne rimarchino la senescenza, l’invecchiamento non solo demografico ma anche culturale, finanziario, tecnologico.

In Italia la cetomedizzazione dal basso non è finita. Al contrario, per molti versi vince ancora. C’è stata e c’è, sa stare nel presente, sa sgarbugliare gli intrecci di uno sviluppo squilibrato, nei territori intermedi come nelle grandi città. È stata e resta una base preziosa di stabilità nelle grandi e piccole crisi, interne e internazionali. Un tessuto certo infragilito, dagli orli sfrangiati e dai rammendi vistosi, dagli investimenti prudenti, segnato dal mancato compimento di molte attese di progressiva accumulazione individuale di ricchezza e troppe volte ripiegato nell’attesa di benefici ereditari. Ora la laguna della cetomedizzazione ha prodotto un nuovo ceto medio che non rinuncia a viaggiare e a consumare, ma lo fa con un biglietto di classe Economy, e di quando in quando si concede l’upgrade di un biglietto Premium.

Se attraversiamo un’epoca in cui occorre essere realisti, stare sulle sfide del presente, lavorare più sulla staffetta generazionale che non sul conflitto tra generazioni, allora lavorare faccia a faccia con il presente diventa il lato positivo e fertile di un governo ibrido dello sviluppo, senza rimandi astratti alle cose nuove da fare in un futuro prossimo.

Ma sarebbe ingeneroso attribuire solo alla decisione politica le responsabilità e i difetti della presenza pubblica nello schema di gioco della promozione e regolazione della crescita economica e sociale. Accanto alla politica vivono meccanismi profondamente radicati nella società, che trova nei suoi processi storici stratificazioni successive delle istanze individuali da interpretare e accompagnare, che integrano nell’azione politica il faccia a faccia con il presente. Saper stare nel presente è tanto il compito della politica, quanto lo è del sociale vivo nel sistema dell’informazione, nella rappresentanza degli interessi di lavoratori e imprese, nel sistema della formazione intermedia e universitaria, negli istituti di ricerca. L’impegno a stare nel presente è un fatto politico, ma l’assunzione di serietà e responsabilità collettiva, che nel presente precede e orienta ogni impegno, è un fatto di tutti e per tutti.

Il capitolo «Il sistema di welfare» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025

Roma, 5 dicembre 2025 – Il difficile esercizio della professione nel Servizio sanitario nazionale: il caso dei medici. Sono 22.049 i casi di aggressioni registrati in un anno ai danni di medici, infermieri e altri operatori sanitari nelle regioni italiane. I dati rendono evidente il contesto spesso ostile in cui i medici lavorano. Da un’indagine del Censis risulta che il 66,0% dei medici non ha tempo sufficiente per fornire informazioni e dialogare con pazienti e familiari, il 65,9% esercita la professione in strutture con gravi carenze di personale, il 51,8% è stato costretto a utilizzare attrezzature obsolete o non perfettamente funzionanti. Così, il 91,2% dei medici ritiene che lavorare nel Servizio sanitario nazionale sia diventato più difficile e stressante, il 41,2% non si sente sicuro quando svolge il proprio lavoro a causa del moltiplicarsi degli episodi di violenza, il 18,0% ha paura di lavorare di notte. Al 25,4% dei medici è capitato di subire minacce da pazienti o familiari, il 16,4% ha ricevuto denunce e il 3,8% ha subito violenza fisica. Sono i segnali di una deriva patologica del rapporto medico-paziente. Agli occhi dei cittadini esasperati, i medici finiscono per incarnare le inefficienze del Servizio sanitario, tanto che il 71,8% dei medici dichiara di sentirsi un capro espiatorio delle carenze del sistema. 

La nuova sessualità femminile. Il 92,5% delle donne tra 18 e 60 anni ha avuto rapporti sessuali completi o incompleti nel corso della vita, mentre il 7,5% non ne ha mai avuti. Il 60,9% dichiara di avere attualmente almeno un rapporto sessuale alla settimana, il 22,5% meno di una volta alla settimana ma entro i tre o quattro mesi, il 6,4% tra i quattro e i sei mesi, il 10,3% non ha al momento una vita sessuale attiva. La maggioranza delle donne attribuisce al sesso la funzione primaria di dare piacere (61,6%), mentre il richiamo alla funzione procreativa è residuale (1,9%). Per il 56,4% sessualità e amore sono separabili. Il 78,8% ritiene che oggi, più che in passato, sono loro a fare il primo passo per creare un contatto con il partner desiderato (ne è convinto anche il 65,1% degli uomini). Il 63,7% delle donne (il 59,7% degli uomini) considera antiquata la rappresentazione stereotipata dell’uomo nella veste del cacciatore e della donna nel ruolo della preda. Riguardo alla contraccezione, il 42,7% delle donne chiede al partner di utilizzare il profilattico, il 26,2% prende la pillola anticoncezionale, il 21,7% pratica il coito interrotto, il 5,6% tiene conto dei giorni fertili. Anche se tra le donne prevale una sessualità consapevole, una minoranza dà ancora credito a falsi miti: per il 16,6% (il 23,7% degli uomini) è impossibile rimanere incinte se si hanno le mestruazioni, l’8,9% (il 9,1% degli uomini) crede che nelle notti di luna piena le donne siano più fertili, il 5,1% (il 6,4% degli uomini) pensa che la pillola anticoncezionale protegga dalle infezioni sessualmente trasmissibili, il 3,8% (il 5,3% degli uomini) ritiene che al primo rapporto sessuale non si possa rimanere incinte.

I genitori che investono sui figli. Per molti genitori è diventato prioritario investire risorse economiche per rendere meno faticosa la corsa a ostacoli dei figli nella vita. Il 78,7% dei genitori dichiara di investire per costruire un futuro più sereno per figli e nipoti, il 66,0% risparmia per finanziare spese importanti come il matrimonio o l’acquisto della prima casa dei figli, il 63,4% spende per le loro attività extrascolastiche. Si tratta di una vera e propria cultura dell’investimento familiare, che trova nel risparmio il motore necessario per supportare i figli nella transizione alla condizione adulta. Tuttavia, l’impegno si misura con un clima di aspettative decrescenti. Il 49,8% dei genitori crede che in futuro la condizione economica dei figli sarà peggiore della propria, solo il 29,1% pensa che sarà migliore e il 17,6% uguale. Il 52,7% dei genitori ritiene che i propri figli, e i giovani italiani in generale, farebbero meglio a cercare un lavoro all’estero.

Gestire bene i rischi: verso una cultura laica della protezione. Il sistema di welfare non garantisce più coperture ampie. Così, il 78,5% degli italiani teme che, se si trovasse in condizione di non autosufficienza, non potrebbe contare su servizi sanitari e assistenziali adeguati. Lo stesso vale per i rischi ambientali: il 72,3% crede che, in caso di eventi atmosferici estremi o catastrofi naturali, gli aiuti finanziari dello Stato sarebbero insufficienti. Di conseguenza, il 54,7% si dichiara disposto a destinare fino a 70 euro al mese per tutelarsi dal rischio di non autosufficienza, dai danni legati al cambiamento climatico o da altri eventi avversi. Il 52,3% ritiene di poter ristrutturare i propri consumi, riducendo alcune spese per destinare quanto risparmiato all’acquisto di strumenti assicurativi (vita, salute, non autosufficienza). La disponibilità, tuttavia, non si traduce in comportamenti concreti: il 70,0% degli italiani non sta facendo nulla sul piano finanziario o assicurativo per tutelarsi in caso di non autosufficienza. Solo il 10,7% si dice pronto a ricorrere a polizze assicurative per affrontare questa eventualità. La maggioranza sceglie soluzioni alternative: il 37,2% si limita a dire che ci penserà se e quando accadrà, il 34,5% ricorrerà ai risparmi, il 22,0% conterà sul welfare pubblico, il 19,9% sull’aiuto dei familiari, il 14,7% su amici e volontari.

Longevità e welfare informale: il motore invisibile della coesione sociale. La longevità è diventata una silenziosa componente essenziale del welfare informale, inteso come l’insieme delle attività di cura e sostegno economico che si sviluppano al di fuori dei canali istituzionali e del mercato, affidandosi alla rete familiare. Il 43,2% dei pensionati garantisce regolarmente aiuti economici a figli, nipoti o parenti. Il 61,8% ha versato (o ha intenzione di farlo in futuro) un contributo economico a figli o nipoti per sostenere spese importanti, come l’anticipo per l’acquisto della casa. D’altra parte, il 54,2% degli italiani ritiene giusto indicizzare all’inflazione anche le pensioni di valore superiore ai 2.500 euro lordi: idea che riflette la consapevolezza che le pensioni non sono rendite eccesive, perché danno supporto anche a figli e nipoti. I longevi italiani appaiono sobri nella gestione delle risorse: il 94,2% è cauto nelle spese e tende a risparmiare per affrontare eventuali malattie o condizioni di non autosufficienza, l’89,7% si dichiara attento nella gestione dei propri risparmi a causa della persistente incertezza economica, l’82,2% esercita un controllo accurato e costante del bilancio familiare, monitorando le entrate e le uscite. Si registra inoltre la disponibilità di molti anziani a restare attivi anche dopo il pensionamento: il 72,6% degli attuali pensionati vorrebbe poter continuare a lavorare, ma senza penalizzazioni fiscali.

L’Italia nell’età selvaggia

Roma, 5 dicembre 2025 – L’Italia nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco. Nel mondo a soqquadro non è l’economia il vero motore della storia. Lo sono le pulsioni antropologiche profonde: antichi miti e nuove mitologie, paure ancestrali e tensioni messianiche, veementi fedi religiose e risorgenti fanatismi ideologici, culture identitarie radicali, desideri di riconoscimento inappagati, suggestioni della volontà di potenza. Molti fenomeni del nostro tempo, che sfuggono alla pura razionalità economica, come le guerre, i nazionalismi, il protezionismo, non si spiegherebbero altrimenti. Il vitalismo irrazionale soppianta la fiducia ragionevole in un illuminato progressismo liberal. Ci siamo inoltrati in un’età selvaggia, del ferro e del fuoco, di predatori e di prede. E il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. Perciò il 62% degli italiani ritiene che l’Unione europea non abbia un ruolo decisivo nelle partite globali. Il 53% crede che sia destinata alla marginalità in un mondo in cui vincono la forza e l’aggressività, anziché il diritto e l’autorità degli organismi internazionali. Per il 74% l’american way of life non è più un modello socio-culturale, un tempo da imitare e oggi irriconoscibile. Moriremo post-americani? Il 55% è convinto che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita e adesso appartenga a Cina e India. Il 39% ritiene che le controversie tra le grandi potenze si risolvano ormai mediante i conflitti armati, i cui esiti fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale. E il 30% condivide una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi.

Il Grande Debito e il secolo delle società post-welfare. L’aumento vertiginoso dell’indebitamento delle economie occidentali le rende fatalmente più fragili. Tra il 2001 e il 2024 nei Paesi del G7, a fronte di una stentata crescita dell’economia, il debito pubblico è lievitato dal 75,1% al 124,0% del Pil. In Italia dal 108,5% al 134,9%, in Francia dal 59,3% al 113,1%, nel Regno Unito dal 35,0% al 101,2%, negli Stati Uniti dal 53,5% al 122,3%. Non siamo più l’unico malato d’Europa. Nel 2030 il rapporto debito pubblico/Pil nei Paesi del G7 supererà il 137%, ritornando prossimo al livello raggiunto nel 2020 a causa della pandemia, quando sfiorò il 140%. Si annuncia uno shock per le finanze pubbliche analogo a quello vissuto durante l’emergenza sanitaria, ma questa volta il debito record sarà maturato in condizioni ordinarie, in assenza di una pandemia. Il Grande Debito determina una mutazione ontologica dello Stato: da Stato fiscale a Stato debitore. Gli Stati debitori non potranno abbassare le tasse, obiettivo sempre promesso dagli Stati fiscali e puntualmente disatteso. L’ingente debito e la bassa crescita, legata all’invecchiamento demografico e alla riduzione della popolazione attiva, congiurano per un inevitabile ridimensionamento del welfare (il welfare state è un fenomeno storico, non imperituro: può nascere e svilupparsi, ma anche estinguersi). Gli interessi pesano come zavorre sui conti pubblici e restringono anche gli spazi di manovra sugli investimenti produttivi e gli stimoli alla crescita. A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro (+38,2% rispetto a settembre 2001). Nell’ultimo anno la spesa per interessi è stata pari a 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del Pil: il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), anche più della Grecia (3,5%) e molto al di sopra della media europea (1,9%). Gli interessi pagati superano non solo la spesa per i servizi ospedalieri (54,1 miliardi), ma l’intero valore degli investimenti pubblici (78,3 miliardi) e ammontano a più di dieci volte quanto l’Italia spende in un anno per la protezione dell’ambiente (7,8 miliardi). La vulnerabilità è accresciuta dal fatto che i titoli del debito pubblico italiano sono in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero: il 33,7% del totale (ovvero più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia. Il Grande Debito inaugura il secolo delle società post-welfare. Ma senza welfare le società diventano incubatori di aggressività e senza pace sociale le democrazie vacillano. Per l’81% degli italiani è ora di punire i giganti del web che sfuggono alla tassazione.

La febbre del ceto medio. Tra le insidie e le minacce ai fondamentali del tradizionale modello di sviluppo italiano pesano anche i fattori endogeni. La regressione demografica, con il progressivo invecchiamento della popolazione e i tassi di natalità in caduta libera, provoca l’arresto dei processi di proliferazione delle piccole imprese. In vent’anni (2004-2024) il numero dei titolari d’impresa si è assottigliato da oltre 3,4 milioni a poco più di 2,8 milioni: -17,0% (quasi 585.000 in meno). I giovani imprenditori con meno di 30 anni sono diminuiti nello stesso periodo del 46,2% (quasi 132.000 in meno). E se il reddito delle piccole imprese (fino a 5 addetti) corrispondeva al 17,8% del Pil nel 2004, e poi era sceso al 15,7% nel 2014, nel 2024 si è ridotto al 14,0%. Si indebolisce anche l’altro pilastro: il lavoro. Nel 2024 il valore reale delle retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2007. Nello stesso periodo il potere d’acquisto pro capite ha subito un taglio del 6,1%, nonostante il recente parziale recupero (+2,0% tra il 2022 e il 2024). Così il ceto medio vive in uno stato febbrile: nella stagnazione o, peggio ancora, rischia di perdere lo status conquistato nel tempo.

I barbari alle porte e la menzogna politica. Secondo il 72% degli italiani la gente non crede più ai partiti, ai leader politici e al Parlamento. Il 63% è convinto che si sia spento ogni sogno collettivo in cui riconoscersi. L’unico leader con una proiezione globale che ottiene la fiducia della maggioranza degli italiani (60,7%) è Leone XIV. Seguono Sánchez (44,9%), Merz (33,5%), von der Leyen (32,8%), Macron (30,9%), Starmer (29,0%), Lula (23,0%), Trump (16,3%), Modi (14,9%), Xi Jinping (13,9%), Putin (12,8%), Orbán (12,4%), Erdoğan (11,0%), Netanyahu (7,3%), Khamenei (7,3%), Kim Jong-un (6,1%). Assistiamo a un capovolgimento dei ruoli nel rapporto tra élite e popolo. Da una parte ci sono i leader europei – il nostro nuovo pantheon politico – con i volti sgomenti come pugili suonati, sotto i colpi sferrati da est e da ovest. Invece di rassicurare, esercitando la tradizionale funzione dell’offerta politica, eventualmente con il ricorso spregiudicato alla menzogna, annunciano la catastrofe, ci mettono davanti al pericolo di morte: la guerra imminente, la irrimediabile perdita di competitività del continente, l’ineluttabile deriva demografica, la marea inarginabile dei migranti, il collasso climatico. Dall’altra ci sono gli italiani, per i quali non è scattato l’allarme rosso: l’apocalisse può attendere. Non si segnalano tentazioni di radicalizzazione: per il 47% le divisioni politiche e la violenza che scuotono gli Stati Uniti sono impensabili nella nostra società. E un intervento militare italiano, anche nel caso in cui un Paese alleato della Nato venisse attaccato, è disapprovato dal 43%. Il 66% ritiene che, se per riarmarsi l’Italia fosse obbligata a tagliare la spesa sociale, allora dovremmo rinunciare a rafforzare la difesa.

Il “Grand Hotel Abisso” e il piacere degli italiani. Gli italiani non sono tipi da prendere alloggio nelle confortevoli stanze del “Grand Hotel Abisso”, dove sperperare gli ultimi averi prima che scocchi la mezzanotte, sporgendosi deliziati e inconsapevoli, con le bende agli occhi, sull’orlo del baratro, mentre ci si allieta con piaceri sfrenati e pasti goduti negli agi, finché non sopraggiungano le tenebre. Certamente no, visto che sono impegnati a districarsi con sagacia e misura tra piccole cicatrici e grandi minacce. Minacce realmente incombenti, non scritte con l’inchiostro simpatico di una messinscena, di cui riconoscono l’attrito urticante sulle loro vite. Al punto di dover immaginare, nell’ora del delirio del potere, la dissennata vanità, l’abominevole crudeltà, la tragica insensatezza di un eventuale conflitto armato dispiegato su larga scala e un nuovo fungo atomico, per suggellare l’indomani la copula oscena di guerra e pace, di distruzione e ricostruzione. E tuttavia non si abbandonano alla seduzione della corriva litania della catastrofe, quasi con compiaciuta rassegnazione, né si lasciano persuadere dalla profezia dal sapore decadente dell’apocalisse dietro l’angolo – annunci che assomigliano alla cerimonia del grandioso fallimento di una civiltà destinata a consumarsi nel falò della inevitabile estinzione. Gran parte degli italiani sprigiona ogni giorno un’energia sorprendente, che dimostra un approccio positivo alla vita. Il piacere non è cercato per esorcizzare nel proprio microcosmo i mali del mondo: è inscritto nel nostro stile di vita come espressione di una connaturata vocazione edonistica. Re dei piaceri è il sesso, liberato dalle antiche censure. I rapporti sessuali tra le persone di 18-60 anni sono molto frequenti. I performanti fanno sesso ogni giorno (sono il 5,3% del totale), gli attivi hanno rapporti due o tre volte alla settimana (29,9%), i regolari una volta alla settimana (27,3%), i saltuari con una cadenza tra il mensile e il quadrimestrale (21,9%), gli occasionali una volta ogni cinque o sei mesi (7,1%) e gli astinenti (chi non fa mai sesso) sono l’8,5%. Insomma, quasi due terzi degli italiani tra i 18 e i 60 anni (il 62,5%) hanno una vita sessuale molto intensa, contrassegnata da un ritmo settimanale. Tra i giovani con meno di 35 anni la percentuale è ancora più alta: il 72,4% (tra loro solo il 6,4% non fa mai sesso). Quali sono le pratiche più diffuse? Il 78,8% pratica con regolarità i preliminari prima del coito, il 74,2% fa sesso orale, il 58,2% la masturbazione reciproca, il 32,6% il sesso anale, il 30,2% il sexting (lo scambio di messaggi espliciti e foto personali), il 26,4% utilizza sex toys durante il rapporto, il 26,0% guarda video porno in coppia, il 22,1% utilizza cibi o bevande nei giochi erotici, il 17,6% fantastica apertamente con il partner su altri amanti, il 14,3% si riprende con lo smartphone durante i rapporti. Una quota minoritaria (il 14,0%) si dedica a pratiche non convenzionali (feticismo, bondage, sadomasochismo), il 7,7% fa sesso con più partner contemporaneamente e partecipa a orge.

Il lungo autunno industriale (e l’antidoto del riarmo). L’indice della produzione industriale è stato negativo per trentadue mesi consecutivi con l’eccezione di tre timidi rimbalzi. In particolare, la produzione manifatturiera è arretrata nel 2023 (-1,6%), nel 2024 (-4,3%) e anche nei primi nove mesi di quest’anno (-1,2%). Il lungo autunno industriale scivolerà nel gelido inverno della deindustrializzazione? Tra i comparti in maggiore sofferenza, quali rischiano di scomparire per sempre? Nel 2024 solo l’alimentare ha registrato un incremento della produzione: +1,9%. Il tessile e abbigliamento è calato dell’11,8%, i mezzi di trasporto del 10,6%, la meccanica del 6,4%, la metallurgia del 4,7%, la farmaceutica dell’1,7%. Solo quattro comparti (elettronica, alimentare, farmaceutica, legno e carta) mostrano segnali di recupero nel 2025. Contestualmente, nei primi nove mesi dell’anno la fabbricazione di armi e munizioni registra un incremento del 31,0% rispetto all’anno scorso.

La divaricazione tra spesa e consumo. L’inflazione ha condizionato pesantemente i comportamenti di consumo delle famiglie. Nel 2024 i prezzi erano più alti del 17,4% rispetto al 2019 e il carrello della spesa (i beni alimentari e per la cura della casa e della persona) era più caro del 23,0%. Si è speso di più, ma si è consumato di meno. Nei cinque anni il costo dei generi alimentari è aumentato del 22,2%, ma il volume effettivamente acquistato si è ridotto del 2,7%. La forbice è ampia anche per vestiario e calzature: +4,9% in valore e -3,5% in volume. I servizi assicurativi e finanziari sono aumentati del 47,3% in termini nominali, ma l’utilizzo si è ridotto del 2,0%. I soli servizi finanziari (pari al 3,2% della spesa delle famiglie, ovvero 40 miliardi di euro) hanno registrato un aumento del prezzo del 106,2% nel periodo 2019-2024.

La senilizzazione del mercato del lavoro. La demografia cambia volto all’occupazione. L’incremento di 833.000 occupati registrato nel biennio 2023-2024 è dovuto prevalentemente alle persone con 50 anni e oltre: +704.000 (ovvero l’84,5% di tutta la nuova occupazione). Il saldo positivo nei primi dieci mesi del 2025 (206.000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che aumentano di 410.000 unità (+4,2%), a fronte di -96.000 occupati di 35-49 anni (-1,1%) e -109.000 con meno di 35 anni (-2,0%). Tra i giovani sono in netto aumento gli inattivi: +176.000 nei primi dieci mesi dell’anno (+3,0%). Nel biennio 2023-2024 l’input di lavoro supera largamente la crescita dell’economia: +3,7% gli occupati, +5,3% le ore lavorate, solo +1,7% il Pil. Conseguentemente, calano gli indicatori di produttività: -2,0% il valore aggiunto per occupato e -3,5% il valore aggiunto per ora lavorata.

Rinunciare all’immigrazione? Sono più di 5,4 milioni gli stranieri che vivono in Italia (il 9,2% della popolazione residente), ma la gran parte si trova in condizioni di marginalità. Il 29,0% dei lavoratori stranieri (che sono in totale 2.514.000, ovvero il 10,5% degli occupati) è a tempo determinato o ha un impiego part time involontario (tra gli italiani la quota corrispondente si ferma al 17,2%). Il 29,4% svolge un lavoro non qualificato (l’8,0% tra gli italiani) e il 55,4% degli occupati stranieri laureati risulta sovraqualificato, ovvero possiede un titolo di studio troppo elevato per il lavoro svolto (il 18,7% tra gli italiani). Il 35,6% degli stranieri vive sotto la soglia della povertà assoluta (il 7,4% tra gli italiani). Siamo inclini a guardare con favore gli stranieri quando svolgono lavori faticosi e poco qualificati, o quando accudiscono gli anziani e i bambini, ma non siamo propensi a concedere loro gli stessi diritti di cittadinanza degli autoctoni. Il 63% degli italiani pensa che i flussi in ingresso degli immigrati vadano limitati, il 59% è convinto che un quartiere si degrada quando sono presenti tanti immigrati, il 54% percepisce gli stranieri come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali, solo il 37% consentirebbe l’accesso ai concorsi pubblici a chi non possiede la cittadinanza italiana e solo il 38% è favorevole a concedere agli stranieri il voto alle elezioni amministrative.

La nuova geografia della vitalità sociale nelle città-contenitore. A fronte di una riduzione della popolazione residente in Italia del 2,3% nel decennio 2014-2024 (quasi 1,4 milioni in meno), si ridisegna la geografia della vitalità sociale. La popolazione aumenta nelle città intermedie del Nord-Est e nei comuni limitrofi di alcune aree metropolitane. Nell’ultimo decennio i residenti sono aumentati soprattutto a Parma (+4,9%), Prato (+3,8%), Latina (+3,7%), Mantova (+3,6%), Brescia (+3,5%). Due sono i driver che spingono la marcia in avanti: le opportunità di lavoro e la presenza di stranieri. Tra le aree metropolitane, 11 hanno visto ridursi i propri abitanti tra il 2014 e il 2024 (da un minimo del -1,6% di Firenze a un massimo del -7,1% di Messina), Roma è stabile (+0,2%), Milano (+1,9%) e Bologna (+1,9%) sono cresciute.

Se l’offerta culturale diventa un dispositivo esperienziale. Nel 2024 la spesa per soggiorni culturali e nelle città d’arte dei viaggiatori stranieri è aumentata del 7,1% rispetto al 2023, raggiungendo il 56,4% del totale della spesa per vacanze sul territorio nazionale. Il fenomeno riguarda quasi 20 milioni di persone (+4,6% rispetto al 2023), pari al 55,9% dei 35 milioni di viaggiatori arrivati dall’estero. La tendenza si consolida: nel primo semestre del 2025 la spesa dei turisti stranieri per vacanze in Italia segna un +13,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, negli ultimi vent’anni (2004-2024) la spesa per la cultura delle famiglie italiane si è invece drasticamente ridotta (-34,6%). Si tratta di poco più di 12 miliardi di euro nell’ultimo anno, ovvero poco più di un terzo di quanto spendiamo nell’insieme per smartphone e computer (quasi 14,5 miliardi nel 2024: +723,3% negli ultimi vent’anni) e servizi di telefonia e traffico dati (17,5 miliardi). La riduzione dei consumi culturali dipende dalla forte contrazione della spesa per giornali (-48,3% in vent’anni) e libri (-24,6%). Ma contemporaneamente gli altri consumi di beni (+14,2%) e servizi culturali (+28,9%) non sono affatto diminuiti. Nell’ultimo anno il 45,5% degli italiani è andato al cinema, il 24,7% ha assistito a eventi musicali, il 22,0% a spettacoli teatrali, il 10,8% a concerti di musica classica e all’opera. Musei e mostre sono stati visitati dal 33,6% degli italiani, siti archeologici e monumenti dal 30,9%. L’offerta culturale diventa sempre più un dispositivo esperienziale.

Manifestazioni e piazze virtuali: la partecipazione senza delega politica. Alle ultime elezioni politiche del 2022 gli astenuti hanno raggiunto la quota record del 36,1% degli aventi diritto, 9 punti percentuali in più rispetto alle precedenti elezioni del 2018. Alle europee del 2024 il 51,7% degli elettori ha disertato le urne (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, gli astenuti si fermarono al 14,3%). Nel 2003 il 57,1% degli italiani si informava regolarmente di politica, nel 2024 la percentuale è scesa al 48,2%. I cittadini che ascoltano dibattiti politici erano allora il 21,1% e sono oggi il 10,8%. La partecipazione ai comizi si è dimezzata: dal 5,7% al 2,5% (dal 6,3% all’1,9% tra i giovani di 20-24 anni). E le mobilitazioni di piazza raccolgono sempre meno adesioni: nel 2003 il 6,8% degli italiani aveva partecipato a cortei, vent’anni dopo il 3,3%. Un’eccezione, dunque, le recenti proteste per il conflitto in Palestina.

Gli immortali. L’Italia continua a invecchiare rapidamente. Le persone dai 65 anni in su rappresentano il 24,7% della popolazione (14,6 milioni di persone): erano il 18,1% nel 2000 (10,3 milioni) e il 9,3% nel 1960 (4,6 milioni). L’aspettativa di vita è arrivata a 85,5 anni per le donne e 81,4 per gli uomini: circa 5 mesi in più solo nell’ultimo anno. E i centenari, 594 nel 1960, diventati 4.765 nel 2000, oggi sono 23.548. Nel 2045 le persone dai 65 anni in su saranno aumentate di quasi 4,5 milioni e raggiungeranno i 19 milioni (il 34,1% della popolazione). Il desiderio di prolungare l’esistenza sfuggendo alle malattie è la regola che accomuna la nuova generazione di anziani. Una tendenza a vivere come eterni adulti, senza limitazioni legate all’avanzare dell’età. Con la consapevolezza di custodire e trasmettere in eredità risorse, non solo materiali, di cui le giovani generazioni non potranno godere in ugual misura.

Massimiliano Valerii racconta la sintesi del 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025 

Giorgio De Rita presenta le Considerazioni Generali del 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025

Rapporto 2025 Family (Net) Work

Il Rapporto 2025 del Family (Net) Work, raccoglie i testi dei paper redatti e presentati nel corso dell’anno dai partner del Network su commissione di Assindatcolf: Censis, EFFE, Centro Studi e Ricerche Idos e la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. Ognuno di questi soggetti, per propria specifica competenza, ha saputo affrontare temi di particolare rilevanza per il settore del lavoro domestico e per le famiglie datrici di lavoro. 

Il Censis ha guardato al preoccupante intreccio che in prospettiva può assumere per l’Italia fra l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della quota di persone anziane e la solitudine che spesso si accompagna andando avanti nell’età. 

EFFE ha riportato a livello europeo il tema del lavoro irregolare, diffuso in maniera particolare fra i lavoratori domestici, e ha illustrato alcuni strumenti il cui utilizzo dimostra la compatibilità, in termini di spesa, fra sostegno pubblico alle famiglie che necessitano di assistenza per i propri familiari anziani o non autosufficienti e i ritorni positivi, in termini di entrate fiscali e contributive, che questo sostegno consente.

IDOS ha, invece, stimato il fabbisogno di lavoro domestico per il prossimo triennio, una quantificazione che punta ad aiutare a orientare le scelte pubbliche (e politiche) in tema di flussi di lavoratori stranieri.

La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha analizzato l’evoluzione recente del settore nel paper “Il lavoro domestico: tendenze, valutazioni e prospettive” dando conto, con un’elaborazione originale dei dati Inps e con un’indagine diretta, dell’andamento dei rapporti di lavoro e della percezione che i lavoratori domestici hanno del proprio impiego.

Assindatcolf ha fatto il punto sul quadro normativo che interessa il settore del lavoro domestico in Italia e ha messo a disposizione le informazioni del database Family (Net) Work, che raccoglie oltre duecentomila contratti stipulati dalle famiglie associate, grazie ad una collaborazione con Gestisci la tua Colf, Webcolf e Acli in Famiglia.

Nell’insieme, il Rapporto ricostruisce sotto diversi punti di vista l’evoluzione del settore del lavoro domestico, mettendo in luce i nuovi fenomeni sociali ed economici che interessano il settore, ponendosi come strumento di supporto alle famiglie che si rivolgono ai lavoratori domestici per le loro esigenze di assistenza e di supporto.

60 anni di AIRC nella società italiana

In occasione dei 60 anni della Fondazione AIRC, la ricerca realizzata dal Censis mette in evidenza la mutazione culturale che ha ridefinito la cultura della lotta al cancro come esito di un lungo cammino di conoscenza e consapevolezza. In questo processo è possibile isolare lo specifico contributo di AIRC e il valore sociale che ne è derivato, che acquista ancora maggiore rilievo se collocato all’interno delle attuali dinamiche regressive della società. Il significato sociale dei valori che AIRC ha saputo interpretare, non quantificabile in un unico indicatore, è composto da una pluralità di componenti, che sono raccontati nel presente Rapporto.