4. La società attraverso la rilevazione di base auditel: next generation in via di estinzione

4.1. Il deficit di futuro della società italiana

I giovani in Italia sono pochi, troppo pochi per garantire un futuro al paese, e, soprattutto, sono in rapida estinzione. I dati demografici mostrano il fenomeno in tutta la sua evidenza. Rispetto all’Italia del 1951, che si apriva al miracolo economico con la voglia di crescere e di fare figli, la struttura per età della popolazione oggi è capovolta: all’indomani della seconda guerra mondiale, quando il totale della popolazione italiana non arrivava a 48 milioni di abitanti, i residenti con meno di 35 anni erano 27.427.114 e rappresentavano il 57,7% della popolazione. Oggi, con una popolazione che sfiora i 60 milioni, gli under 35enni sono 19.734.098, e sono pari al 33,3% del totale della popolazione. In altre parole, l’Italia del 2021 ha 12 milioni di residenti in più, ma 7 milioni e 690.000 under 35enni in meno rispetto a quella del 1951 e si è profondamente trasformata. Nell’Italia del dopoguerra gli anziani over 65 erano poco meno di 4 milioni, vale a dire l’8,2% della popolazione. Nel nuovo secolo decollano gli aged ultrasessantacinquenni che oggi sono quasi 14 milioni, rappresentano il 23,4% della popolazione, e sono diventati più numerosi dei millennials. Aumentano anche i 35-64enni, tra i quali sono compresi i cosiddetti baby boomers, che oggi sono 25.633.757, pari al 43,3% della popolazione.

È questo l’effetto di invecchiamento e denatalità, due processi demografici di lungo periodo, che hanno subito un’ accelerazione e una cronicizzazione negli ultimi 20 anni: nel 2021 la popolazione italiana conta 59.257.566 residenti, ed è cresciuta del 4% e di 2 milioni e 300.000 individui rispetto al 2001, quando i residenti erano 56.960.692 (crescita che, peraltro, si è fermata nel 2014, anno da cui ‒ per effetto del calo delle nascite ‒ anche la popolazione ha iniziato a scendere) (tab.18).

Nonostante la popolazione sia aumentata, nell’ultimo ventennio i millennials in età compresa tra i 18 e i 34 anni si sono ridotti in modo vertiginoso: oggi sono poco meno di 10 milioni e 500.000, mentre nel 2001 erano oltre 13 milioni e 700.000. In venti anni abbiamo perso 3.263.771 giovani (-23,8%). Nello stesso periodo si sono ridotti significativamente anche i minorenni, che oggi sono 9 milioni e 287.000, e sono calati del 6,0% negli ultimi venti anni (-591.512 in valore assoluto).

Complessivamente, dal 2001 al 2021 l’Italia ha perso 3.855.283 under 35enni, tanti quanti la popolazione complessiva di Roma e di Napoli.

Rimpicciolimento e invecchiamento sono trend di lungo periodo che però in epoca di pandemia sembrano essersi consolidati: infatti, l’epidemia sanitaria da Covid-19 ha portato ad un aumento del numero di morti, che nel 2020 sono stati 746.146, vale a dire il massimo dal secondo dopoguerra (+100.000 circa rispetto al dato medio degli anni precedenti) e ad una ulteriore contrazione dei nati, che prosegue senza sosta dal 2009, che nel 2020 sono stati 404.104 e si prevede scenderanno sotto i 400.000 nel 2021.

Gli effetti della denatalità e dell’invecchiamento sulle famiglie italiane è reso in maniera evidente anche dalla Rilevazione di base Auditel: negli ultimi quattro anni le famiglie - calcolate in base al concetto di famiglia adottato da Auditel, che si basa sulla coabitazione e non solo sulla affettività e la parentela - si sono ridotte dell’1,7%, passando da 24.368.000 a 23 milioni e 949.000. Tra queste ultime ce ne sono 12 milioni e 793.000, il 53,4% del totale, in cui non vive neppure un individuo che ha meno di 35 anni di età, mentre quelle in cui ci sono minori e/o giovani fino a 35 anni sono 11 milioni e 156.000, pari al 46,6% del totale: nel 2017 erano 11 milioni e 670.000, e si sono ridotte del 4,4% in quattro anni (tab. 19). Sul versante opposto, le famiglie composte solo di individui che hanno più di 65 anni hanno abbondantemente superato i 6 milioni, e nello stesso periodo sono cresciute del 3,3%.

Non solo i giovani in Italia sono pochi, ma tardano anche a mettere su famiglia: le famiglie composte esclusivamente da giovani e minori che hanno meno di 35 anni sono 1 milione e 456.000, pari al 6,1% del totale, e hanno una media di 2,2 componenti ciascuna, inferiore alla media Italia, che è di 2,5 componenti (tab. 20). Ma soprattutto questi nuclei sono in rapido calo: negli ultimi due anni, a fronte di una riduzione dell’1,4% del totale delle famiglie italiane, quelle composte di soli under 35enni sono diminuite del 13,6%.

Leggermente più numerosi i nuclei che hanno un capofamiglia che ha meno di 35 anni, che sono 1.668.000, pari al 7,0% del totale, e che negli ultimi due anni si sono comunque ridotti del 12,8%.

Dati sicuramente condizionati anche dalla “frenata” ai matrimoni e alle convivenze imposta dall’epidemia sanitaria, ma che non lasciano ben sperare per il futuro del nostro paese, soprattutto se si considera che i giovani sono tra quelli che più stanno soffrendo della crisi economica ed occupazionale generata dal Covid 19. 

In una società in cui l’ascensore sociale sembra essersi fermato, e dove non è più sufficiente essere scolarizzati, competenti, dinamici, globalizzati per vedere riconosciuti i propri meriti, è difficile che i giovani che sono sempre di meno riescano ad emergere e a diventare protagonisti, soprattutto considerando che la crisi sembra aver premiato chi ha un posto fisso, preferibilmente pubblico, piuttosto che chi si è assunto il rischio di aprire un’attività in proprio.

Per porre fine a questa emorragia di giovani, che si traduce in mancanza di futuro e crescita delle disparità sociali, è indispensabile mettere in campo sin da subito strumenti e investimenti che rimettano in moto i giovani e il Paese. In questo senso il Pnnr, che ha uno dei suoi pilastri nelle politiche per le nuove generazioni, rappresenta una grande occasione da non perdere di modernizzazione e di ricambio generazionale del nostro Paese.

4.2.Giovani impoveriti dal Covid-19

La maggioranza delle famiglie composte di soli giovani vive in realtà urbane di dimensioni medio-grandi (il 56,0% in città con più di 30.000 abitanti contro una media Italia del 45,7%), situate nelle regioni del Centro e del Sud e delle isole (58,4% del totale, contro il 52,0% della media Italia) (tab.21).

Il 25,3% dei nuclei giovani abita nei centri urbani di dimensioni maggiori (dove risiede il 16,0% del totale delle famiglie), il 7,8% vive in città intermedie che hanno tra i 100 mila e i 250 mila abitanti (contro l’8,4% del totale famiglie), e il 22,9% abita in realtà urbane che hanno tra i 30.000 e i 100.000 residenti (in Italia la media è del 21,3%). Solo l’11,8% delle famiglie giovani risiede in località che hanno meno di 5 mila abitanti, contro il 16,7% del totale delle famiglie.

Non solo le famiglie composte di soli giovani vivono in citta medio-grandi, dove più alto è il costo della vita, ma hanno anche condizioni economiche più precarie rispetto al resto delle famiglie italiane, e, soprattutto, durante la pandemia si sono decisamente impoverite: nel 2021 il 18,3% dei nuclei familiari composti di soli under 35enni si colloca su di un livello socioeconomico alto o medio-alto, contro il 29,6% della media delle famiglie italiane, il 47,0% è in fascia media (nelle famiglie italiane la quota è del 36,2%), il 16,8% è su di una fascia medio-bassa (19,8% nel totale delle famiglie), e il 17,8% è su di un livello basso (contro il 14,4% della media Italia) (tab. 22). Negli ultimi due anni si riducono del 47,0% le famiglie giovani che si collocano su di un livello socioeconomico alto o medio alto (-6,5% nel totale delle famiglie) mentre aumentano del 13,2% quelle in fascia media e del 5,4% quelle che scivolano verso il basso (-3,7% nella media Italia).

Si tratta di dati che sono in linea con gli ultimi dati dell’Istat che rilevano che l’aumento della povertà che è seguito alla crisi economica da Covid 19 ha colpito soprattutto le fasce più giovani della popolazione, che sono quelle meno garantite sul posto di lavoro, che hanno redditi meno elevati e minori capacità di risparmio, segnando un aumento del divario economico tra le generazioni.

In altre parole, non solo l’ascensore generazionale che vedeva le nuove generazioni salire di livello socioeconomico rispetto a quelle precedenti si è fermato, ma i giovani stavano vivendo una rapida discesa verso il basso che con il Covid rischia di trasformarsi in un precipizio. Da una recente indagine del Censis risulta che il 50,3% dei giovani vive in una situazione socio-economica peggiore di quella vissuta dai genitori alla stessa età. 

4.3. I danni psicologici e relazionali dell’epidemia

Quando l’emergenza sarà finita, all’elenco delle conseguenze sanitarie ed economiche che ha prodotto il virus all’interno delle famiglie italiane bisognerà aggiungere anche quelle psicologiche e relazionali che si sono abbattute su:

  • una generazione di minori, adolescenti e giovani privati della scuola, dello sport, delle relazioni tra pari;
  • milioni di anziani soli chiusi in casa, o ancora peggio nelle RSA, spaventati dalle relazioni sociali e sempre più isolati dai propri cari;
  • famiglie divise e segregate dall’isolamento e dalle quarantene, anche all’interno di una stessa abitazione.

Nell’ultimo anno e mezzo di pandemia ci sono due tipologie famigliari che sono state sottoposte ad uno stress aggiuntivo e a costi sociali e psicologici enormi per evitare il rischio del contagio degli anziani a maggior rischio di letalità:

  • quello delle famiglie in cui convivono all’interno di una stessa abitazione componenti che appartengono a generazioni diverse, che si sono trovati a dover osservare regole particolarmente ferree di distanziamento intra familiare;
  • quello delle famiglie composte da anziani soli, che si sono trovati a dover limitare al massimo gli spostamenti e a ridurre le occasioni di socializzazione anche all’interno delle mura domestiche e con i famigliari più stretti.

4.3.1. L’ulteriore distanziamento delle famiglie intergenerazionali

In Italia le famiglie intergenerazionali, in cui convivono almeno un minore/giovane con meno di 35 anni, un adulto in età compresa tra i 35 e i 64 anni e un anziano over 65 sono 904.000, pari al 3,8% del totale.

Queste, nel 32,7% dei casi si trovano al Sud o nelle isole e nel 24,1% nelle regioni del Centro; il 61,4% vive in località che hanno meno di 30.000 abitanti (dove vive il 54,3% delle famiglie italiane), nell’84,7% dei casi hanno un capofamiglia maschio (in Italia la media è del 74,1%), e il 47,1% ha tra i componenti anche persone che non sono dirette consanguinee, dato che per la media delle famiglie italiane si ferma all’8,1% (tab. 23). In genere si tratta di nuclei che, potendo disporre di più fonti di reddito, vivono in condizioni socio economiche agiate: il 29,8% delle famiglie intergenerazionali si colloca su di un livello socio-economico alto (la media delle famiglie italiane è del 9,7%) e il 33,5% in fascia medio-alta (contro una media Italia del 19,9%), mentre solo il 4,3% si colloca in fascia bassa, dove si trova il 14,4% delle famiglie italiane.

È in questi nuclei che durante la pandemia può aver trovato sfogo quell’inedito risentimento intergenerazionale che è emerso dalle indagini del Censis, e che si è sviluppato tra giovani costretti in casa e genitori e nonni “garantiti” da posto fisso e pensioni; i primi, sempre più convinti che si spendano troppe risorse pubbliche per sanità e pensioni, gli altri, convinti che gli untori e i diffusori della malattia tra le fasce più deboli della popolazione siano stati soprattutto i più giovani, in quanto meno rispettosi delle regole di distanziamento che via via sono state imposte.

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4.3.2. La “risorsa” internet per gli anziani soli

Sempre più immersi nella loro solitudini, e privati anche della gioia di poter abbracciare figli e nipoti, gli anziani che vivono soli sono quelli che più hanno sofferto il rischio di depressione e di isolamento durante la pandemia e che sicuramente hanno più difficoltà a riprendere una vita normale nella fase post pandemica.

Oggi in Italia ci sono 3 milioni e 147.000 nuclei famigliari composti di anziani soli, rimasti sostanzialmente invariati negli ultimi due anni: quella che invece è cambiata è la distribuzione interna per età, che vede una significativa crescita (+5,9%) dei single con più di 85 anni (tab. 24).

Tra gli anziani che vivono da soli, un milione e 77.000 ha un’età compresa tra i 65 e i 74 anni e, presumibilmente, conduce una vita attiva e ha una cerchia di relazioni che va oltre quella dei famigliari più stretti; ma ci sono oltre 2 milioni di individui che hanno più di 75 anni e che vivono da soli, e tra questi 749.000 sono ultra ottantacinquenni. E’ probabile che siano stati proprio questi a soffrire di più delle limitazioni imposte dalla pandemia, impossibilitati anche a ricevere in casa visite e supporto da parte di parenti, vicini e conoscenti.

Per tutti loro la televisione rappresenta, e ha rappresentato ancora di più durante il lockdown, una compagna con cui trascorrere le tante ore della giornata: il 98,5% degli anziani soli ha in casa un televisore, mentre sono ancora minoritari, ma in forte crescita, quelli che possiedono una Smart Tv (22,8% del totale), e ancora meno quelli che la utilizzano anche nella modalità non lineare, in streaming e on demand (12,8%) (tab.25). Considerando che già ora il 51,0% degli anziani che vive da solo possiede il collegamento ad internet, e che questa quota sta crescendo ed è destinata a crescere ancora nell’immediato futuro, è evidente come questo segmento di popolazione andrebbe opportunamente guidato verso una fruizione più personalizzata e più ricca dei contenuti audio-video.