«Una politica senza strategia»
Editoriale Roma, 10 Febbraio 2026
Editoriale di Giuseppe De Rita per il Corriere della Sera
Editoriale Roma, 10 Febbraio 2026
Editoriale di Giuseppe De Rita per il Corriere della Sera
Era prevedibile, ma di fatto sta già accadendo che questo 2026 sia politicamente vissuto sotto l’incombere delle elezioni del prossimo anno. Ed è a tale incombere che vanno legate le due grandi preoccupazioni tattiche di questi mesi: la gestione della battaglia per il referendum confermativo sulla giustizia; e ancor più l’esigenza, specie all’interno dell’attuale opposizione, di scegliere per tempo un leader per la guerra del 2027.
Per le prossime settimane saremo immersi in un’ambigua campagna referendaria, nella speranza o paura che da essa possa venire l’agognato scossone di rottura degli equilibri politici esistenti. È un’attesa ricorrente in una società come la nostra, dove i cambiamenti non sono di regola attribuiti alle dinamiche quotidiane, ma a eventi di speciale impatto emotivo, e dalla dinamica d’opinione. Attendiamo allora lo scossone, verificando via via se la scelta sarà un sì d’obbedienza o un no di voglia reattiva. È possibile che, se tutto si giocherà sulla personalizzazione del contrasto (pro o contro Meloni) e con la presidente del Consiglio verosimilmente determinata a disinnescarla, non si avrà uno scossone, ma una diffusa articolazione delle posizioni, lontano dalla spettacolare tentazione di contrapposizione fra prime donne.
Meno facile capire come le forze politiche stiano elaborando la strategia di medio periodo necessaria per vincere la guerra del 2027. Colpisce in proposito la sempre più calda dinamica per la scelta per tempo di un leader adatto a contrastare il vuoto di leadership nell’attuale opposizione (basti pensare a quanto scritto da Paolo Mieli su questo giornale). Si accaloreranno sui vecchi e nuovi candidati e sulle relative procedure di scelta, ma le cose sono meno semplici di quanto appare, visto che continuiamo ad avere un mediocre bagaglio di possibili strategie d’azione.
Le due coalizioni che si fronteggiano al massimo si gloriano di essere coalizioni larghe, ma nei fatti non hanno alcuna idea di come presentarsi alla tornata elettorale: non hanno un programma; non hanno indicazioni di connessione strategica fra i contenuti programmatici e i loro contesti internazionali, istituzionali, territoriali; non hanno alcuna cultura di medio periodo, con decisioni adeguatamente dislocate nel tempo; non hanno una idea di quali responsabilità intermedie mettere in campo. E pensano davvero che basti nominare subito un leader per venirne fuori? È necessario, oltre al leader, avere un programma vero (non di corteo e di piazza) e un gruppo oligarchico che lo definisca, lo interpreti e se ne renda garante.
Chi ha letto la storia della Seconda guerra mondiale di Churchill sa come essa è stata vinta non solo per i meriti dei leader di vertice (Churchill e Roosevelt per gli occidentali) e non solo per i meriti dei grandi comandanti di campo (Montgomery o Patton), ma anche e forse specialmente per merito della qualità degli Stati Maggiori, capaci di fare strategie di lungo e medio periodo e presenza quotidiana su ogni imprevedibile evento o pericolo. Basti al riguardo ricordare le tante citazioni di Churchill sul semisconosciuto Generale Alan Brooke, capo dello Stato Maggiore unificato. Se vale l’esempio, le forze politiche italiane vanno alla guerra del 2027 senza poter disporre di propri adeguati Stati Maggiori. Basterebbe ricordare l’inconsistenza degli emendamenti e delle «piccoline» discussioni sulla recente legge di Bilancio. Le due coalizioni contrapposte si sono rattrappite in una verticalizzazione decisionale in poche persone fidate, scelte per emozioni di ventura o per fedeltà d’obbedienza, ma quasi sempre estranee all’armatura poliarchica della dinamica economica, sociale, di potere reale. Con questi «apparati» non c’è partita: il risultato più probabile è uno zero a zero. E non sarebbe striminzito pareggio, ma utile a qualcuno.