Inizia la ricerca

Era prevedibile, ma di fatto sta già accadendo che questo 2026 sia politicamente vissuto sotto l’incombere delle elezioni del prossimo anno. ​ Ed è a tale incombere che vanno legate le due grandi preoccupazioni tattiche di questi mesi: la gestione della battaglia per il referendum confermativo sulla giustizia; e ancor più l’esigenza, specie all’interno dell’attuale opposizione, di scegliere per tempo un leader per la guerra del 2027. ​

Per le prossime settimane saremo immersi in un’ambigua campagna referendaria, nella speranza o paura che da essa possa venire l’agognato scossone di rottura degli equilibri politici esistenti. ​ È un’attesa ricorrente in una società come la nostra, dove i cambiamenti non sono di regola attribuiti alle dinamiche quotidiane, ma a eventi di speciale impatto emotivo, e dalla dinamica d’opinione. ​ Attendiamo allora lo scossone, verificando via via se la scelta sarà un sì d’obbedienza o un no di voglia reattiva. ​ È possibile che, se tutto si giocherà sulla personalizzazione del contrasto (pro o contro Meloni) e con la presidente del Consiglio verosimilmente determinata a disinnescarla, non si avrà uno scossone, ma una diffusa articolazione delle posizioni, lontano dalla spettacolare tentazione di contrapposizione fra prime donne. ​

Meno facile capire come le forze politiche stiano elaborando la strategia di medio periodo necessaria per vincere la guerra del 2027. ​ Colpisce in proposito la sempre più calda dinamica per la scelta per tempo di un leader adatto a contrastare il vuoto di leadership nell’attuale opposizione (basti pensare a quanto scritto da Paolo Mieli su questo giornale). ​ Si accaloreranno sui vecchi e nuovi candidati e sulle relative procedure di scelta, ma le cose sono meno semplici di quanto appare, visto che continuiamo ad avere un mediocre bagaglio di possibili strategie d’azione. ​

Le due coalizioni che si fronteggiano al massimo si gloriano di essere coalizioni larghe, ma nei fatti non hanno alcuna idea di come presentarsi alla tornata elettorale: non hanno un programma; non hanno indicazioni di connessione strategica fra i contenuti programmatici e i loro contesti internazionali, istituzionali, territoriali; non hanno alcuna cultura di medio periodo, con decisioni adeguatamente dislocate nel tempo; non hanno una idea di quali responsabilità intermedie mettere in campo. ​ E pensano davvero che basti nominare subito un leader per venirne fuori? ​ È necessario, oltre al leader, avere un programma vero (non di corteo e di piazza) e un gruppo oligarchico che lo definisca, lo interpreti e se ne renda garante. ​

Chi ha letto la storia della Seconda guerra mondiale di Churchill sa come essa è stata vinta non solo per i meriti dei leader di vertice (Churchill e Roosevelt per gli occidentali) e non solo per i meriti dei grandi comandanti di campo (Montgomery o Patton), ma anche e forse specialmente per merito della qualità degli Stati Maggiori, capaci di fare strategie di lungo e medio periodo e presenza quotidiana su ogni imprevedibile evento o pericolo. ​ Basti al riguardo ricordare le tante citazioni di Churchill sul semisconosciuto Generale Alan Brooke, capo dello Stato Maggiore unificato. ​ Se vale l’esempio, le forze politiche italiane vanno alla guerra del 2027 senza poter disporre di propri adeguati Stati Maggiori. ​ Basterebbe ricordare l’inconsistenza degli emendamenti e delle «piccoline» discussioni sulla recente legge di Bilancio. ​ Le due coalizioni contrapposte si sono rattrappite in una verticalizzazione decisionale in poche persone fidate, scelte per emozioni di ventura o per fedeltà d’obbedienza, ma quasi sempre estranee all’armatura poliarchica della dinamica economica, sociale, di potere reale. ​ Con questi «apparati» non c’è partita: il risultato più probabile è uno zero a zero. ​ E non sarebbe striminzito pareggio, ma utile a qualcuno. ​