«La politica non sa più ascoltare. È il ceto medio a salvare l’Italia»
Editoriale 7 Dicembre 2025
Il fondatore del Censis: «La classe dirigente guarda solo i sondaggi»
Editoriale 7 Dicembre 2025
Il fondatore del Censis: «La classe dirigente guarda solo i sondaggi»
Intervista a Giuseppe De Rita per «La Stampa»
Giuseppe De Rita, lei ha firmato mezzo secolo di rapporti Censis. Da nove anni non prende più parte attiva ma resta l’anima di una delle analisi più lucide e ragionate sullo stato dell’Italia. Dall’ultimo rapporto emerge un quadro cupo di quello che avete definito un Paese selvaggio, che ha fiducia negli autocrati, che sembra sempre più in balia dell’istinto, della paura, dell`ignoranza. È un’Italia senza speranza?
«È vero che con il Censis ogni anno realizziamo un rapporto e che possiamo essere valutati per la fotografia di quello che emerge dalla nostra analisi ma a noi preme dare il senso del film, non fermarci alla fotografia».
Qual è il senso del film?
«È il senso dinamico della società italiana e non è così disastroso come appare se ci si ferma alle singole fotografie. Venti anni fa abbiamo iniziato a raccontare che l’Italia era malata di presentismo, cioè che si accontentava del presente. Oggi non è più così. Nel presente l`italiano lavora, dimostra una resistenza giorno per giorno alle tante difficoltà e questo non crea avvilimento ma una nuova tonicità del sistema e del ceto medio».
Cioè il ceto medio non è in declino?
«Se si considerano le fotografie anno per anno lo è ma se invece si prende in considerazione l`evoluzione si trovano degli elementi di novità». Quali? «Seguiamo da cinquant’anni il ceto medio, accompagnandolo nei declini e nelle glorie. Lo abbiamo scoperto e raccontato affrontando il disgusto di esponenti della cultura alta come Pasolini che ci accusava di dare importanza all’Italia peggiore. Oggi vediamo che, dopo tanti anni, il ceto medio ha subito la paura del declino, ha resistito e ora sta facendo dei passi avanti. Lentamente cresce e cerca di mantenere il suo stile di vita. Viaggia, per esempio, in classe economica e a volte concedendosi un lusso».
Quindi, come racconterebbe gli italiani?
«Come il giudice Francesco Saverio Borrelli andando in pensione, anche gli italiani dicono: resistere, resistere, resistere. La classe media italiana affronta difficoltà ogni giorno e resiste. Questo accumulo di difficoltà che, prese singolarmente, sembrano un declino, osservate in modo dinamico mostrano un rafforzamento delle difese, una maturazione, una ‘struggle of life’, una lotta per la vita che noi italiani abbiamo sempre avuto».
Più del resto d’Europa?
«L’Europa sembra schiacciata tra Putin e Trump e incapace di resistere o comunque appare ferma, in attesa di nuovi tempi. L’Italia, invece, dà il meglio nei periodi più neri proprio per questo cumulo di germi di resistenza che ha creato un corpo tutto sommato sano che, per esempio, permette di avere un`industria capace di reggere ancora alle follie dei dazi americani. Gli italiani vivono faccia a faccia nel presente e lo affrontano. Gli altri non hanno questa capacità».
Che Italia era quella che ha iniziato a raccontare con il Censis?
«Il primo rapporto è del 1967. Quella era un’Italia di appartenenza in cui stava diffondendosi il germe della dimensione personale e individuale che alla vigilia del Sessantotto andava a sostituirsi al mito della classe operaia e della lotta sindacale. Stava finendo il film delle appartenenze».
Quali erano?
«Lo stare dentro alle culture collettive come quella ecclesiastica, quella comunista, la democristiana, l`imprenditoriale. Dicemmo che i ceti sociali stavano scomparendo, quindi diventava difficile ragionare in termini di scontro di classe». Un discorso difficile per l’epoca. Quale fu la reazione? «Mi accusarono di essere un autonomo individualista, un terrorista democristiano e cattolico non avevano capito niente di chi fossi né di quello che stava accadendo, la nascita del germe che ora sta dando all`Italia la capacità di resistere».
L’individualismo e il ceto medio?
«Quando negli anni Settanta parlammo di cetomedizzazione dell’Italia, ci presero a pesci in faccia. Se, però, non abbiamo i casseur in strada come in Francia, o se non abbiamo le disuguaglianze che pesano negli Usa è grazie al ceto medio che smorza le violenze e che resiste».
Come è cambiata l’Italia della cultura, invece?
«È uno strazio. Questo resistere sul piano economico insieme con la tendenza all’individualismo non dà spazio alla cultura. La cultura di massa è vittima di una spettacolarizzazione che fa sì che le persone preferiscano occuparsi delle proprie cose. Si crea una perdita in termini di appartenenza di vita, di traguardi collettivi».
È anche per questo motivo che non si va più a votare e si ha fiducia negli autocrati?
«Se non ho la percezione di essere dentro un processo reale ma di vivere in un processo governato da poche persone finisco per non andare a votare e affidarmi ai pochi che hanno il potere».
Com’è cambiata la classe dirigente?
«Un tempo c’era curiosità, interesse per la dinamica a lungo termine della società. Craxi era un politico che mi chiamava per ascoltare quello che avevo da dire. Oggi né Meloni né Schlein lo farebbero. La loro è una classe dirigente che ha parametri diversi, si basano su un sondaggio dell’altro ieri da utilizzare per le elezioni di domenica».