Intervista a Giuseppe De Rita per «La Stampa»

Giuseppe De Rita, sociologo e fondatore del Censis, interpreta da sempre i cambiamenti economici e sociali della società italiana, e oggi coglie l’inquietudine del ceto medio e la conseguente ansia della politica che cerca di inseguirlo, tralasciando talvolta le necessità dei redditi bassi. «Il vero problema sociale e politico dell’Italia è il potenziale impoverimento del ceto medio. Questo fa paura. Tutta la politica ruota sulle misure da realizzare a favore del ceto medio – sottolinea – ma poi è la dimensione identitaria a prevalere».

Si spieghi.

«Ai partiti piace tanto discutere di Trump e Mamdani, polarizzare le situazioni mentre invece il grosso della vita della società sta in mezzo, si vive di medietà. La politica va verso gli estremi, perché è un modo identitario di compattare la base. Se Elly Schlein decide di andare all’insediamento di Zohran Mamdani, il neosindaco di New York, probabilmente è perché pensa che questa sia l’identità di sinistra».

Negli ultimi anni si è detto spesso che le elezioni si vincono al centro, non è più vero?

«La mia impressione è che continui ad essere vero che le elezioni si vincono al centro, soltanto che quando si perde o si è in difficoltà di consenso i politici virano verso le ali estreme, pensando che questo renda di più sul piano politico ed elettorale. Siamo di fronte a una svolta congiunturalmente importante tra una tradizione di medietà che ha sempre sostenuto l’Italia, e dei partiti politici che cercano identità estreme».

Il governo ha fatto una legge di bilancio destinata quasi interamente al ceto medio.

«Il governo, solo perché governa, fa medietà. Ha una doppia carta da usare: il sostegno al ceto medio e la ricerca della vecchia identità estremista. E questo giova al governo perché gli porta due elettorati diversi».

Perché il ceto medio ha paura di impoverirsi?

«Perché alcuni fenomeni come l’inflazione e il blocco dei salari aumentano una percezione di povertà. Il che non è vero, perché i contratti vengono firmati, i salari crescono anche se di poco, nel pubblico impiego come nel privato. Tutto sommato, il governo sta attuando una politica di attenzione verso il ceto medio».

Ai 5 milioni di poveri chi ci pensa?

«La gran parte dell’elettorato chiede una politica di sostegno al ceto medio che ha due problemi su tutti: uno fiscale e uno pensionistico. Chi oggi fa propria una politica fiscale e pensionistica di tipo mediano vince le elezioni. Il ceto medio ha bisogno di sicurezze per consolidarsi, le diseguaglianze non sono un argomento che va di moda».

Non trova che giovani siano trascurati dalla politica?

«Fanno le loro trattative con le aziende, chiedono lo smart working, l’assicurazione, il welfare aziendale. Quando non sono soddisfatti cambiano lavoro o se ne vanno all’estero. Sono molto più potenti di ieri, molto di più di quanto lo fossi io nel 1955 quando ho iniziato a lavorare, io non potevo contrattare nulla».

Che siano ceto medio o redditi bassi, in Italia però nessuno fa più figli. Perché?

«É un fatto antropologico, lo ha scritto il rapporto Censis e lo ha detto molto bene anche il professor Massimo Recalcati: è la mancanza di desiderio dei giovani. È una mancanza di desiderio coniugale, familiare, anche sessuale. Il desiderio non si risveglia con un bonus, è una questione di culturacollettiva».