Intervista a Giuseppe De Rita per «La Stampa»

Il sociologo: «Mattarella dice che siamo figli della nostra Storia e va rispettata. La vera conquista è stata l’autonomia del singolo, la voglia di sopravvivere»

Giuseppe De Rita, 93 anni, sociologo, uno dei fondatori del Censis, grande interprete dei mutamenti dell’Italia che studia da oltre sessant’anni, quest’anno il presidente Mattarella ha scelto di fare un discorso diverso, ha raccontato la storia d’Italia partendo dalle donne e andando avanti per fotogrammi, ognuno in grado di mettere a fuoco un’eроса.
«Non vorrei parlare dei singoli fotogrammi ma sottolineare invece che, per la prima volta, il presidente Mattarella parla del nostro paese, del suo sviluppo, creato dalla nostra storia, una storia di resistenza, di miracolo economico, di chi ricostruisce la casa, di chi riapre l’azienda, di chi riprende a lavorare. Lo storico Ernesto Galli Della Loggia in un editoriale sul Corriere ha affermato che l’Europa non ha una storia, io aggiungo che l’Italia ne ha di più dell’Europa, della Francia e degli altri Stati».

L’Italia ha più storia della Francia o dell’Austria e della Germania?
«Non parlo delle guerre, delle conquiste, della musica e della letteratura. Loro hanno avuto Bach, Proust, Beethoven e la grande storia. Noi abbiamo avuto la bassa cultura della vita dei singoli, la storia di tutti i giorni, storia delle piccole realtà, delle città, dell’arrangiarsi quotidiano. È la storia di ciascuno che, come somma di realtà individuali, diventa storia collettiva. La grande intuizione del presidente Mattarella di quest’anno è stata di non fare un discorso di interpretazione sociale ma di dire che siamo nati da questo, da una storia singola, quotidiana, che non va messa in discussione da ideologie da primati culturali».

Le ideologie, però, sono sempre più presenti.
«È la storia che dà loro un valore. Se ci guardiamo intorno, le forze politiche più vitali sono quelle che hanno legame forte con la loro storia».

Come Fratelli d’Italia?
«Come Fratelli d’Italia che ha un richiamo chiaro con la Fiamma tricolore. Si può discutere sul suo significato, ma per chi si riconosce in quella storia si tratta di un riferimento importante, parla direttamente a persone che hanno creduto in un passato a cui Giorgia Meloni non intende per nulla rinunciare. Lei e i suoi non sarebbero sopravvissuti limitandosi ad essere un gruppetto di nostalgici a Colle Oppio. Hanno invece intercettato l’italiano piccolo borghese che sta a metà strada tra gli ex democristiani e gli ex fascisti rispettando i loro elettorati e non venendo meno alla necessità di essere figli della loro storia».

E gli altri partiti?
«Quelli che si sono dimenticati della loro storia come il Pd non riescono ad avere un’interpretazione della società. Mancando il legame con la loro storia, non hanno riscontro con la comunità da cui provengono. Un errore che non compie, invece, Tajani con Forza Italia saldamente legata a Berlusconi».

Il presidente Mattarella ha ricordato la stagione delle grandi riforme: dal servizio sanitario nazionale al piano casa, lo statuto dei lavoratori, il sistema previdenziale. Una storia che si perde?
«Il messaggio sottinteso potrebbe essere: tutto questo l’abbiamo fatto noi democratici. La realtà è che quella stagione di riforme è stata realizzata da una classe dirigente che non faceva parte di un partito ma era nella società, ciascuno figlio della propria storia e questo il presidente ha voluto ricordarcelo per rinforzare la cittadinanza italiana su sé stessa e non su chiacchiere generiche. L’Europa avrà anche tecnologia ma non ha la storia vissuta, comune, divisa che invece ha l’Italia».

Il presidente della Repubblica ha invitato a riflettere su quanto si è conquistato.
«Un invito importante perché non ci fermiamo mai a riflettere su quello che è stato, ne facciamo una ripresentazione come avviene quando i media riproducono attualità. Pensiamo ai programmi che parlano del caso Garlasco o ripropongono come attuale il caso Orlandi, senza cercare di capire se c’è una ragione in questi casi».

E che cosa abbiamo conquistato in questi anni?
«L’autonomia del singolo, la volontà di ciascuno di sopravvivere, di fare quello che gli piace. Questo ha provocato sbreghi nel tessuto sociale come un’eccessiva personalizzazione della propria vita e della propria storia, ma ha dato agli italiani la capacità di resistere a guerre, crisi internazionali. È lo scatto dei singoli, la capacità di sforzarsi di vivere che ci salva anche in scenari complicati come quello che stiamo vivendo».

Qualcuno che non conosce gli italiani li ha definiti diffidenti, arrabbiati, distaccati, ha detto il presidente Mattarella. Ce l’aveva con lei?
«Non ho mai parlato di italiani arrabbiati o diffidenti. Sono loro a definirsi così. Io sono il più grande cantore delle capacità degli italiani. Li considero confusi, legati ai loro interessi, se ne fregano dei discorsi sulle disuguaglianze sociali. E so che se agli italiani si chiede un’opinione in un sondaggio allora sì che si definiscono tristi o diffidenti ma se, invece, si trovano di fronte a una crisi reagiscono e riescono a sopravvivere».

Il presidente della Repubblica ha pronunciato una frase che è stata molto citata: “nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia”. Ma in che condizione è la democrazia dopo ottant’anni?
«La democrazia nasce dopo il referendum tra repubblica e monarchia, è il frutto di una grande partecipazione e senso di appartenenza perché in quella stagione organizzazioni come il sindacato o i partiti garantivano la partecipazione e per la loro capacità di rispondere ai bisogni delle persone, a farli sentire parte della loro comunità. Con gli anni i partiti e i sindacati sono sempre stati meno capaci di rispondere ai bisogni delle persone e quindi è venuta meno anche la partecipazione. Oggi prevale altro».

Che cosa?
«Le opinioni. Chi si occupa di sindacato si occupa di rivolte sociali invece di parlare di contratti e tutele del lavoratore. Questo vuol dire fare opinione e smettere di creare un legame di appartenenza con la propria comunità di riferimento. Se sindacati e partiti diventano centrali di opinione viene meno la capacità democratica rendendo i partiti piccole macchine per creare consenso. I segretari di partito hanno bisogno di stare sull’onda dell’opinione per sopravvivere, di inventare qualcosa per inseguire il consenso. Giorgia Meloni lo sa fare e riesce ad avere visibilità. Chi non lo sa fare finisce per non avere alcun rilievo. In entrambi i casi nessuno più sta interpretando i bisogni delle persone e creando appartenenza. La democrazia degli ultimi anni, infatti, è un disastro».