«I ragazzi non sanno dire “noi”. Vanno in piazza ma sono soli»
Il sociologo Giuseppe De Rita, presidente del Censis, analizza i fatti di Milano
«Rispetto al ’68, oggi i giovani si autoconvocano senza una rivendicazione»
Intervista
20 Ottobre 2026
Intervista a Giuseppe De Rita per la Provincia Pavese
«La mia sensazione è che ci sia un problema di mancata corrispondenza tra l’identità individuale e quella sociale. Siamo lontanissimi dal ’68, ma anche dai disordini del G8 del 2001. Oggi c’è una ricerca di identità collettiva che fatica a trovare una forma». Ne è certo il sociologo Giuseppe De Rita, presidente del Censis (Centro studi investimenti sociali), l’istituto di ricerca che dal 1964 realizza analisi sulle dinamiche socio-economiche italiane. Esperto osservatore dei fatti di casa nostra, De Rita è intervenuto nel dibattito sugli autori dei disordini di Milano.
Presidente, chi sono questi ragazzi? Appartengono a una nuova forma di piccola borghesia delusa dall’andamento delle cose?
«Non credo che la questione si possa ridurre a una classe sociale. Il problema è che oggi è molto più difficile costruire un’identità collettiva. Un tempo ci si riconosceva in un piccolo gruppo, nella classe scolastica, in una squadra sportiva. Oggi questo processo è più complicato. Il fatto che questi ragazzi si siano autoconvocati è significativo: c’è un bisogno di ritrovarsi e di stare insieme, anche in assenza di una rivendicazione precisa. È il preludio alla ricerca di un’identità sociale che oggi manca».
Quanto hanno contribuito i social a questa frammentazione dell’identità collettiva?
«Il digitale è una dimensione complessa. Viviamo in una cultura fortemente individualista, nella quale ciascuno finisce per stare solo con sé stesso. Se mi si dice che una persona non è sola perché ha un indirizzo e-mail o fa parte di un gruppo online, faccio fatica a crederci. La sensazione è che, nonostante le connessioni digitali, le persone restino disperatamente sole».
È un fenomeno nato con le nuove generazioni, oppure affonda le radici in quelle precedenti?
«È un fenomeno che riguarda almeno due o tre generazioni. Ci siamo abituati a vivere da singoli e ad affrontare individualmente anche le crisi economiche. I miei genitori, invece, difendevano la propria famiglia, il proprio lavoro e il proprio distretto industriale, ma sapevano di appartenere a una realtà sociale più ampia. Non consideravano ciò che accadeva soltanto un problema personale: riconoscevano un’identità collettiva dietro le proprie azioni».
Che cosa è cambiato da allora?
«I giovani hanno una soggettività individuale, ma non trovano occasioni forti per trasformarla in una reazione collettiva. Non c’è una crisi economica o sociale profonda come quelle che, in passato, portavano le persone a scendere in piazza. Così resta il tentativo di stare un po’ con gli altri e vedere che cosa succede. Ma questo, da solo, non basta a costruire un’identità sociale».
È possibile recuperare questa dimensione?
«Storicamente, l’identità collettiva si è rafforzata anche come reazione alla paura e alle grandi crisi. Nel dopoguerra, in un’Italia che aveva attraversato il crollo e la distruzione, si sono sviluppate forme di appartenenza e solidarietà. Anche le crisi territoriali e industriali potevano contribuire a creare un’identità condivisa. Oggi, invece, non abbiamo una situazione analoga».
Quindi serve una crisi per ritrovare il senso di appartenenza?
«Le crisi possono generare una reazione collettiva, ma non dobbiamo augurarcele: quando arrivano, producono sofferenze e conseguenze molto pesanti. Ci sono conflitti internazionali e situazioni drammatiche che entrano nella nostra vita quotidiana, ma spesso restano lontani dalla nostra esperienza diretta. Una crisi diventa davvero capace di mobilitare le persone quando arriva a incidere concretamente sulla loro esistenza, come può accadere con il costo delle bollette».
I disordini di Milano hanno mostrato come il mancato riconoscimento di regole possa portare a forme di giustizialismo privato: è così?
«È una logica che si è diffusa in molti ambiti della società, ad esempio anche tra chi gestisce bed and breakfast. Ma non produce identità. Il problema fondamentale è il riconoscimento di un’identità sociale, che non si esaurisce nell’immagine che abbiamo di noi stessi. Non basta sapere chi siamo individualmente: dobbiamo anche capire che cosa rappresentiamo al di là della nostra persona, a quale realtà collettiva apparteniamo».
Nemmeno i piccoli gruppi di amici riescono più a svolgere questa funzione?
«I gruppi ristretti continuano a esistere: i cinque o sei compagni di banco, gli amici con cui si va allo stadio. Possono spingere a organizzare una gita, ma anche a compiere qualche atto di delinquenza in città. Tuttavia, non sono sufficienti a costruire un’identità sociale più ampia. Il punto è proprio questo: siamo una società che conserva una forte identità individuale, ma fatica a costruirne una collettiva».
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