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Il capitolo «Lavoro, professionalità, rappresentanze» del 44° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2010

Roma, 3 dicembre 2010 – Allarme giovani. La crisi ha scaricato i suoi effetti su una sola componente del mercato del lavoro, quella giovanile. Nel 2009 tra gli occupati di 15-34 anni si sono persi circa 485.000 posti di lavoro (-6,8%) e nei primi due trimestri del 2010 se ne sono bruciati quasi altri 400.000 (-5,9%). Di contro, se si esclude la fascia immediatamente successiva, dei 35-44enni, dove pure si è registrato un decremento del livello di occupazione (-1,1% tra il 2008 e il 2009 e -0,7% nel 2010), in tutti gli altri segmenti generazionali, non solo l’occupazione ha tenuto, ma è risultata addirittura in crescita: è aumentata di 85.000 unità tra i 45-54enni (+1,4% tra il 2008 e il 2009) e di oltre 100.000 tra gli over 55 (+3,7%). I primi segnali relativi al 2010 (+2,4% per i primi, +3,6% per i secondi) sembrano andare nella stessa direzione. Tra le ragioni che hanno visto così penalizzata la componente giovanile del lavoro vi è il loro maggiore coinvolgimento nei fenomeni di flessibilità: tra il 2008 e il 2009, a fronte della sostanziale tenuta del lavoro a tempo indeterminato, si è registrata una fortissima contrazione sia del lavoro a progetto (-14,9%), sia del lavoro temporaneo (-7,3%).

Lavoro in proprio cercasi. Nell’ultimo decennio, a fronte di una crescita del lavoro dipendente di 2.406.000 unità (+16,2% tra il 1999 e il 2009), i lavoratori autonomi sono diminuiti di circa 200.000 unità (-3,8%), portando la loro incidenza sul totale degli occupati dal 26,6% al 24,5%. Tra le diverse tipologie di lavoro autonomo, ad essere più in crisi è quella imprenditoriale. Tra il 2004 e il 2009, il numero di imprenditori è passato da 400.000 circa a 260.000, cioè 141.000 in meno (-35,1%). Il lavoro libero professionale ha registrato una piccola crescita (+2,2%), mentre i lavoratori in proprio (piccoli artigiani e commercianti) hanno visto indebolite le loro fila di 91.000 occupati (-2,5%). Sono soprattutto i giovani a cimentarsi di meno nell’attività in proprio. I lavoratori autonomi con meno di 35 anni sono passati da 1.480.000 a 1.070.000, 400.000 in meno (-27,8%), mettendo così in discussione una delle più consolidate certezze del sistema di sviluppo italiano.

L’anno zero della contrattazione. La maggioranza degli italiani sembra ormai convinta che la crescita di competitività di cui il sistema-Paese ha bisogno non possa avvenire senza un surplus di impegno da parte di tutti. Circa l’80% si dichiara d’accordo sul fatto che la retribuzione dei lavoratori dovrebbe essere collegata per una quota significativa alla produttività individuale. Una delle strade da percorrere è il rilancio della contrattazione decentrata. Nell’ultimo decennio, tra le aziende industriali con oltre 20 addetti il ricorso alla contrattazione di secondo livello è andato progressivamente diminuendo: se alla fine degli anni ’90 il 43,4% delle aziende aveva sottoscritto nel corso del decennio (1990-1998) almeno un contratto integrativo aziendale, coinvolgendo il 64,1% degli addetti, nel 2008 la percentuale è scesa al 30,6% e quella degli occupati al 54,4%.

Il nodo del lavoro terziario. Nell’ultimo decennio il terziario è stato, assieme alle costruzioni, il settore che più ha contribuito all’aumento della forza occupazionale del Paese, con la creazione di 2,2 milioni di nuovi posti di lavoro tra il 1999 e il 2009. Si sono così colmate le perdite registrate nell’agricoltura (-150.000 unità circa) e nell’industria (-280.000 lavoratori). La capacità di crescita del terziario si è andata però progressivamente esaurendo: il contributo alla creazione di nuova occupazione è passato da 1,3 milioni nel quinquennio 1999-2004 a 890.000 nel quinquennio 2004-2009. L’andamento negativo dell’ultimo anno (-0,8% tra il 2008 e il 2009), non controbilanciato da una ripresa nell’anno in corso (al secondo trimestre del 2010 i dati evidenziano una tendenziale stagnazione), sembra confermare i segnali già emersi. Le dinamiche interne al settore terziario sono tuttavia molto differenziate. Il mondo dei servizi sociali alla persona e alla famiglia è un’area in forte crescita occupazionale (+36,3% tra il 2004 e il 2009). Il terziario alle imprese è un comparto in consolidamento, registrando una significativa crescita del lavoro (+9,9%). Altri comparti stanno vivendo una vera e propria fase di metamorfosi, con uno stravolgimento degli assetti organizzativi, come il turismo (+12,7% di occupati) e la grande distribuzione (+14%). All’insegna dell’immobilismo altri comparti come il credito, le assicurazioni e i trasporti, dove non si riscontrano apprezzabili fenomeni sul versante del lavoro. In forte ridimensionamento occupazionale è il commercio al dettaglio (-6,1% di occupati) e la Pubblica Amministrazione (-2,8%).

La tenace resistenza delle donne. L’occupazione femminile sembra resistere meglio di quella maschile. Tra il 2008 e il 2009 sono stati gli uomini a registrare i maggiori contraccolpi della crisi, con una perdita secca di 274.000 occupati (-2%). Anche le donne hanno visto ridurre la propria partecipazione al lavoro, ma in misura meno drammatica: sono stati bruciati 105.000 posti di lavoro femminili, con un calo netto dell’1,1%. Una tendenza che sembra confermata anche nel 2010, considerato che nei primi due trimestri dell’anno, a fronte di un’ulteriore contrazione dell’occupazione maschile dell’1,1%, quella femminile registra un calo solo dello 0,5%.

La sicurezza che ancora non c’è: il caso di colf e badanti. Il 44,3% dei collaboratori domestici ha avuto almeno un incidente sul lavoro nell’ultimo anno, l’11,3% addirittura più di uno. Secondo l’indagine del Censis, si tratta di incidenti che nella maggior parte dei casi non comportano alcun tipo di inabilità al lavoro (48,6%), né l’esigenza di assentarsi (71,5%). Tuttavia, una quota non trascurabile di infortuni (il 28,5%), oltre a produrre effetti sulla salute di colf e badanti, condiziona il proseguimento dell’attività comportando l’assenza dal lavoro per inabilità: nel 18,8% dei casi superiore a tre giorni, nell’11,9% superiore a una settimana. Bruciature (18,7%), scivolate (16,1%), cadute dalle scale (12,2%) sono gli incidenti più frequenti tra colf e badanti. Ma la casistica appare ampia, con casi frequenti di ferite prodotte dall’utilizzo di coltelli o elettrodomestici (8,6%), strappi e contusioni da sollevamento (7,6%), intossicazioni con prodotti per pulire (4,2%), scosse elettriche (3,6%). I lavoratori domestici si rivelano poco attenti al problema. Il 12,4% dichiara di non preoccuparsi più di tanto della propria sicurezza, e chi lo fa preferisce le soluzioni «fai da te»: nel 46,1% dei casi dichiarano di affidarsi all’esperienza, nel 18,6% di mantenere la concentrazione durante il lavoro. Solo il 22,9% mostra curiosità e attenzione dichiarando di informarsi sulla materia.