Il futuro visto con gli occhi dei ragazzi
Roma, 3 febbraio 2026 – Sono stati presentati oggi, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, i risultati della prima indagine dell’Osservatorio Iride, nato dalla collaborazione tra Censis e Fondazione Costruiamo il Futuro allo scopo di osservare il presente e il futuro dell’educazione attraverso gli occhi dei ragazzi.
L’indagine, dal titolo «Senso della scuola, senso del lavoro», ha analizzato i percorsi educativi e le traiettorie post-scolastiche dei più giovani con l’obiettivo di comprendere, attraverso il loro sguardo, le loro aspettative, le preoccupazioni e le esigenze di cambiamento e di restituirle a educatori, istituzioni e decisori politici, favorendo un dialogo concreto e costruttivo per strutturare al meglio il loro futuro.
Lo studio, che prende in considerazione un campione di 1.000 giovani tra i 16 e i 19 anni, mostra ragazzi consapevoli e tutt’altro che rassegnati, desiderosi di costruire qualcosa di utile per sé e per gli altri, ma anche incerti: il 62,8% è preoccupato per il proprio futuro occupazionale. Tuttavia, pur temendo le difficoltà del mondo del lavoro, la maggioranza desidera proseguire gli studi. Sono ragazzi che chiedono più competenze pratiche, orientamento, strumenti educativi adeguati, e una scuola capace di prepararli a un contesto complesso e in rapido cambiamento.
«L’Osservatorio Iride nasce per valorizzare lo sguardo delle ragazze e dei ragazzi sui percorsi educativi e sul loro futuro» ha dichiarato Gabriele Toccafondi, Direttore dell’Osservatorio Iride. «Accanto ai tradizionali sistemi di valutazione della scuola e della formazione, Iride esplora uno spazio ancora poco indagato: il punto di vista diretto degli studenti. Quello presentato oggi è il primo studio realizzato e ne seguiranno altri» ha annunciato Toccafondi. «Dalle risposte emerge chiaramente che questi ragazzi sono tutt’altro che «bamboccioni» o generazione senza idee o valori, anzi sono giovani consapevoli, non rassegnati, desiderosi di costruire il proprio futuro: incerti (34,2%) e ansiosi (30,9%), ma contemporaneamente fiduciosi (29,8%) e ottimisti (30,2%). Sono motivati, hanno l’ambizione di proseguire gli studi (68,7%), ma anche preoccupati per il proprio futuro lavorativo (62,8%). Chiedono competenze: di conoscere diritti e doveri e saper leggere contratti di lavoro (56,1%), strumenti di orientamento, come muoversi nella vita quotidiana tra istituzioni, uffici, banche, imprese (40,9%) e una scuola capace di prepararli a un mondo del lavoro complesso e in rapido cambiamento».
I ragazzi hanno voglia di confrontarsi con il mondo del lavoro pur affermando che il lavoro non definisce l’identità di una persona (63,3%), vedono la prospettiva di un lavoro poco qualificato e pensano di essere penalizzati, cercano un lavoro che abbia una certa autonomia su tempi ed orari facendo cose interessanti che appassionino, non si accontentano di un lavoro qualunque sia.
I giovani hanno delle priorità e le mettono in fila: il 91,6% vorrebbe avere un lavoro che gli piace, l’89,6% vorrebbe avere successo nel lavoro, l’88,8% vivere con la persona amata, l’88,7% vivere una vita soddisfacente, il 74,1% riuscire a fare la differenza nel mondo, impegnarsi per cambiare le cose, il 70,8% desidera avere dei figli.
In sostanza, sono coscienti che la realtà sociale sia molto complessa ed in continua trasformazione, che il futuro non sia affatto facile e che gli strumenti in loro possesso non siano i più adatti per affrontare un percorso incerto, ma nonostante questo hanno una volontà forte di impegnarsi per raggiungere i loro obiettivi. Uno scenario che chiama in causa tutti ed in particolare gli adulti, i genitori, gli educatori, i decisori politici.
«L’Osservatorio Iride è il primo osservatorio permanente che si propone di monitorare l’alleanza scuola-lavoro, partendo dagli occhi dei ragazzi, per capire come i giovani vedono il rapporto tra il loro percorso formativo e il mondo del lavoro. I ragazzi sono il nostro futuro ed è per questo che questa alleanza tra ragazzi, scuola, famiglia e lavoro diventa sempre più importante» ha detto Maurizio Lupi, Presidente della Fondazione Costruiamo il Futuro. «Ogni anno, il Rapporto sarà messo a disposizione delle istituzioni nonché delle scuole, nello scambio costante con i presidi di tutta Italia, grazie anche alla disponibilità del Ministero dell’Istruzione. Ci tengo quindi a ringraziare tutte le scuole, i ragazzi e i presidi coinvolti in questa ricerca. Il progetto lanciato dal Censis ha visto subito l’adesione di Fondazione Costruiamo il Futuro e ringrazio il direttore scientifico, Ubaldo Casotto, e il presidente del comitato scientifico, dottor Lorenzo Ornaghi. Di ricerche ce ne sono molte, ma qui, i protagonisti sono i ragazzi e lo scopo di questo lavoro è riassunto benissimo nella frase di don Lorenzo Milani scelta come motto per la ricerca: il maestro dev’essere, per quanto può, profeta; scrutare i segni dei tempi; indovinare negli occhi delle ragazze e dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confusione».
«Abbiamo realizzato un Osservatorio permanente, capace di entrare nelle scuole e cercare di intercettare qual è il rapporto tra il modo di vedere il futuro dei giovani studenti della scuola superiore e il mondo del lavoro. Con questo Osservatorio, noi del Censis insieme a Fondazione Costruiamo il Futuro, oltre a fare le domande, vogliamo anche provare a dare ai ragazzi delle risposte sotto il profilo istituzionale» ha dichiarato Giorgio De Rita, Segretario Generale del Censis. «In questo anno di lavoro abbiamo raccolto più di 25.000 questionari che i ragazzi hanno completato e che verranno analizzati e restituiti in un nuovo Rapporto che verrà presentato nei prossimi mesi».
Questi sono i principali risultati del Rapporto «Senso della scuola, senso del lavoro» realizzato dal Censis in collaborazione con Fondazione Costruiamo il Futuro, che è stato presentato oggi a Roma da Claudia Donati, Direttrice di ricerca Censis, e discusso da Maurizio Lupi, Presidente Fondazione Costruiamo il Futuro, Gabriele Toccafondi, Direttore Osservatorio Iride, Giorgio De Rita, Segretario Generale Censis, Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del Merito
«Dopo 80 anni la democrazia non è più partecipazione. Oggi prevalgono le opinioni»
Intervista a Giuseppe De Rita per «La Stampa»
Il sociologo: «Mattarella dice che siamo figli della nostra Storia e va rispettata. La vera conquista è stata l’autonomia del singolo, la voglia di sopravvivere»
Giuseppe De Rita, 93 anni, sociologo, uno dei fondatori del Censis, grande interprete dei mutamenti dell’Italia che studia da oltre sessant’anni, quest’anno il presidente Mattarella ha scelto di fare un discorso diverso, ha raccontato la storia d’Italia partendo dalle donne e andando avanti per fotogrammi, ognuno in grado di mettere a fuoco un’eроса.
«Non vorrei parlare dei singoli fotogrammi ma sottolineare invece che, per la prima volta, il presidente Mattarella parla del nostro paese, del suo sviluppo, creato dalla nostra storia, una storia di resistenza, di miracolo economico, di chi ricostruisce la casa, di chi riapre l’azienda, di chi riprende a lavorare. Lo storico Ernesto Galli Della Loggia in un editoriale sul Corriere ha affermato che l’Europa non ha una storia, io aggiungo che l’Italia ne ha di più dell’Europa, della Francia e degli altri Stati».
L’Italia ha più storia della Francia o dell’Austria e della Germania?
«Non parlo delle guerre, delle conquiste, della musica e della letteratura. Loro hanno avuto Bach, Proust, Beethoven e la grande storia. Noi abbiamo avuto la bassa cultura della vita dei singoli, la storia di tutti i giorni, storia delle piccole realtà, delle città, dell’arrangiarsi quotidiano. È la storia di ciascuno che, come somma di realtà individuali, diventa storia collettiva. La grande intuizione del presidente Mattarella di quest’anno è stata di non fare un discorso di interpretazione sociale ma di dire che siamo nati da questo, da una storia singola, quotidiana, che non va messa in discussione da ideologie da primati culturali».
Le ideologie, però, sono sempre più presenti.
«È la storia che dà loro un valore. Se ci guardiamo intorno, le forze politiche più vitali sono quelle che hanno legame forte con la loro storia».
Come Fratelli d’Italia?
«Come Fratelli d’Italia che ha un richiamo chiaro con la Fiamma tricolore. Si può discutere sul suo significato, ma per chi si riconosce in quella storia si tratta di un riferimento importante, parla direttamente a persone che hanno creduto in un passato a cui Giorgia Meloni non intende per nulla rinunciare. Lei e i suoi non sarebbero sopravvissuti limitandosi ad essere un gruppetto di nostalgici a Colle Oppio. Hanno invece intercettato l’italiano piccolo borghese che sta a metà strada tra gli ex democristiani e gli ex fascisti rispettando i loro elettorati e non venendo meno alla necessità di essere figli della loro storia».
E gli altri partiti?
«Quelli che si sono dimenticati della loro storia come il Pd non riescono ad avere un’interpretazione della società. Mancando il legame con la loro storia, non hanno riscontro con la comunità da cui provengono. Un errore che non compie, invece, Tajani con Forza Italia saldamente legata a Berlusconi».
Il presidente Mattarella ha ricordato la stagione delle grandi riforme: dal servizio sanitario nazionale al piano casa, lo statuto dei lavoratori, il sistema previdenziale. Una storia che si perde?
«Il messaggio sottinteso potrebbe essere: tutto questo l’abbiamo fatto noi democratici. La realtà è che quella stagione di riforme è stata realizzata da una classe dirigente che non faceva parte di un partito ma era nella società, ciascuno figlio della propria storia e questo il presidente ha voluto ricordarcelo per rinforzare la cittadinanza italiana su sé stessa e non su chiacchiere generiche. L’Europa avrà anche tecnologia ma non ha la storia vissuta, comune, divisa che invece ha l’Italia».
Il presidente della Repubblica ha invitato a riflettere su quanto si è conquistato.
«Un invito importante perché non ci fermiamo mai a riflettere su quello che è stato, ne facciamo una ripresentazione come avviene quando i media riproducono attualità. Pensiamo ai programmi che parlano del caso Garlasco o ripropongono come attuale il caso Orlandi, senza cercare di capire se c’è una ragione in questi casi».
E che cosa abbiamo conquistato in questi anni?
«L’autonomia del singolo, la volontà di ciascuno di sopravvivere, di fare quello che gli piace. Questo ha provocato sbreghi nel tessuto sociale come un’eccessiva personalizzazione della propria vita e della propria storia, ma ha dato agli italiani la capacità di resistere a guerre, crisi internazionali. È lo scatto dei singoli, la capacità di sforzarsi di vivere che ci salva anche in scenari complicati come quello che stiamo vivendo».
Qualcuno che non conosce gli italiani li ha definiti diffidenti, arrabbiati, distaccati, ha detto il presidente Mattarella. Ce l’aveva con lei?
«Non ho mai parlato di italiani arrabbiati o diffidenti. Sono loro a definirsi così. Io sono il più grande cantore delle capacità degli italiani. Li considero confusi, legati ai loro interessi, se ne fregano dei discorsi sulle disuguaglianze sociali. E so che se agli italiani si chiede un’opinione in un sondaggio allora sì che si definiscono tristi o diffidenti ma se, invece, si trovano di fronte a una crisi reagiscono e riescono a sopravvivere».
Il presidente della Repubblica ha pronunciato una frase che è stata molto citata: “nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia”. Ma in che condizione è la democrazia dopo ottant’anni?
«La democrazia nasce dopo il referendum tra repubblica e monarchia, è il frutto di una grande partecipazione e senso di appartenenza perché in quella stagione organizzazioni come il sindacato o i partiti garantivano la partecipazione e per la loro capacità di rispondere ai bisogni delle persone, a farli sentire parte della loro comunità. Con gli anni i partiti e i sindacati sono sempre stati meno capaci di rispondere ai bisogni delle persone e quindi è venuta meno anche la partecipazione. Oggi prevale altro».
Che cosa?
«Le opinioni. Chi si occupa di sindacato si occupa di rivolte sociali invece di parlare di contratti e tutele del lavoratore. Questo vuol dire fare opinione e smettere di creare un legame di appartenenza con la propria comunità di riferimento. Se sindacati e partiti diventano centrali di opinione viene meno la capacità democratica rendendo i partiti piccole macchine per creare consenso. I segretari di partito hanno bisogno di stare sull’onda dell’opinione per sopravvivere, di inventare qualcosa per inseguire il consenso. Giorgia Meloni lo sa fare e riesce ad avere visibilità. Chi non lo sa fare finisce per non avere alcun rilievo. In entrambi i casi nessuno più sta interpretando i bisogni delle persone e creando appartenenza. La democrazia degli ultimi anni, infatti, è un disastro».