Comunicati Stampa

Il capitolo «Territorio e reti» del 48° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2014

Roma, 5 dicembre 2014 – La spesa per le politiche di coesione si arena nella palude dei lavori pubblici. Le difficoltà ad avviare e portare a compimento lavori pubblici importanti, anche quando si dispone di risorse dedicate, tornano periodicamente all’attenzione nazionale in relazioni a emergenze (vedi alluvione di Genova) o al prolungarsi indefinito di operazioni complesse (come la ricostruzione post-sismica dell’Aquila). Il tema si incrocia con un’altra grave criticità nazionale, cioè il limitato utilizzo delle risorse comunitarie. Agli 807.000 progetti monitorati nell’ambito delle politiche di coesione 2007-2013 corrisponde un volume di risorse programmate di poco superiore a 80 miliardi di euro, cui corrisponde una spesa certificata pari (a luglio 2014) ad appena 32,3 miliardi di euro, con un avanzamento cioè del 40,4%. Degli 80 miliardi di euro programmati, 45,6 miliardi (il 57%) sono relativi a interventi infrastrutturali. In misura minore i progetti monitorati riguardano acquisizioni di beni e servizi (21% dei finanziamenti) e incentivi alle imprese (10%). Proprio nel caso degli interventi infrastrutturali le percentuali sono decisamente deludenti: a un anno dalla chiusura del periodo di programmazione europea si è speso appena un quinto delle risorse (20,4%).

L’Italia metropolitana. Il 68% della popolazione dell’Unione europea risiede in regioni metropolitane, dove si generano più di due terzi del Pil europeo. In Italia vivono oggi all’interno di un’area metropolitana (9 Città metropolitane istituite nelle Regioni a statuto ordinario e 4 nelle Regioni a statuto speciale) oltre 21 milioni di abitanti. I temi da affrontare non sono di poco conto, a partire dai rapporti tra i Comuni capoluogo e quelli ricadenti nel perimetro delle ex Province. Erano rapporti complicati quando si dipanavano al livello di un soggetto terzo ed è probabile che da ora in poi lo saranno ancora di più, specie se si vorranno sottrarre spazi di potere decisionale delle istituzioni comunali trasferendoli ai nuovi enti. Non si può trascurare il fatto che esisteranno Città metropolitane composte da 315 Comuni (Torino) e altre da 16 (Cagliari) con problematiche di sviluppo e gestione dei servizi molto diverse tra loro.

Gli italiani e l’auto: le determinanti economiche e sociali di un rapporto da ricostruire. Tra il 2003 e il 2010 il segmento del mercato italiano dell’auto costituito dai privati si è mantenuto sostanzialmente stabile con circa 1,6 milioni di autovetture immatricolate ogni anno, con un range di variazione da 1,4 a 1,8 milioni. Nel 2011 si è registrato un primo assestamento in basso: poco meno di 1,2 milioni di autovetture vendute. Il 2012 è stato l’anno del crollo, con circa 900.000 vetture vendute (-22,8% rispetto al 2011), confermato poi nel 2013, con 833.000 vetture. Nel 2014 i segnali relativi alle vendite nei primi sei mesi confermano il trend di un sostanziale dimezzamento delle vetture vendute rispetto ai primi anni 2000. Ma la centralità dell’auto negli equilibri del Paese si legge nel suo peso economico complessivo. La filiera dell’automotive vale 421.500 addetti diretti (26.500 in meno rispetto al 2008) che, uniti all’indotto generato, sono stimabili complessivamente in 1,2 milioni di addetti. Il fatturato diretto delle aziende della filiera vale 126,5 miliardi di euro (in calo rispetto ai 155,4 del 2008) corrispondente al 7,8% del Pil. In sintesi, tra il 2008 e il 2013 la crisi dell’auto ha prodotto la perdita di 1,8 punti di Pil.

L’irresistibile voglia di nuovi stadi nelle città italiane. Si parla molto della realizzazione di nuovi stadi. La convinzione dei club è che solo stadi di proprietà, più piccoli e confortevoli, gestiti come grandi attrattori nel tempo libero, possano garantire i consistenti ricavi aggiuntivi necessari per il rilancio del settore. In effetti, i raffronti europei sui ricavi da stadio (vendita dei biglietti, abbonamenti e altre attività commerciali relative alle partite giocate in casa) segnalano una distanza notevole tra i club italiani e quelli spagnoli, inglesi e tedeschi. Gli incassi della stagione 2012/2013 di squadre come Manchester United (127,3 milioni di euro), Barcellona (117,6 milioni), Real Madrid (119 milioni) o Bayern Monaco (87,1 milioni) sono incomparabili con quelli, assai più modesti, dei maggiori club italiani: Juventus (38 milioni di euro), Milan (26,4 milioni), Roma (20,1 milioni) e Inter (19,4 milioni). Anche per effetto delle dirette televisive di tutti gli eventi calcistici, la maggior parte delle partite si svolge ormai davanti a un pubblico numericamente ridotto. Juventus a parte, che in media riempie lo Stadium al 93%, negli altri casi i tassi di riempimento medi sono piuttosto bassi, tra il 30% e il 60%.

Risorse idriche nazionali: gli effetti di una cronica debolezza infrastrutturale. I dati riguardanti la gestione delle risorse idriche per uso civile rilanciano l’allarme su un settore che, mentre cerca di migliorare la propria efficienza gestionale, continua a operare in un contesto di obsolescenza delle infrastrutture di base. Le perdite delle reti acquedottistiche tra il 2008 e il 2012 sono aumentate ulteriormente, passando dal 32,1% al 37,4%. In pratica, rispetto alla totalità dell’acqua che viene immessa in rete, più di un terzo sparisce, non viene consumata né fatturata, non arrivando all’utente finale. Il dato sulle perdite di rete ci caratterizza come una vera e propria anomalia tra i grandi Paesi europei: queste sono infatti pari al 6,5% in Germania, al 15,5% in Inghilterra e Galles, al 20,9% in Francia. Per recuperare il terreno perduto, rimettendo a posto reti acquedottistiche colabrodo e realizzando finalmente reti fognarie e impianti di depurazione delle acque reflue adeguati, servono investimenti rilevanti. Anche da questo punto di vista il confronto con l’Europa più avanzata è preoccupante: in Italia si investe ogni anno l’equivalente di 30 euro ad abitante, in Germania 80, in Francia 90 e nel Regno Unito addirittura 100 euro.

Le politiche energetiche tra obiettivi ambientali e rapporti costi-benefici. Nei consumi lordi di energia tra il 2000 e il 2013 si registra una diminuzione del contributo del petrolio, la cui quota è passata dal 49,5% al 34,5%, ormai raggiunto in termini percentuali dal gas (33,5%). Gli incentivi e i forti investimenti per lo sviluppo e l’adozione delle tecnologie rinnovabili hanno portato a una crescita del settore dal 6,9% del 2000 al 18% del consumo nazionale nel 2013. La penetrazione delle rinnovabili è stata molto significativa nel comparto elettrico, dove nel 2013 un terzo dei consumi (33,4%) è stato coperto dalla produzione idroelettrica, eolica, fotovoltaica e geotermica. Non vi è dubbio che i sussidi, in particolare per il fotovoltaico, sono stati molto onerosi per la collettività: oggi i costi derivanti dall’incentivazione delle fonti rinnovabili sono coperti per ben 12 miliardi di euro/anno tramite la componente A3 della bolletta energetica di famiglie e imprese.