Comunicati Stampa

Il capitolo «Sicurezza e cittadinanza» del 50° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2016

Roma, 2 dicembre 2016 – Senza stranieri il rischio è il declino. Nell’ultimo anno l’allarme demografico ha raggiunto il suo apice: diminuisce la popolazione (nel 2015 le nascite sono state 485.780, il minimo storico dall’Unità d’Italia a oggi), la fecondità si è ridotta a 1,35 figli per donna, gli anziani rappresentano il 22% della popolazione e i minori il 16,5%. Senza giovani né bambini, il nostro viene percepito come un Paese senza futuro. Lo testimonia anche il boom delle cancellazioni dall’anagrafe di italiani trasferitisi all’estero, che nel 2015 sono stati 102.259: una cifra praticamente raddoppiata negli ultimi quattro anni e che ha avuto una crescita del 15,1% solo nell’ultimo anno. In un Paese in cui la piramide generazionale si è rovesciata, gli stranieri rappresentano un importante serbatoio di energie. Dal 2001 a oggi la popolazione è aumentata del 6,5%, raggiungendo gli attuali 60.666.000 abitanti: ma questa crescita è stata tutta determinata dalla componente straniera, che è quasi triplicata negli ultimi quindici anni (+274,7%). Immaginare un’Italia senza stranieri vorrebbe dire pensare a un Paese con oltre 2,5 milioni di minori e under 35 in meno. Se accanto ai dati del bilancio demografico si analizzano le previsioni sull’andamento futuro della popolazione, emerge che nel 2030 avremo una popolazione di 61.605.000 individui, in aumento dell’1,5% rispetto a oggi. Tale crescita sarà però l’effetto di una diminuzione dei cittadini italiani del 5,6%, per cui nel 2030 saremo complessivamente 52,5 milioni, e di una crescita dell’81,1% dei cittadini stranieri, che diventeranno oltre 9 milioni, vale a dire il 14,8% dell’intera popolazione. Tra questi, i minori stranieri saranno quasi 2 milioni e rappresenteranno il 21,6% del totale dei minori. Il quadro previsionale vede una diminuzione degli under 18 (-10% nei dieci anni considerati), una tenuta dei millennials (+0,7%), una riduzione degli individui di età compresa tra i 35 e i 64 anni (-3,9%), e una crescita del contingente più anziano (+21,6%). In altre parole, l’effetto combinato del prolungamento della vita media e dell’omologazione dei comportamenti demografici degli stranieri a quelli degli italiani, se non affrontato da politiche di sviluppo e di disincentivo della «fuga altrove», potrebbe determinare, anche nel futuro, una situazione di ristagno per il nostro Paese. 

La paura degli stranieri e il bisogno di risposte condivise. L’ultima rilevazione dell’Eurobarometro rivela come le due principali questioni che preoccupano l’Europa sono l’immigrazione, segnalata come questione prioritaria dal 48% degli europei e dal 44% degli italiani, e il terrorismo, indicato dal 39% dei cittadini dell’Unione e dal 34% di quelli italiani. Una indagine realizzata dal Censis su un campione nazionale di cittadini subito dopo le stragi del 13 novembre 2015 a Parigi ha fatto emergere come il 65,4% degli italiani abbia modificato le proprie abitudini a causa delle nuove paure. Nell’immediato, il 73,1% ha evitato di fare viaggi all’estero, il 53,1% ha evitato luoghi percepiti come possibili bersagli di attentati (piazze, monumenti, stazioni), il 52,7% ha disertato luoghi affollati (cinema, teatri, musei, sale per concerti, luoghi della movida), il 27,5% non ha preso la metropolitana, il 18% ha evitato di uscire la sera. Ma gli italiani sono convinti che queste microstrategie non siano sufficienti a risolvere problemi che avrebbero bisogno di una governance condivisa sul terreno dell’ordine pubblico e dell’intelligence. Il 44,3% è convinto che sia necessario creare una forza europea antiterrorismo, il 38,6% ritiene essenziale aiutare le forze democratiche e laiche presenti nei Paesi arabi, il 25,8% sostenere gli islamici moderati. Meno seguito hanno, invece, gli interventi più radicali, come chiudere le frontiere (24,5%) o distruggere militarmente lo Stato islamico a partire dalle roccaforti della Siria e dell’Iraq (17,7%). Del resto, il 67% dei cittadini europei chiede una politica comune europea anche in materia di immigrazione.

Il modello italiano di integrazione alla prova delle seconde generazioni. A gennaio 2016 i minori stranieri residenti nel nostro Paese erano 1.065.811: 748.000 sono nati in Italia e 317.000 sono nati all’estero. Sicuramente la scuola rappresenta uno degli ambiti su cui concentrare i maggiori sforzi per una buona integrazione. Gli alunni stranieri che frequentano le scuole secondarie di primo e secondo grado sono 351.138, e costituiscono un target privilegiato per qualsiasi policy di inclusione sociale. Un primo campanello d’allarme viene dai risultati scolastici: quasi 98.000 studenti stranieri del ciclo secondario hanno ripetuto uno o più anni: il 7,5% tra chi frequenta le secondarie di primo grado (rispetto al 2,1% degli italiani) e il 12,8% negli istituti di secondo grado (rispetto al 7,1% degli italiani). Accanto a un disagio sociale serpeggiante esiste però una visione positiva del futuro, che si esprime nella volontà di proseguire gli studi e di scegliere indirizzi più qualificati. Nell’ultimo anno il 25,6% degli studenti stranieri si è iscritto a un liceo e il 38,6% ha scelto un istituto tecnico. Aumentano anche gli iscritti all’università: negli ultimi dieci anni, mentre gli universitari italiani diminuivano complessivamente dell’11,2%, gli iscritti stranieri ai nostri atenei sono aumentati dell’83,7% e nel 2015 sono 70.339. Le facoltà predilette dagli stranieri sono quelle afferenti all’ambito economico-statistico (13.208 iscritti, +143,3% in un decennio), poi ingegneria (11.826 iscritti, +245,2%) e l’indirizzo politico-sociale (7.707, +83,5%).

La contraffazione in Italia? Adattiva, diversificata e altamente rigenerativa. Secondo l’ultima stima del Censis realizzata per il Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2015 il fatturato della contraffazione in Italia è pari a 6,9 miliardi di euro, in crescita del 4,4% rispetto al 2012. L’emersione nel mercato legale dei prodotti falsi comporterebbe un incremento della produzione interna pari a 18,6 miliardi, 100.515 unità di lavoro in più (circa il doppio di quelle generate dall’intera industria farmaceutica, ad esempio), un aumento del gettito fiscale (tra imposte dirette e indirette) di 5,7 miliardi. La contraffazione aderisce allo spirito del nostro tempo come fenomeno di scala planetaria, dai confini difficilmente delineabili, capace di intercettare i desideri minuti di target di consumatori differenziati che si rivolgono al mercato del fake. Se il consumatore del nuovo millennio è sempre più sobrio, orientato a stili di vita salutari e «smartphone addicted», anche nella vasta gamma di prodotti di cui si compone il mercato del falso ritroviamo queste caratteristiche. Analizzando i dati sui sequestri risulta che le categorie merceologiche principalmente contraffatte sono l’abbigliamento e gli accessori, le calzature, gli orologi, gli occhiali e le apparecchiature elettroniche. Tra i capi di abbigliamento, i più imitati sono quelli sportivi (l’11% del totale nel 2015), mentre nell’elettronica prevalgono gli accessori e la componentistica per i telefoni cellulari (63,6%) e le memory card (32,5%). Di fronte a un fenomeno che si diversifica, si fa sempre più incisivo e penetra in ogni luogo e in ogni settore, le sole attività di contrasto delle Forze dell’ordine non sono più sufficienti. È necessario agire anche sul sentiment che spinge il consumatore a comprare un prodotto falso perché lo considera un peccato veniale, un atto che fanno tutti, promuovendo azioni di comunicazione e sensibilizzazione che coinvolgano i cittadini, in modo da renderli protagonisti in prima persona della lotta alla contraffazione.