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Il capitolo «Lavoro, professionalità, rappresentanze» del 48° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2014

Roma, 5 dicembre 2014 – Occupazione: la debolezza dell’emergenza continuativa. Tra i Paesi europei simili al nostro per grandezza demografica ci sono più somiglianze che differenze. I disoccupati tra 15 e 24 anni sono 710.000 in Italia, 713.000 nel Regno Unito, 654.000 in Francia. Ai due estremi opposti si collocano la Spagna (837.000) e la Germania (332.000). In Italia la quota di giovani sul totale dei disoccupati è pari al 22,7%, in Francia è del 21,5%, ma nel Regno Unito supera un terzo (35,8%). In Spagna, dove c’è carenza di lavoro, la quota dei giovani in cerca di occupazione è del 15% sul totale dei disoccupati; in Germania, dove c’è piena occupazione, la quota è pure del 15,8%. Il Jobs Act dà centralità al lavoro a tempo indeterminato, confidando che possa incrementare le opportunità di occupazione. Ma considerando la quota dei contratti part time e a tempo determinato sul totale degli occupati nei Paesi europei si registra una certa correlazione fra la loro diffusione e più alti tassi di occupazione. Il nostro tasso di occupazione nel 2013 è stato del 59,8%, con una quota di part time pari al 17,9% e con contratti a termine che rappresentano il 13,2% del totale. Paesi con tassi di occupazione molto superiori al nostro, come la Germania (77,1%) o i Paesi Bassi (76,5%), hanno quote di contratti a tempo determinato superiori alla nostra.

Ripartire dal valore delle competenze per rimettere in moto il lavoro. Negli anni della crisi una quota rilevante di aziende ha avviato un vero e proprio processo di ristrutturazione. Secondo un’indagine del Censis, il 41,8% ha rimesso mano all’organizzazione aziendale apportando significativi cambiamenti, con la sostituzione di professionalità divenute ormai obsolete (40,3%), con assunzioni di nuove professionalità (41,8%) o riqualificando il personale esistente (26,9%). Molte hanno provveduto a ridisegnare l’organizzazione aziendale, con il reengineering dei processi lavorativi (38%), la riorganizzazione dei gruppi di lavoro (31,7%), la revisione dei turni e degli orari (26,5%), la ridefinizione del sistema di valutazione e dei meccanismi premiali (28%).

Giovani e lavoro: dalle tecnologie più opportunità. Nonostante la difficile situazione, c’è voglia di darsi da fare tra i giovani italiani, molti dei quali aspirano a creare da sé un business. Il 22% ha avviato una start up o intende seriamente farlo nei prossimi anni, un dato in linea con la media europea e superiore a quello tedesco (15%). L’universo dei giovani intraprendenti sarebbe ancora più ampio se ci fosse un tessuto di imprese e istituzioni pronto a dare loro sostegno nell’avvio di una nuova attività. Il 38% sarebbe interessato ad avviare un proprio business, ma ritiene che sia troppo complicato, mentre in Europa tale quota scende al 22% e in Germania al 12%.

Over 50 tra lavoro, non lavoro e quasi lavoro. Il boom di occupati over 50 registrato dal 2011 a oggi (+19,1%), in concomitanza con il crollo osservato tra quanti hanno un’età inferiore (-11,5%), è anche un effetto dello spostamento in avanti dell’età del ritiro dal lavoro. Sul versante degli inattivi over 50 (oltre 17 milioni), la grande maggioranza (circa 14 milioni) non cerca lavoro e si dichiara indisponibile a lavorare. Ma ci sono anche quasi 700.000 over 50 che si configurano come forze lavoro potenziali, persone cioè che non cercano lavoro, ma sarebbero disponibili a lavorare a determinate condizioni. Rispetto al 2008, sono aumentati del 33,3% e tra questi la maggior parte è costituita da donne (oltre 400.000), che probabilmente a causa delle difficoltà economiche non rinunciano a cogliere eventuali chance occupazionali per integrare il reddito o fare fronte a spese improvvise e non preventivate.

Rappresentanze in crisi d’identità. Si affermano identità lavorative sempre più ibride, non collocabili in profili tradizionali come gli operai, gli impiegati, i professionisti, ecc. L’area di lavoro ibrido conta nel 2013 quasi 3,4 milioni di occupati (il 15,1% del totale) tra temporanei, intermittenti, collaboratori, finte partite Iva e prestatori d’opera occasionale. Tra gli occupati di 15-24 anni la quota di ibridi è addirittura maggioritaria, pari al 50,7%. E si moltiplicano i tempi di non lavoro nell’ambito della vita delle persone: il 14% degli occupati si è trovato negli ultimi tre anni a interrompere il proprio percorso professionale, incorrendo in uscite temporanee o ripetute dall’attività lavorativa. Tale rischio è maggiore nelle fasce generazionali più giovani, tra 16 e 34 anni, dove si arriva al 20,5%. Il lavoro, che un tempo rappresentava una dimensione cristallizzata nella vita delle persone, ha finito per diventare una sommatoria di esperienze, spesso intermittenti e sempre meno capaci di costruire percorsi di identificazione professionale. Se i soggetti di rappresentanza appaiono sempre più svuotati di ruolo è anche perché stanno vivendo al proprio interno una crisi profonda che nasce dall’incapacità di ricondurre a un unico modello di riferimento dimensioni sociali sempre più complesse e poliedriche.