Comunicati Stampa

Il capitolo «I soggetti economici dello sviluppo» del 45° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2011

Roma, 2 dicembre 2011 – Economia in bilico tra creazione e distruzione di valore. Le forti tensioni sul mercato del debito sovrano pongono ormai da mesi il Paese lungo un sentiero tortuoso caratterizzato non solo dalla mancata crescita dei fondamentali, ma anche da uno scontro tra finanza ed economia reale. Le performance a sei mesi (maggio-ottobre 2011) dei titoli azionari alla Borsa di Milano indicano una perdita complessiva di valore del 24%. Eppure l’economia reale dà segnali diversi. Nel primo semestre del 2011 le esportazioni italiane sono aumentate del 16%. Il saldo con l’estero del manifatturiero è in attivo per più di 34 miliardi di euro, mostrando una discreta capacità competitiva. Sebbene la quota italiana del commercio mondiale sia scesa nell’ultimo anno dal 3% al 2,9%, nei primi due trimestri del 2011 l’indice del fatturato dell’industria è aumentato del 7% trainato soprattutto dalle vendite all’estero. E anche il risultato di gestione delle principali banche italiane è cresciuto del 6,3% su base annua e l’utile netto dell’8,5%.

Fenomeno reti d’impresa: modello aperto e polifunzionale. Il 2011 si chiude con quasi 150 Contratti di rete attivi. Si tratta di uno dei pochi strumenti di innovazione nel campo delle politiche a sostegno del tessuto produttivo. Tra la fine del 2010 e il settembre del 2011 sono stati stipulanti, in media, 12 contratti al mese. Complessivamente, la parte più consistente (il 48%) riguarda aziende localizzate al Nord, ma anche al Sud esistono casi interessanti di collaborazione. L’elemento di maggiore rilievo è il carattere polifunzionale degli accordi e la molteplicità dei settori produttivi coinvolti. La maggior parte delle aziende opera nel manifatturiero (il 46%), ma le imprese dei servizi sono comunque più di un quarto, seguite dall’edilizia (il 14% delle imprese partecipanti). Si configura così un modello aperto di rete, non solo per la varietà dei comparti, ma anche per i molti casi di «meticciato», ovvero di incontro fra imprese con specializzazioni e competenze diverse.

Il nuovo ciclo espansivo dei distretti produttivi. Nel primo semestre del 2010 e nel primo del 2011 l’incremento tendenziale dell’export dei 140 principali distretti industriali è stato rispettivamente del 6,2% e del 14,5%. Nei primi sei mesi dell’anno hanno registrato i maggiori incrementi dell’export: le macchine tessili di Brescia (+54%), la meccanica strumentale di Vicenza (+42%), i metalli di Brescia (+37%), la metalmeccanica di Lecco, le macchine per imballaggio di Bologna e le macchine per la ceramica di Modena e Reggio Emilia, tutte con variazioni superiori al 25%. Pur restando il territorio europeo (in particolare Germania e Francia) l’area in cui i distretti registrano le maggiori quote di mercato, è nelle economie emergenti che la crescita dell’export distrettuale cresce a ritmi molto sostenuti: +35,8% in Cina nel primo semestre del 2011, +21% in Russia.

Il valore del mare nel sistema economico italiano. Il cluster marittimo contribuisce alla formazione del Pil con una quota del 2,6% (pari a 39,5 miliardi di euro) e assorbe il 2% dell’occupazione. Il valore delle esportazioni è di 9,7 miliardi di euro (il 3,3% dell’export nazionale). Grazie al carattere complesso e multiforme, il cluster marittimo ha attraversato la fase di crisi iniziata nel 2008 attivando strategie di riposizionamento dinamico, che consentono oggi di riprendere la marcia. Ma è necessario un piano organico, fattibile e con finanziamenti certi, di interventi sulle infrastrutture materiali e di collegamento terra-mare.

Il ciclo evanescente dei risparmi. La propensione al risparmio delle famiglie italiane, che a metà degli anni ’90 era superiore al 20% del reddito disponibile e a metà dello scorso decennio oscillava ancora tra il 15% e il 17%, ha subito una progressiva contrazione, attestandosi oggi su un ben più modesto 11,3%. Per ogni famiglia i risparmi accumulati su base trimestrale sono passati dai 1.860 euro di fine 2005 a poco più di 1.200 euro alla metà del 2011: una flessione complessiva del 34,5% in cinque anni e mezzo. Nella prima parte dell’anno, soltanto il 28,2% delle famiglie italiane è stato in grado di mettere da parte una quota del proprio reddito mensile, il 53% è andato in pari tra quanto speso e quanto guadagnato, il 18,8% non è riuscito a coprire per intero le necessità di consumo.