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COMUNICATI STAMPA

Imprese italiane internazionalizzate solo a metà

L'approccio delle aziende italiane all'internazionalizzazione è ancora molto immaturo sul piano qualitativo: la modalità prevalente di internazionalizzazione è rappresentata dall'esportazione diretta (77%) o indiretta (37%).

Per l'invio di personale all'estero cresce quindi il fabbisogno di qualifiche medio-basse, trovare infatti un operaio (33,4%) è molto più difficile che trovare un manager (28,3%); le competenze richieste sono concentrate sulle conoscenze tecnico-specialistiche (46,9%) e sulle capacità commerciali (46,9%). Le capacità manageriali sono stimate al 18,8%.

L'internazionalizzazione quindi non riguarda risorse umane di livello alto o qualificato, ma saperi molto più applicativi. Il tipo di lavoratore medio che va all'estero per conto di una impresa è uomo, giovane (dai 30 ai 40 anni), con diploma di scuola media superiore, sposato.

Questi elementi riflettono l'immagine di imprese al cui interno la qualità delle risorse umane non ha ancora alcun peso nel migliorare la qualità del loro sviluppo.

Sotto quest'ultimo aspetto, le aziende italiane hanno bisogno di ricerca e di selezione di personale per l'estero (56,8%), di selezione di personale estero per l'estero (37,8%) e di formazione specifica di personale da inviare all'estero (27%).

I principali benefit del personale inviato all'estero sono: la copertura totale dell'alloggio (81,7%) e della polizza infortuni (80%), seguite dall'indennità di trasferta (60%), dalla copertura assicurativa vita (55%), dall'auto (51,7%) e dalla copertura sanitaria (45%). E' assente, anche da questo punto di vista un investimento concreto delle imprese sulle risorse umane impiegate in termini professionali e formativi.

In Italia le imprese sono internazionalizzate a metà. Perché, sull'interno, difettano di qualità negli obiettivi da raggiungere e nell'uso di risorse umane qualificate; e perché nei percorsi espansivi verso l'esterno - che pure interessano il 40% circa del volume di affari complessivo delle imprese italiane - non c'è alcuna sistematicità, ma solo il primato della molecolarità, della spontaneità, e dell'intraprendenza dei comportamenti, soprattutto individuali.

Ciò che serve, allora, è un accompagnamento dei processi in atto che dovrebbe assumere almeno tre dimensioni: una maggiore attenzione sul fronte legislativo e fiscale, visto che l'attività di presidio amministrativo delle aziende che operano all'estero non è stata ancora semplificata come altre, ma risente ancora di livelli burocratici e di vincoli finanziari sensibili. L'aumento di cura per i processi culturali che seguono i processi di internazionalizzazione: la globalizzazione impone, infatti, in primo luogo di capire le diversità dei popoli e dei paesi coinvolti sia da parte delle imprese, sia da parte dei lavoratori. E infine la crescita dei servizi che possono aiutare le aziende, soprattutto di medio-piccole dimensioni, a cogliere l'internazionalizzazione come un elemento di competitività, vale a dire l'outsourcing, la messa a disposizione di banche dati sui paesi di approdo e la funzione di recruitment internazionale.

Questi sono alcuni dei principali risultati del sondaggio svolto dal Censis per conto di ECA Italia, vengono presentati oggi a Roma presso Palazzo San Macuto da Giuseppe De Rita, Segretario Generale del Censis, l'Onorevole Giorgio Benvenuto, Commissione Camera dei Deputati, l'Onorevole Luigi Maninetti, Commissione Camera dei Deputati e il Prof. Giovanni Puoti, Ordinario di Diritto Tributario dell'Università di Roma La Sapienza.