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Il Rapporto Annuale 2007
2007 - XLI Rapporto sulla situazione sociale del paese
7 Dicembre 2007



Comunicato stampa
Territorio e Reti


Il 2007 è stato caratterizzato da un rinnovato dibattito su come far ripartire in Italia una politica della casa in grado di creare un’offerta adeguata di alloggi in affitto a canoni accessibili. Negli ultimi tempi la produzione annua di alloggi sociali su tutto il territorio nazionale è scesa sotto le 2.000 unità (su un totale di circa 300.000 abitazioni costruite), e alcuni dati evidenziano in modo esplicito l’incapacità di fare incontrare domanda e offerta in modo efficace; infatti: i prezzi di mercato degli affitti (quelli della nuova offerta) sono cresciuti di oltre il 112% dal 1999 (anno delle riforma del mercato) al 2006 nelle città con più di 250 mila persone e di oltre il 103% in quelle di dimensioni inferiori; è progressivamente aumentato il numero degli sfratti per morosità (sono stati 33.000 nel 2006 i provvedimenti e messi per tale ragione, erano 21.000 nel 1990).

Il “sistema montagna”, dal punto di vista economico, è in crescita. Nelle stime attuali il valore aggiunto dei territori montani viene calcolato in circa 203 miliardi di euro, ossia il 16,7% del totale nazionale (era circa 165 miliardi di euro su base dati 1999). In quattro anni (dal ’99 al ‘03) la montagna è cresciuta più della media del Paese (10,5% contro il  6,5% della media nazionale). Ciò significa che quando il sistema Italia, nel suo complesso, cresce in maniera robusta in termini di nuovi beni e servizi messi a disposizione della comunità per impieghi finali, il sottosistema montagna fatica a tenere il passo. Quando tuttavia il sistema rallenta drasticamente, come è accaduto tra il 1999 e il 2003, la montagna rallenta di meno e, per così dire, ne approfitta per ridurre lo svantaggio. D’altra parte esiste anche una “montagna industriale”. In Italia i 156 distretti industriali rilevati dall’Istat interessano complessivamente 2.215 comuni. Si tratta di territori produttivi che ospitano circa 13 milioni di persone e che danno lavoro a quasi 5 milioni di addetti (il 25% del totale, ma quasi il 40% se si restringe l’ambito al settore manifatturiero). Ebbene, una quota non secondaria dei comuni italiani sul cui territorio si localizza un distretto industriale, sono comuni classificati come montani. Si tratta, nel complesso, di 870 enti locali, corrispondenti al 20,7% dei comuni montani italiani.

Nel 2007 i pendolari si sono attestati su oltre 13 milioni, con una incidenza pari al 22,2% della popolazione. Erano 9,6 milioni del 2001 (17%). Nell’intervallo 2001-2007 si è registrato, quindi, un incremento di pendolari studenti e lavoratori (soprattutto impiegati, operai e insegnanti) del 35,8%, corrispondente a 3,5 milioni di persone in più. Il riparto modale degli spostamenti conferma il ruolo predominante dell’auto privata, utilizzata complessivamente da poco più del 70% dei pendolari. Il 5,9% dei pendolari ricorre invece ai mezzi motorizzati a due ruote. E si conferma la funzione fondamentale dei servizi pubblici. Innanzitutto il treno, utilizzato giornalmente dal 14,8% dei pendolari (ovvero più di 1,9 milioni di persone) per effettuare gli spostamenti in ambito locale e metropolitano come unico mezzo di trasporto o in combinazione con altre modalità di spostamento.

Gli enti locali e i soggetti di rappresentanza economica che operano all’interno dei diversi territori provinciali segnalano l’esigenza di un presidio forte dell’area vasta in grado di innescare processi di coinvolgimento delle diverse soggettualità presenti nei territori e di concertazione in merito alle azioni da sviluppare. Più di due terzi del campione intervistato concordano sul fatto che questo tipo di funzione possa essere svolta dalle istituzioni provinciali. Le province dovranno dunque sempre più caratterizzarsi come centri di condensazione delle istanze territoriali. Il 23,1% degli intervistati pensa che le Province siano già adesso nelle condizioni di farlo, mentre il 45,4% ritiene che ciò possa concretizzarsi solo in corrispondenza di un incremento dei loro poteri reali.

Il ciclo di programmazione dei fondi strutturali europei 2007-2013 sarà caratterizzato dallo spostamento a est del focus delle politiche regionali. I dieci paesi dell’Europa Orientale entrati con le ultime due tornate del processo di allargamento (2004 e 2007), pur rappresentando in termini di popolazione poco più di un quinto del totale dell’Unione a 27, assorbiranno circa il 51% delle risorse stanziate nell’ambito della politica di coesione. Ciò ha comportato un sostanziale dimezzamento delle risorse sia per i paesi dell’Europa centro-settentrionale, destinatari nel 2000-2006 del 34,5% dei fondi e oggi passati al 16,8%, che per l’area del Sud Europa, alla quale nella passata stagione andava ben il 63,1% dei fondi strutturali e oggi solo il 30,6%. Per l’Italia si tratta comunque (forse per l’ultima volta) di importi ancora molto consistenti: il nostro paese riceverà infatti 28,8 miliardi di euro (dei quali 21,6 destinati alle regioni del Sud), posizionandosi al terzo posto tra i paesi beneficiari dopo la Polonia (67,3 miliardi) e la Spagna (35,2 miliardi). Si tratta di un’occasione che non può essere sprecata.






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