Negli ultimi tempi, e non solo in Italia, particolare attenzione è stata riservata, al tema della cosiddetta "fuga dei cervelli". Nell'ampio dibattito che si è sviluppato, gli esperti si sono divisi tra chi ritiene che il fenomeno, in Italia ed in Europa, non esista o non sia preoccupante in quanto attinente ai vasti processi di internazionalizzazione della comunità scientifica e chi invece tende a sottolinearne la patologia e la valenza esemplificativa dello stato disastroso in cui versa il sistema di ricerca. In un caso o nell'altro, comunque, vi è accordo sul fatto che il capitale umano ad alta qualificazione non sia sufficientemente valorizzato e, sia a livello comunitario sia a livello di singoli paesi, sono stati predisposti appositi programmi finalizzati ad attirare giovani ricercatori e/o illustri scienziati stranieri e a riportare "in patria" le menti fuggite.
Occorre altresì sottolineare che ad oggi non esiste, nel nostro paese, una chiara misura della dimensione del fenomeno, che sembra essere grave non tanto in termini numerici quanto nelle modalità e nelle caratteristiche che assumono le traiettorie di "fuga". Per quanto riguarda la presenza di stranieri nelle nostre strutture universitarie e di ricerca pubbliche, i dati disponibili, pur non essendo esaustivi, mostrano che il numero di stranieri che conseguono il dottorato di ricerca in Italia è stato pari, nel 2000, a 50 studenti (2,3% del totale dei dottori di ricerca), contro un dato del Regno Unito pari a circa il 30% di postgraduate stranieri nel 1999.
In relazione ai flussi in uscita, una recente indagine Censis-Fondazione Cassa di Risparmio di Venezia ha individuato, nelle sole strutture accademiche e di ricerca pubbliche mondiali, circa 2.600 ricercatori e professori italiani. Di questi, ne sono stati intervistati 737.
Il principale polo di attrazione sono gli Stati Uniti, che attirano il 34,3% dei ricercatori italiani all'estero. Tra questi, prevalgono coloro che sono impegnati in ricerche nel settore della fisica (23,8%) e della medicina (18,9%); il 57,1% degli immunologi contattati lavora negli Usa, così come il 30,8% dei fisici. Al secondo posto si colloca il Regno Unito, con il 26,0% di italiani e una capacità di attrazione soprattutto nel campo medico (20,6%) ed in particolare nelle neuroscienze (40,9%) Segue la Francia, con l'11,4% del totale dei ricercatori, tra i quali prevalgono coloro che operano nel campo medico. In particolare, la Francia sembra essere la meta preferita, insieme agli Stati Uniti, dei ricercatori impegnati in studi sul cancro.
L'87,1% degli intervistati ritiene che i fenomeni di migrazione dei ricercatori italiani non siano dovuti alla fisiologica globalizzazione del mondo scientifico, ma siano imputabili a patologie proprie del nostro sistema di ricerca. Gli elementi positivi del sistema italiano si fermano ai corsi di laurea (il 52,2% ritiene la qualità sia uguale a quella che è possibile registrare in altri paesi avanzati e il 35,6% addirittura superiore), mentre crollano in relazione ai dottorati di ricerca (60,5% li ritiene di livello inferiore) e, soprattutto, rispetto al sistema della ricerca (82,9% di giudizi negativi).
Tra le motivazioni che hanno spinto i ricercatori a lasciare il nostro paese al primo posto si collocano le scarse risorse disponibili per l'attività di ricerca (59,8%), seguite da condizioni economiche migliori (56,6%) e dalle prospettive di un più rapido sviluppo di carriera (52,1%).
Tav. 3 - Profilo dei ricercatori italiani che operano in università e enti di ricerca all'estero, 2001
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Età |
Il 59,3% ha tra i 30 ed i 40 anni |
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Titoli di studio |
Il 100% ha la laurea Il 68,5% ha il dottorato di ricerca (di cui il 63,1% conseguito all'estero) Il 34,3% ha una specializzazione post laurea |
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Esperienza lavorativa in Italia |
Il 62,9% ha svolto attività di ricerca in Italia |
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Esperienza lavorativa all'estero |
Il 49,4% ha avuto già una esperienza di lavoro di ricerca all'estero in un paese diverso da quello attuale Il 31,9% è all'estero da più di 10 anni Il 47,7% ha un contratto a tempo indeterminato Il 93,4% dispone di risorse finanziarie per la ricerca sufficienti o più che sufficienti Il 92,3% dispone di risorse umane e strumentali per la ricerca sufficienti o più che sufficienti Il 91,1% ha prospettive di carriera professionale molto o abbastanza soddisfacenti |
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Motivi per lasciare l'Italia |
59,8% - scarse risorse disponibili per le attività di ricerca 56,6% - condizioni economiche migliori 52,1% - prospettive di un più rapido sviluppo di carriera 26,1% - possibilità di svolgere attività di ricerca non coltivate in Italia |
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Motivi per non tornare |
23,3% - eccessiva burocratizzazione della ricerca 14,0% - carenza di tecnologie e laboratori 14,0% - motivi personali e familiari 14,0% - chiusura del mondo universitario, assenza di posti adeguati 11,0% - incertezza di carriera |
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Suggerimenti in merito agli adeguamenti strutturali per arginare la fuga dei cervelli |
61,9% - incrementare la spesa per la ricerca 42,4% - istituire centri di eccellenza 42,1% - maggiore autonomia delle università su reclutamento, stipendi e rapporti con le imprese |
Fonte: indagine Censis-Fondazione Ca.Ri.Ve., 2002
Quanti sarebbero disposti a tornare in Italia? I motivi per non tornare sono diversi: l'eccessiva burocratizzazione della ricerca (23,3%), la carenza di tecnologie e laboratori adeguati nel proprio campo di ricerca (14,0%), ma anche i motivi personali e familiari (14,0%) giocano un ruolo determinante, soprattutto tra coloro che sono all'estero da molti anni.
A questo proposito appare interessante analizzare le 5 tipologie in cui sono stati raggruppati i ricercatori intervistati.
Fig. 4 - I gruppi tipologici dei ricercatori italiani all'estero, 2001
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Primo gruppo |
I DELUSI |
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30,9% |
Sono soprattutto giovani fino a 35 anni Ritengono che la presenza di ricercatori italiani all'estero sia un fenomeno patologico Valutano il sistema italiano di ricerca inferiore alla media dei paesi avanzati Sono abbastanza soddisfatti della loro attuale posizione e delle prospettive future Il 53,8% dichiara di essere disposto a tornare in Italia "a determinate condizioni" |
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Secondo gruppo |
GLI ENTUSIASTI (del Paese che li ha accolti) |
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27,4% |
Denotano alti livelli di soddisfazione rispetto alla attuale situazione ed alle prospettive future Ritengono patologico il fenomeno della fuga dei cervelli italiani Valutano negativamente il sistema italiano della ricerca Difficilmente tornerebbero in Italia |
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Terzo gruppo |
I PROFESSORI BEN RADICATI |
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21,7% |
Sono all'estero da più di 10 anni Svolgono anche attività didattica Sono abbastanza soddisfatti della propria situazione economica Dispongono di sufficienti risorse finanziarie, umane e strumentali per la ricerca Il 40% sicuramente non tornerà in Italia |
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Quarto gruppo |
I GLOBALIZZATI |
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10,8% |
Non esprimono una opinione negativa del sistema italiano universitario e di ricerca Considerano fisiologica la presenza di ricercatori italiani all'estero Dispongono di sufficienti risorse umane e strumentali Il 40% si concentra nelle strutture di ricerca francesi Il 45,5% non sa se in futuro tornerà in Italia o meno |
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Quinto gruppo |
GLI INSODDISFATTI |
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9,2% |
Lavorano soprattutto in paesi dell'Unione Europea Sono insoddisfatti in merito alla attuale posizione e alle prospettive di carriera Non esprimono giudizi positivi nei confronti del sistema italiano Sono a "metà del guado" |
Fonte: indagine Censis - Fondazione Ca.Rive, 2002
In particolare, i primi tre gruppi dei delusi, degli entusiasti e dei professori ben radicati esprimono in maniera evidente i risultati del percorso tipico del ricercatore che decide di rivolgersi ai sistemi di ricerca di altri paesi. Dalla delusione iniziale nei confronti di un sistema che li ha "espulsi" o non ha permesso loro di rientrare dopo un'esperienza di studio e lavoro all'estero (il rischio di uscire fuori dai circuiti che contano, indicato dalla Commissione europea tra i fattori principali del basso livello di mobilità universitaria, trova quindi conferma nelle esperienze di chi invece è "partito"), si passa all'entusiasmo per l'accoglienza del paese ospitante e, con il trascorrere del tempo, le motivazioni professionali si intrecciano con quelle correlate alla dimensione sociale, amicale e familiare.