Una società permanentemente attiva?
Verifica di uno scenario (1989-1999)
27 Aprile 1999
Censis - Piazza di Novella, 2 - Roma
Presentazione del dossier:
Giuseppe Roma
Interventi:
Renato Brunetta
Giuseppe De Rita
Stefano Parisi
Card. Ersilio Tonini
Dieci anni fa al Censis venne elaborata un’ipotesi di società futura “permanentemente attiva”, nella quale i processi della produzione, del consumo, dello svago e dei servizi di cittadinanza, potessero non avere soste, seguendo un naturale susseguirsi dovuto al moltiplicarsi delle esigenze in una società dai modelli complessi di funzionamento a tutti livelli (produzione, consumo, svago, servizi, appunto). Il lavoro venne svolto su impulso dell’allora Presidente della Fondazione l’Ing. Gino Martìnoli, attento esploratore delle variazioni sul tema del funzionamento futuro delle società, e quindi delle società possibili. Com’era nel suo stile non suggerì soltanto il tema, ma vi lavorò attivamente inseguendo le sue ipotesi con rigoroso metodo analitico.
Nuove soluzioni per il nuovo uso del tempo
"Una società permanentemente attiva" - titolo del saggio pubblicato dal Censis dieci anni fa, e del presente dossier volto a una verifica dello scenario ipotizzato - non è una temibile società di nevrotico iperattivismo individuale. Va innanzitutto fugato qualsiasi dubbio circa questo punto: la società permanentemente attiva prefigurata alla fine degli anni ‘80 da Gino Martinoli, allora presidente del Censis, è una società-meccanismo capace di funzionare ininterrottamente e al massimo della sua efficienza di sistema, grazie alla migliore utilizzazione delle tecnologie disponibili, in continua evoluzione, e ciò con il contributo minimo indispensabile dei singoli individui. Quindi è la società ad essere "permanentemente attiva", non gli individui, i quali, grazie alle tecnologie e all’evoluzione dei paradigmi culturali, hanno la possibilità di contribuire alla vita collettiva in maniera molto più variabile rispetto all’attuale schema standard di 8 ore al giorno, per 5-6 giorni alla settimana, per quasi 11 mesi all’anno.
Spiegata sommariamente così, la "società permanentemente attiva" somiglia molto all’ideale di un positivista ottocentesco, solidamente convinto della unidirezionalità dello sviluppo verso società sempre meglio organizzate, grazie al saggio utilizzo da parte degli uomini delle conoscenze scientifiche e umanistiche. A tale tipo di ideali Martinoli era tutt’altro che estraneo, per biografia e per cultura, tuttavia l’esercizio interpretativo che curò direttamente con un gruppo di ricercatori del Censis si attenne ad una scrupolosa analisi dei dati.
L’analisi prese le mosse dalla possibilità di riduzione dell’orario di lavoro della popolazione attiva a 30 ore settimanali, annunciato allora (siamo nel 1989) dal mondo sindacale come ipotesi praticabile intorno al 2000. Un tema quanto mai attuale, dunque, non solo perché oggi ci troviamo precisamente negli anni prefigurati in quell’ipotesi, ma soprattutto perché la proposta di riduzione dell’orario ha assunto in questi anni il carattere di cronaca politico economica, scatenando battaglie ideologiche la cui animosità, peraltro, è riuscita a mettere in bilico il governo ma non ha prodotto riflessioni sufficientemente approfondite né sul modello di società che stiamo vivendo né sulle sue evoluzioni, non sempre chiare e spesso imprevedibili.
La ricerca sull’ipotesi di una "società permanentemente attiva", tuttavia, si spinse ben oltre le conseguenze della riduzione della quota del tempo da dedicare alle attività lavorative, e toccò le tematiche correlate sul piano fisiologico, psicologico, cognitivo, organizzativo e culturale.
Si pensò a un’ipotesi di società futura "permanentemente attiva", nella quale i processi della produzione, del consumo, dello svago e dei servizi di cittadinanza, potessero non avere soste, seguendo un naturale susseguirsi dovuto al moltiplicarsi delle esigenze in una società dai modelli complessi di funzionamento a tutti livelli (produzione, consumo, svago, servizi, appunto).
L’aggiornamento dei dati disponibili dieci anni fa e utilizzati per verificare l’ipotesi della società permanentemente attiva si è dimostrata molto interessante per capire innanzitutto due aspetti: in primo luogo che l’intuizione andava nella direzione giusta ma, in secondo luogo, che i tempi e le modalità di evoluzione verso nuovi modelli di organizzazione sociale non viaggiano sempre lungo traiettorie lineari; il quadro attuale, infatti, è ancora più complesso, si sono aggiunte nuove variabili, imprevedibili dieci anni prima, e se su alcuni versanti lo sviluppo è stato rapidissimo, su altri è appena cominciato.
Troppo attratti negli ultimi anni dal seguire l’evoluzione dei contratti di lavoro verso una progressiva atipicità rispetto al modello standard a tempo pieno e indeterminato, forse non si è riflettuto abbastanza sulla contemporanea evoluzione dell’atipicità dell’orario di lavoro.
Cresce significativamente negli ultimi dieci anni la percentuale di lavoratori che settimanalmente hanno orari di lavoro "non standard", e in particolare "variabile" rispetto a quello consueto, e questo conferma ancora una volta le tendenze in atto nella sfera lavorativa delle persone.
E tale variabilità, oltre tutto, possiede un’ulteriore caratteristica: registra infatti, contemporaneamente la crescita delle persone che lavorano meno di 35 ore settimanali - 3,9% fra i lavoratori dipendenti - e la crescita delle persone che lavorano più di 46 ore settimanali - 2% fra i dipendenti e 5,2% fra gli indipendenti. Sicuramente effetti della grande fluidità terziaria verso cui si evolvono i contesti di lavoro in cui, all’ingresso, si moltiplica la parcellizzazione degli apporti lavorativi, nelle tante variazioni sul tema della collaborazione più o meno occasionale o strutturale, mentre nelle fasi più mature delle posizioni lavorative si va quasi verso una sostanziale fusione fra attività lavorativa e vita privata, come se il lavoro fattosi più fluido occupasse più facilmente e progressivamente l’intera giornata.
Un ulteriore dato di complessità evolutiva della vita di lavoro standard, inoltre, consiste nell’incremento tendenziale degli occupati che dichiarano di avere una seconda attività: cresciuti negli ultimi dieci anni del 2,3%, consentono di valutare in maniera più problematica il fattore "tempo di lavoro". Non solo, infatti, può crescere o diminuire relativamente a diverse variabili, ma cambia anche la sua qualità. Orario di lavoro può significare di fatto cose diverse rispetto a dieci anni fa.
Per quanto riguarda i contratti si può solo registrare ancora una volta la moltiplicazione delle forme di atipicità. Semmai, sembra il caso di cominciare a capovolgere il senso di contratto atipico e contratto standard, poiché la crescente diffusione dei primi sta cominciando a rendere atipici i secondi. La quota dei part-timer ha superato il 7% sul totale degli occupati, nel terziario, in particolare in dieci anni la percentuale è passata dal 5,2% all’8,3%. Ma forse il dato più significativo consiste nella quota decrescente di persone che per lavorare accetterebbero esclusivamente un contratto a tempo pieno: dal 32,1% nel ’95 al 27,4% nel ’98.
Il telelavoro, risorsa tuttora più potenziale che sistematicamente diffusa, e solo dieci anni fa non ancora prevedibile, sembrerebbe realisticamente capace di scardinare il rapporto fra erogazione di lavoro e presenza del lavoratore in un dato luogo. Il lavoro, come hanno già detto alcuni si fa fluido e quindi prescinde dai luoghi e dai tempi di esecuzione. La Commissione Europea ha stimato nel ’97 circa 250 mila telelavoratori in Italia, ma secondo una recente indagine del Censis quasi il 63% degli italiani si direbbe disposto a svolgere attività lavorative in via telematica. Dal punto di vista delle potenzialità tuttora da esperire attraverso interventi operativi, si può stimare che siano oltre 170 mila i lavoratori che ricoprono figure professionali idonee ad un uso sistematico del telelavoro e circa 89 mila le nuove assunzioni possibili a seguito di una introduzione sistematica del telelavoro nelle aziende.
La continua rimodulazione dei tempi di vita individuali e collettivi negli ultimi anni ha portato, inoltre, a sensibili variazioni dell’organizzazione sociale. Ad esempio sono diminuite in generale le lunghe file di attesa presso gli uffici pubblici e si riscontra una maggiore soddisfazione per gli orari di apertura degli stessi. In particolare diminuiscono le file di "oltre 20 minuti" presso le Asl, gli uffici dell’anagrafe e le poste, e la soddisfazione per gli orari di apertura aumenta in media del 5%.
La variazione più interessante dei tempi di vita riguarda il significativo incremento, negli ultimi anni, della vita notturna, al quale è del resto collegato il concetto, recente, di tempo libero, emerso come uno spazio di attenzione sociale, ma anche economica e commerciale, particolarmente ricco di conseguenze, e solo dieci anni fa neanche preso in considerazione.
Basta guardare i dati di ascolto televisivo, aumentati di quasi il 20% nella fascia notturna dopo le 22.30, oppure i dati di afflusso ai teatri, ai cinema e alle discoteche tendenzialmente in crescita da almeno cinque anni. O, infine, alla radicata abitudine italiana del pranzo come pasto principale (74,2%), che si va spostando più in là nella giornata: è la cena infatti che come momento di aggregazione familiare principale nella giornata fa registrare percentuali in crescita (dal 17,6% al 20,7%).
Sembrerebbe dunque ancora attuale, nonostante i tanti cambiamenti avvenuti nel frattempo, la "fantasiosa esercitazione mentale", come la chiamò lo stesso Martinoli, svolta dieci anni fa. E soprattutto utile l’esortazione a riflettere sul logoramento della nostra organizzazione, del tempo, dei servizi, del lavoro, per sollecitare la sperimentazione di fattori e di soluzioni diverse e più innovative rispetto alle attuali.